La farsa finale

Solitamente, durante gli esami di Stato, quando la materia che insegno è affidata al commissario esterno, non è mio costume presenziare al colloquio per seguire come spettatore la performance degli alunni migliori; mi pare assai indelicato e irriguardoso nei confronti dei colleghi-commissari esterni apparire in veste di silenzioso vigilante degli interessi dei miei studenti. Invece da esterno mi è successo spesso di veder materializzarsi, nell’aula dell’orale, la collega di lettere o di qualche altra materia interessata a sorbirsi interamente il colloquio. Non senza il mio dissimulato disappunto. Certamente la curiosità su come si svolgano gli esami dei maturandi rode anche il professore più glaciale e algido(in apparenza), perciò, a sessione ultimata, mi è sembrato naturale informarmi con il coordinatore sull’andamento degli orali.

Buonasera, caro! So che l’esame nel complesso è andato bene, voglio chiederti se in latino i ragazzi hanno risposto bene.

Il collega ha così risposto.

L’esame è andato nel complesso molto bene. I colloqui hanno avuto un andamento diverso dal solito. La presidente ha voluto che facessimo domande solo se riuscivamo a inserirci nel percorso che il candidato sviluppava. Pensa che io avrò discusso di xyz con non più di 10 candidati. Qualcuno ha toccato spontaneamente la materia. Ad altri ho fatto qualche domandina giusto per non stare zitto e non sempre dell’anno in corso. Pochi hanno coinvolto il latino nel percorso o hanno avuto poste domande. Posso essere più preciso andando a riguardare gli argomenti nelle schede del candidato. Un esame meno volto alla valutazione della conoscenza dei contenuti. Dopo tanto lavoro è un po’ una delusione.

Non si può dare torto al collega. A cosa è servito tanto sacrificio sia da parte dei colleghi che degli studenti nel corso del quinquennio? Quanti approfondimenti! Quante rinunce! Quante lotte!

Credo che in questa risposta si condensi tutto il senso della riforma ultima degli esami di Stato. Posto ciò, le strade da percorrere in classe nel corso del quinquennio possono essere tre:

Impegnarsi fino in fondo laddove si insegni italiano, utile per la prima prova; potenziare al massimo le materie oggetto della seconda prova; tirare il meglio dagli studenti nel corso del triennio. Il resto, ossia l’esame di Stato, resta un mero formalizzare quanto si è svolto durante gli anni. Non mi convincerò mai del fatto che un giovane a diciotto anni ex abrupto possa condurre un colloquio dignitoso che, partendo da un documento, testo, immagine, accolga le istanze epistemiche delle singole discipline e tessa dritto e rovescio un arazzo di pensiero maturo. Può succedere, ma raramente. Se poi ci vogliamo prendere in giro, millantando i mirabilia dei nostri studenti, lo si faccia pure! Non interessa a nessun, men che meno ai maturandi stessi, già da maggio iscritti alle università, senza peraltro che abbiano conseguito il diploma quinquennale, e in procinto di volare verso altre mete.

L’orizzonte resta desolante; non c’è più alcuna possibilità di riscatto per la scuola italiana sotto il profilo educativo. L’esame non è più tale, non è più una prova da superare, ma la ratifica ipocrita di un percorso. Un riforma dietro l’altra e sempre peggiore della precedente.

Maggio che fu

Il paleolitico del Primo Maggio in un libro di lettura vintage. Domani, dopo 14 vergognosi giorni di vacanza, rientro a scuola. Se già io mi sento un alienato, non oso immaginare le condizioni in cui troverò gli studenti. Sappia chi di dovere(MIUR e ministri vari)che questa è una delle tante conseguenze dell’autonomia scolastica, che da anni sta letteralmente macellando la scuola italiana. Per non parlare del danno all’erario… Sic est.

Castelli, prigioni e libertà

Ho scelto di entrare in quel castello, che è il carcere di Volterra, io sento che sono ancora all’inizio e non ho fatto ancora assolutamente nulla, non ho capito ancora nulla, non sono arrivato ancora a nessun risultato, però ogni volta che guadagno un millimetro o un centimetro, mi sembra di scoprire l’intero universo come funziona… avevo bisogno di mura che mi contenessero, il mio problema era quanto sono prigioniero io, quindi mi interessa il carcere come metafora, come idea che abbiamo dentro di noi…Come fa l’uomo a liberarsi? Quali sono le sue prigioni? Dobbiamo passare dall’homo sapiens all’uomo felix, prendere consapevolezza delle libertà che abbiamo come esseri umani. La speranza è quando torni a te stesso e non torni uguale a prima. (Armando Punzo)

Sono alcuni stralci del dialogo tra Domenico Iannaccone e Armando Punzo estrapolati dal programma I Dieci comandamenti, che è andato in onda ieri sera su RaiTRE con il sottotitolo Anime salve, dedicato ai detenuti del carcere di Volterra, dove il regista ha fondato La compagnia della fortezza, sperimentazione fortunatissima del teatro in carcere. Ho scelto di postare questi pensieri, non miei, ma che sento tali, per augurare a chi passi di qui i miei migliori auguri, sicuramente atipici, ma rispondenti al mio disarticolato sentire generale.  Mi pare che le parole dello straordinario Armando Punzo contengano un messaggio in un certo senso estendibile alla generalità di quanti possano leggere queste mie pagine e che ben si attaglia all’atmosfera culturale e alla cornice storica dell’Italia di questi giorni. Certamente dell’Italia che vorremmo e che in qualche nicchia c’è, esiste e resiste. Siamo un po’ tutti stanchi e avviliti per le narrazioni egocentrate, arroganti e penose provenienti dai luoghi istituzionali; ci aspetteremmo rappresentanti del bene pubblico capaci di ammettere umilmente di essere ancora all’inizio, di non avere capito nulla, di non essere approdati ad alcun risultato, al massimo di avere conquistato soltanto qualche millimetro o centimetro. Invece le dobbiamo ascoltare da un regista e direttore artistico, appunto Armando Punzo, che nella pratica teatrale realizza un dettato costituzionale. Inoltre penso che tali parole possano essere di augurio per le nostre vite, spesso inconsapevoli prigioni di cui ci riteniamo vigili guardie. La prigionia della professione, del ruolo, della famiglia, della cultura fine a se stessa, la prigionia dei consumi, del corpo, del tempo… Auguro a tutti, in primis a me stesso, di iniziare ad attraversarle, di renderle quanto più possibile trasparenti, trasformandole in occasioni di libertà. Non trovo per l’incipiente e imminente e apparente passaggio altre parole o auguri.

Turni scolastici a pagamento

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In questi giorni sto rovistando tra le pagine dei miei libri e della rete web alla ricerca di brevi saggi e articoli giornalistici di una certa autorevolezza da utilizzare per la strutturazione delle prove di italiano da ammannire ai miei studenti. Attualmente sto piacevolmente lavorando sulla tipologia A che, secondo le nuove indicazioni ministeriali, più sagge e intelligenti delle precedenti, prevede l’analisi di un testo, collocabile cronologicamente tra l’Unità d’Italia e il nostro oggi, di cui lo studente dovrà rendere ragione sul piano della comprensione semantica e degli snodi linguistici senza però indugiare sui tecnicismi della retorica fine a se stessa. In questi giorni di labor ho anche dialogato via mail con un professore dell’Unifi, che gentilmente, pur non conoscendomi, ha chiarito un brevissimo passo di un suo saggio che rischiavo di non interpretare bene. Quando la preparazione è accoppiata all’umiltà può succedere anche questo, e cioè che due sconosciuti possano discutere a distanza di letteratura.

 

Ed è così che navigando tra una pagina reale e una virtuale mi imbatto in un articolo pregevole di Vittorio Pelligra pubblicato su Il Sole 24 ore.

Consiglio la lettura a tutti, ma in particolare ai docenti.

Nel mattino un volo

Lo so, è molto stupido, ma ieri, mentre percorrevo un tratto autostradale siciliano impreziosito da ponti e viadotti, fantasticavo su come ci si sarebbe potuti difendere o riparare dal vuoto improvviso e dalle macerie, che ti intombano in una frazione di secondi, qualora si verifichi un crollo. Penso che dopo il disastro di Genova si sia un po’ tutti traumatizzati dalle immagini, che riprendono una parte del crollo del ponte Morandi, perciò queste infantili fantasticherie sono abbastanza normali. A dire il vero, a prescindere dal disastro di Genova, ho sempre temuto, e temo, ponti, viadotti e strade che costeggiano dirupi o si arrampicano sul vuoto. Particolarmente impressionante per esempio, sulla statale 624 Palermo-Sciacca, è l’uscita per Piana degli Albanesi; dal tronco della statale, famigerata per gli incidenti mortali e in alcuni punti impraticabile se le condizioni del tempo sono avverse, si leva un contorto serpentone a più tornanti, che sembra far fluttuare i mezzi nel vuoto. Basterebbe una manovra errata e giù dritti nel baratro. L’ho percorsa finora soltanto due volte e penso che sia sufficiente per non ripetere l’esperienza. Non parliamo poi dell’autostrada Palermo-Messina: si tratta, dopo Cefalù, di un peana cantato all’ingegneria umana e alla caparbietà della natura: viadotti e gallerie si susseguono quasi ininterrottamente togliendoti il respiro. Ci si può rilassare(forse)soltanto se non si sta alla guida, infatti è possibile osservare e ammirare da una parte il mare con la sua straordinaria scatola di colori acquorei e dall’altra le asprezze dei monti siciliani, i cui piedi, in alcuni punti, si immergono direttamente nel mare. Verde e azzurro ai lati dell’osservatore, azzurro in alto e vuoto sotto i mezzi. Giù l’unico letto è costituito dalle pietre delle fiumare. Poi il buio delle interminabili gallerie, le cui volte verdeggiano di muschio e sono rigate da rivoli d’acqua piovana.

Ingegno umano e forza della natura convivono pacifiche in un patto non siglato e non sottoscritto, pronto a snudare deficienze umane, occultate dal mito del mercato e dello sviluppo a tutti i costi, e impeto incontrollabile delle energie terrestri, marine e aeree.

Poi, talvolta, in un momento imprecisato, ingegno e natura si guardano in faccia e i loro sguardi non si allineano sullo stesso orizzonte.

Così alcuni muoiono, mentre altri celebrano e celebreranno processi, da cui forse si accenderà qualche bagliore di verità. Fulmineo come il volo dal ponte degli sciagurati di turno.