Puniti


Avendo, quest’anno, faticato ben poco a scuola, e come docente e come collaboratore della dirigenza, e avendo perciò trascorso il tempo-scuola tra una grattatina di pancia e due chiacchiere di taglio e cucito tra colleghi, giustamente il Miur ha ritenuto opportuno punirmi con l’assegnarmi non solo a due istituti ubicati a chilometri di distanza, ma con il nominarmi per due classi di concorso differenti, ergo, a parte il compito scritto d’italiano in un liceo, dovrò pure correggere, ne sono quasi certo, la terza prova di storia(contemporanea), materia che ho insegnato ben 24 anni fa, in un magistrale. Se fossi disonesto, correrei ai ripari, ma escogitare finte malattie non rientra nel mio orizzonte umano e professionale e quindi dal 19 giugno assolverò il mio dovere di commissario; tra l’altro una delle scuole(statale) è ubicata nella costa palermitana opposta a quella in cui insiste il mio comune di residenza e, ciliegina sulla torta, l’altra è un diplomificio riconosciuto dalla legge.

Stessa sorte e stessa commissione all’altro collaboratore della mia scuola. Anche lui, a dire il vero, in odor di fannulloneria.

Ci consoleremo a vicenda.

La cattiveria intellettualoide

Quest’anno ho seguito il Festival di Sanremo in modo, per così dire, interattivo su due schermi, quello della tv e quello del tablet; seguire è una parola grossa, dato che la mia fragile capacità di resistenza attentiva mi ha impedito di superare la mezzanotte. Anche l’ultima serata è andata così; soltanto il giorno dopo ho saputo del podio conquistato, in primis, da Gabbani, e a seguire da Fiorella Mannoia ed Ermal Meta. Non sono, pertanto, in grado di esprimere un giudizio compiuto sulle canzoni, né, d’altra parte, farlo è mia competenza. Certamente ciascuno ha le proprie preferenze ed è difficile distinguere tra gusti soggettivi e qualità dei testi e della musica. Dicevo nell’incipit che ho seguito il Festival in modo interattivo e, aggiungo, molto divertente: mentre ascoltavo le canzoni, leggevo e commentavo contemporaneamente il blog social di Assante e Castaldo sul sito la Repubblica. Si è trattato di faticare non poco, poiché i post dei due giornalisti e critici musicali dalla lingua biforcuta si susseguivano con un ritmo incalzante, per non parlare delle risposte argute e velenose dei bloggers, ora in preda alla disperazione per alcune strasentite canzoni, ora al fastidio per le continue interruzioni pubblicitarie, che hanno decretato la vittoria di una nota compagnia telefonica e di Mina. Fra tanta goliardia di post velenosi non è sfuggita ad alcuno l’ironia tagliente verso la cantante Bianca Atzei, rea di avere presentato una canzone sentimentale festivaliera, Ora esisti solo tu, scritta da Checco dei Modà e palesemente dedicata al suo fidanzato, presente all’Ariston. Il testo non è certamente un capolavoro, né lo è la musica; si tratta di una piacevole canzonetta, che inneggia all’amore e ai buoni sentimenti. Eppure nel blog live quasi tutti sono stati impietosi: chi l’ha paragonata a Rosanna Fratello, chi alla Cinquetti, chi alla buonanima Marisa Sannia. L’hanno definita patetica, anacronistica, strappalacrime; l’hanno sfottuta, parodiata, canzonata. Hanno giocato con il suo cognome, storpiandolo, imbastendo fantomatiche cronache storiche azteche, coniando aggettivi e avverbi. Di tutto di più.

Evidentemente in Italia, perché si possa parlare di buoni sentimenti al femminile, ammesso che si tratti di una questione di genere, è necessario parlare di violenza, femminicidio e pari opportunità; guai a parlare d’amore!

 

Gallismo Civico

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Questa non è una foto “artistica”, ammesso che io ne pubblichi, ma reale. Ritrae l’ingresso in una hall. Quale? Non di un elegante albergo nella città di Palermo, ma del nuovo polo oncologico dell’ospedale Civico, polo che raggruppa una serie di reparti di chirurgia, in uno dei quali è stato ricoverato un mio caro parente. Questo non è un post di denuncia di malasanità, ma di gallismo siciliano della peggiore specie. In detta hall, nelle lunghe attese dell’ora della visita ai malati, ho potuto osservare il comportamento non sempre corretto dei portieri nei confronti di uomini, anziani, sprovveduti, vecchiette imbellettate et similia, ai quali era categoricamente vietato l’accesso ai reparti nelle fasce orarie non consentite(nonostante certe richieste di infrangere le regole potessero avere una certa giustificazione diciamo umanitaria), mentre i medesimi custodi andavano in solluchero ed erano conseguentemente pronti a trasgredirle nel caso si fosse epifanizzata ai loro lumi un essere umano di sesso femminile, procace e succintamente abbigliata, che con poche moine riusciva a superare il varco e ad accedere ad uno dei reparti.

Che dire?

Mi sono sentito offeso nella mia dignità di parente di un congiunto ammalato e di quelli che, come me, sono stati irremovibilmente bloccati all’entrata o addirittura inseguiti su per le scale, perché facessero marcia indietro.

In quel contesto non sono andato oltre per rispetto nei confronti del parente ricoverato e dei medici professionisti, ma qui, nel blog, non ho potuto e non posso tacere e una pietruzza di protesta la lancio qui nell’oceano della rete. 

Correttivi

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La buona scuola, a circa un anno e mezzo dall’entrata in vigore, palesa i segni delle sue prime escrescenze tumorali che, se nelle more non avranno già condotto la scuola italiana alla morte, la costringeranno comunque, prima o poi, a sottoporsi a massicce cure di ricostituenti correttivi, a meno che non la si voglia mantenere nell’attuale stato vegetativo di sopravvivenza, che penalizza le nostre giovani generazioni. 

La formazione degli insegnanti 

Sono ormai pochi i docenti, che effettuano settimanalmente le canoniche diciotto ore. La maggior parte delle agenzie formative, infatti, offre i propri prodotti didattici in orario antimeridiano, perciò ciascun docente, forte dei propri diritti stabiliti dal contratto, può richiedere fino a 5 giorni per attività di aggiornamento; se, invece, l’offerta cade nel pomeriggio, ne risentono le 40 ore(+40)delle attività funzionali all’insegnamento. Un condizionamento non marginale sulla formazione e sulla presenza fattiva a scuola gioca pure l’impegno economico: una parte o l’intero del bonus possono essere infatti spesi dal docente per la formazione, quindi quale stolto dirigente può costringere l’insegnante a rimanere a scuola, se questi ha pagato un corso? Tutto ciò si ripercuote inevitabilmente sulla vita culturale di una classe che non solo vede diminuite le ore effettive di lavoro con l’insegnante, ma è costretta a comprimere, semplificare, tagliare e banalizzare quel minimo di conoscenze-competenze-abilità deputate all’istituzione stessa. Non ultimo il business intorno a cui ruotano pianeti e satelliti accreditati.

 

L’alternanza scuola-lavoro

Il business riguarda quasi interamente l’alternanza scuola-lavoro. Molti hanno già evidenziato i limiti sul piano formativo per gli studenti(soprattutto dei licei); tale norma li costringe ad erodere tempo allo studio personale, ma l’aspetto disdicevole riguarda il fatto che alcuni stage presso enti vari, che tra l’altro non offrono opportunità di conoscenza del mondo del lavoro(si tratta in realtà di associazioni per lo più)sono a totale carico oneroso per le famiglie, costrette in qualche modo a sborsare quattrini, pur di permettere ai figli di accumulare ore di alternanza . Ora non è mia intenzione generalizzare estendendo a tutto il territorio nazionale la mia frettolosa disamina, ma le scuole di cui ho notizia ed esperienza presentano un siffatto quadro pietoso. 

Voglio confidare in un moto di saggezza da parte dei legislatori, in modo tale che possano essere approntati i necessari correttivi ad un sistema che mi pare faccia acqua da tutte le parti, o quasi. 

Dame e damerini

 

31303639186_094e7bf25cSolo ed esclusivamente per una forma di rispetto verso l’autore, chiamatela anche ipocrisia sociale, ho partecipato l’altro pomeriggio alla presentazione di un libro in una delle cornici più splendide dell’arabo-normanno palermitano. Avendo con me un caravanserraglio di monache anziane e pasciute con dama di carità al seguito, ossia Marianeve, ho dovuto acquistare un pass giornaliero al costo di 5 euro per accedere all’area ztl e poter così depositare le amiche direttamente sull’uscio del palazzo. Poi è scattata la ricerca tormentata del parcheggio, trovato per fortuna a circa 700 metri di distanza dal palazzo, e la corsa verso la sala per arrivare puntuale. Ma che! Una fila indiana lunghissima per l’accesso a causa dei controlli polizieschi, eseguiti con una metodicità così snervante che, se fossi stato solo e autonomo, avrei rinunciato. Invece ho fatto la fila e superato il varco. Più fortunate le compagne di merenda libraria che, in netto anticipo rispetto a me e a tanti altri, sono riuscite ad entrare con celerità. Ho raggiunto la sala della presentazione del libro credendo di essere in ritardo, ma è trascorsa un’altra ora prima che il calvario iniziasse. A parte un relatore, gli altri mi hanno annoiato non poco e perciò ho trascorso il tempo a leggere il libro più che ad ascoltare le loro ciance. Nell’ora dell’attesa, mentre tutti stavamo seduti con gli sproni sotto il deretano, di Marianeve nessuna traccia. È riapparsa, giuliva e trionfante, poco prima dell’inizio dei saluti di rito. Il mistero del temporaneo scioglimento Marianeve l’ha mostrato lei stessa: un book fotografico avente per scenografia le sale del palazzo e per presenza umana lei stessa, fattasi immortalare da un commesso, che è riuscita a corrompere con le sue moine da signora navigata. Il valletto l’ha condotta dove ha potuto e si è improvvisato fotografo.

Dopo tre ore l’incubo è terminato.

A ciò si aggiunge una mia considerazione che mi ha lasciato un po’ di amarezza: la sproporzione tra l’importanza del libro e dell’autore e il luogo scelto e ottenuto per la presentazione. Così va ancora il mondo nel secolo ventunesimo. Per agganci politici.

 

 

Perché no

curtoni001Ho accettato volentieri l’invito dell’amico Hyperloop e, domenica, abbandonata la collina, mi sono catapultato in città per assistere allo spettacolo didascalico-satirico-politico di Marco Travaglio dal titolo Perché no(tutte le bugie del Referenzum)con la partecipazione della bravissima Giorgia Salari. Lo spettacolo è strutturato in tre parti: nella prima il giornalista illustra sommariamente struttura e retroterra culturale(quale?)dei nuovi contenuti costituzionali, nella seconda entra in scena l’attrice Salari, che impersona il ministro Boschi, mentre Travaglio interpretando se stesso la intervista, nella terza, infine, si sintetizzano le ragioni del no al referendum. Ne è valsa la pena assistere alla performance dei due e ho apprezzato, in modo particolare, l’abilità oratoria di Travaglio, la lucidità del suo argomentare, la capacità di svelare i politici maneggj, la chiarezza espressiva e l’armamentario lessicale perfettamente in linea con il target del pubblico presente in sala. Di rilievo l’apax(almeno così mi pare)”lucchettologia”* a proposito di uno dei saggi del sì. Travaglio mi è sembrato un uomo autentico, poco incline agli infingimenti e alla doppiezza, franco e schietto. Chiaramente la parte centrale dello spettacolo(l’intervista di Travaglio alla Salari/Boschi)è la più esilarante: nei momenti di difficoltà e di silenzio imbarazzante l’uso sapiente delle luci contribuisce a spezzare l’illusione scenica e a rivelare nel contempo i pensieri non proprio politicamente corretti(altro non rivelo)del ministro. Il pubblico ha applaudito frequentemente, scegliendo con buon senso i momenti opportuni per farlo; non sono mancati anche gli applausi per le personalità di rilievo(magistratura)al loro ingresso in teatro(seduti proprio davanti a me, grazie ad Hyperloop che aveva prenotato immantinente!). Un pomeriggio piacevole ed edificante, anche solo per ascoltare un fragoroso scroscio di mani con mani non per dei vip di spettacolo, ma per uomini impegnati per la giustizia e la legalità.

Il consiglio, a tutti, è di andarlo a vedere.

*Non ci vuole poi molto per indovinare chi è il saggio.

Chiocciole e chioccioline

8451d5fd8fa389f596bbe62749010e34Il mio primo giorno di scuola, il 14 settembre, non è stato tale, perché non sono entrato in nessuna delle mie classi; lo so, ho una visione molto restrittiva della scuola(insegnare e non intrattenere). Tre ore di vuoto-pieno dedicate, invece, all’organizzazione e all’accoglienza dei primini, che, ad essere sincero, non mi competeva affatto, però, quando ai colleghi di prima, deputati ad accogliere nella grande sala gli studentelli accompagnati dai genitori, stava per sfuggire la situazione di mano a causa della scarsa familiarità con l’uso del microfono(suoni di voci ora flebili, ora stilnovisticamente sommesse, ora gracchianti, ora quasi afone), recependo le occhiate di sos dei più, ho afferrato il microfono e, come in una lunga litania, ho scandito con la mia voce da trombone circa 200 nomi di novelli liceali che, benedetti dal chiacchiericcio dei genitori, si sono lentamente allontanati in fila per rinchiudersi, come chioccioline dopo una giornata di afa, nelle classi. 

A metà giornata, nel momento del congedo dei genitori, ammassati con i figli nelle aule, rese asfittiche dal caldo impietoso, sorprendo una genitrice, ferma sulla soglia di un’aula, intenta a fotografare con il suo smartphone il figlioletto insieme ai compagni. L’ho immediatamente redarguita, invitandola fermamente a disattivare la fotocamera e spiegandole, al contempo, che il nostro regolamento vieta l’uso di qualsivoglia strumentazione destinata a riprendere, con foto o filmati, gli studenti, i professori e il personale tutto.

«Ma è solo una foto-ricordo, professore! Non intendo pubblicarla.»

«Ci mancherebbe.»

Ora io non sono sicuro se cotal mamma abbia scattato la foto, ma è possibile che, dopo un’ora di lettura ragionata e commento di regolamento d’istituto e patti educativi vari, gli adulti disattendano una regola che poco prima hanno sottoscritto? Quale speranza può brillare in questo ennesimo caotico snervante inizio d’anno scolastico?