“La linea”

Ebbene sì, non essendo abbastanza sufficienti le difficoltà legate al Covid, si son pure aggiunte le disastrate strade interne della sicula terra; da mesi la provinciale che mi consentiva di giungere a scuola in 30 minuti è stata interdetta al transito per la caduta di massi sulla galleria paramassi. Già da qualche anno la montagna dà segni di cedimento, infatti soltanto per un caso fortuito non si è celebrato qualche funerale in più nel mio centro perché nessun automobilista è rimasto schiacciato da uno dei tanti massi, che una tantum piomba sul manto stradale per dirci che la montagna è viva e vegeta, pur senza vegetazione. La chiusura del transito ha comportato la ricerca di vie alternative e perciò per qualche mese, per raggiungere la scuola nel capoluogo, ho dovuto percorrere due provinciali, una statale e, ciliegina sulla torta, finanche l’autostrada, dove un giorno sì e pure l’altro si verifica un tamponamento con conseguente coda chilometrica. Sordo ai consigli di alcuni miei compaesani, mi sono ostinato a raddoppiare il percorso, rifiutandomi di percorrere una per me sconosciuta strada di montagna, che mi avrebbe consentito di arrivare a scuola in mezz’ora, evitando il traffico. L’ostinazione però si è scontrata con la realtà, quando un venerdì pomeriggio non riuscivo in nessun modo a raggiungere l’autostrada per un congestionamento infernale del traffico. Prostrato e scoraggiato, ho detto a me stesso “o la va o la spacca” e così dopo un brevissimo percorso per un’altra statale mi sono inerpicato tra le montagne, seguendo i consigli dei miei saggi paesanelli. Ebbene sì. In 30 minuti, pur avendo imboccato delle straduzze fuori mano, con il cuore in bocca per l’ansia dell’ ignoto ho raggiunto la mia casetta. E da quel giorno mi sono letteralmente innamorato di questo percorso, lungo il quale respiro aria pura e ammiro il paesaggio montano. Certo le temperature non sono miti, siamo fra 2 e 4 gradi, ma in compagnia del sole e della luce piena tutto si colora di poesia. Qualche mattina ho anche ammirato gli aghetti di ghiaccio sull’erba e sui cespugli ancora spogli di ginestre, ma con il passare dei giorni il tepore ha dato spazio alla fioritura dei cigli delle strade, che sfoderano fiori selvatici azzurrognoli, violetti e gialli. Anche il rosmarino è in rigoglio e mostra la sua folta capigliatura odorosa. Per le ginestre invece è ancora presto. Ma il fascino di questa strada sta nelle due gallerie, che bisogna oltrepassare. Strettissime, strettissime. Due automobili non possono incrociarsi, pertanto prima di imboccarle è necessario accertarsi che la via sia libera. Si entra con estrema lentezza e cautela e poi si procede spediti. Il motivo è ben presto detto: si tratta di gallerie ferroviarie destinate a un unico binario; a quanto pare furono in uso nell’era del fascio e, dopo la dismissione della linea, la ferrovia è diventata strada. Ma queste sono dicerie. Purtroppo ad oggi non sono riuscito a trovare una fonte storica certa sull’uso di questa ferrovia, ma conto di riuscire nell’intento. Intanto mi godo il paesaggio e la natura. Chissà quale meraviglia provavano gli antichi viaggiatori su questa linea! E se ciò non è mai avvenuto, è bastevole il sognarlo a patinarlo di poesia.

La terza

Ed anche la dose numero tre mi è stata iniettata. Dopo Astrazeneca mi è toccato il vaccino Moderna.

Ieri ho prenotato e oggi pomeriggio ho raggiunto una sede vaccinale sperduta tra le campagne viciniori. Stamani ho fatto una prima esplorazione al ritorno da scuola per accertarmi del sito e non girovagare a vuoto alla ricerca dell’hub e ne ho ricevuto un’impressione positiva, ma alle sei di sera il paesaggio, ridente di giorno, mi è apparso spettrale e squallido. Forse a ciò hanno contribuito la scarsa illuminazione esterna, i capannoni artigianali e il freddo pungente che mi son beccato nell’attesa di un’eventuale reazione x dopo la somministrazione, infatti da incallito spirito libero ho preferito attendere fuori dalla struttura e non nella zona predisposta dall’asp.

Mi ha tenuto compagnia uno dei miei nipoti, che a tutti i costi non ha voluto che andassi da solo a vaccinarmi, temendo chissà quale reazione. Nonostante le mie manovre di depistaggio, costui è riuscito a sapere dove e quando, servendosi di spie in famiglia. Per la eventuale quarta dose la mia bocca sarà cucita a dovere.

I classici 15-20 minuti di post vaccino sono trascorsi velocemente e non senza qualche momento ilare: io e il nipote abbiamo incoraggiato una giovanissima mamma con figlia al seguito che si è segnata con la croce del rosario davanti all’ingresso dell’hub. Per lei e la figliola si è trattato della prima dose, procrastinata di mese in mese per paura . informazioni poco corrette apprese sui social e, aggiungo io, una certa dose di ignoranza.

Nel mio piccolo ho cercato di rincuorarle, ma le due si sono avviate tremebonde come vittime per un sacrificio. Le quattro chiacchiere, sono certo, non sono servite a nulla.

Conta, invece, che si siano vaccinate.

Falsari della parola

Nella sfigata mattinata di un tipico lunedì di pioggia battente improvvisa e di traffico automobilistico degno di un Caronte infernale, potenziato da un ponte in rovina su un’arteria stradale vitale per Palermo, ho sperimentato quanto il linguaggio dei politici e di molti informatori, e non solo, sia degno dei migliori falsari di dantesca memoria. 

Nel corso di un’ennesima peregrinazione presso un polo medico di eccellenza, al quale il mio caro papà(invalido e ormai handicappato)si è evidentemente affezionato, ho toccato con mente e parola che il green pass non è quello che dovrebbe rappresentare. Col verde del semaforo passi, col green pass non passi. Di verde non ha nulla, né della luminosità di un semaforo, né di un ameno poggio verde ridente in epoca green; una metafora infelice, privata di ogni rapporto referenziale con l’oggetto, che nei fatti non ti consente di varcare la soglia di un ospedale come accompagnatore di un paziente, handicappato in carrozzina, e per giunta con un bel pannolone da incontinenza. Gli operatori, dopo aver rilevato la temperatura mia e del mio creatore, mi hanno subito richiesto l’attestazione di un tampone per poter varcare l’ingresso e a nulla è valso che esibissi l’attestazione dell’handicap di mio padre, che ha diritto ad essere assistito da un familiare. Risultato? Sono rimasto fuori dalla struttura, mentre un’operatrice si è presa cura di guidare la carrozzina di mio padre per i meandri dell’ospedale. Ho atteso in fibrillazione per circa 30 minuti, timoroso che mio padre potesse aver bisogno anche solo di un bicchiere d’acqua o di andare al cesso; i miei timori si sono rivelati in parte infondati: papà se l’è tenuta addosso l’urina e l’operatrice ha lasciato da solo mio padre, che stoicamente ha trattenuto la piscia nella vescica. Sia chiaro! Non contesto per nulla la scelta del dirigente sanitario, ma almeno avvertire il paziente nel corso del triage telefonico, avvenuto qualche giorno prima dell’esame diagnostico, della necessità del tampone per l’accompagnatore(non per il paziente(mah!), peraltro eseguibile in un capannone montato ad hoc nei pressi dell’ingresso. Potreste obiettare che, stando così le cose, avrei potuto “tamponarmi”, ma sarebbe trascorsa almeno un’ora, considerata la fila dei tamponandi. Ho preferito, invece, rendere veloce l’esame diagnostico per “liberare” mio padre sofferente.

Attenzione! Sia chiaro che io non contesto il green pass, né tanto meno la vaccinazione(sono pronto a farmi inoculare 20 vaccini),ma la designazione di un oggetto con un nome falso, infatti si tratta esclusivamente di un’attestazione di vaccinazione, spacciata per pass da mere ragioni economiche; ciò vuol dire che, se voglio strafogarmi di cibo al ristorante in piacevole compagnia per svago e gola, il pass mi fa passare, se invece accompagno un handicappato all’ospedale il pass è meno utile della carta per il deretano(così mi ha risposto l’operatore). Manca la chiarezza e l’onestà di dire come stanno le cose: il green pass è un’attestazione di vaccinazione, che ci rende ugualmente contagiabili e contagiosi, nel caso il virus trovi una crepa nel sistema immunitario. Virologi e ospedalieri lo hanno chiarito ampiamente, ma non i politici che ci rappresentano(?). Però secondo la vulgata politica il pass funziona meglio sui treni velocissimi e al ristorante. Vergognoso! Indecente! Inaccettabile! E funziona anche a scuola. Ma per il personale tutto, non per i gigliucci da coltivare. Questi sono mondi, immagini iperuraniche della salute, non contagiabili dal virus e soprattutto non contagiosi come noi, immondi vermi dell’insegnamento, novelli untori del terziario.

RispondiInoltra

L’invisa

Tra i pasticci indigesti che il Miur ha servito quest’anno sulle mense didattiche di alunni e docenti c’è stata, e purtroppo ci sarà, l’educazione civica, che considerata come disciplina in sé merita il massimo rispetto da parte di tutti e che, peraltro, da sempre attraversa gli argomenti proposti ai ragazzi mediante le varie materie di insegnamento. Anziché provvedere all’istituzione di una nuova materia d’insegnamento con uno specifico monte orario e con personale avente titolo di insegnamento della disciplina, le elette menti hanno creduto opportuno erodere almeno un minimo di 33 ore al monte orario di ciascun istituto secondario di secondo grado per devolverlo in beneficenza alla nuova materia; ciò vuol dire che ciascun docente ha ceduto una fettina delle proprie sacre ore intoccabili e ineffabili per concorrere alla farcita, allo spezzatino composito, alla macedonia di frutti, che è appunto l’educazione civica. Così ciascun consiglio in sede di programmazione, armato di coltelli e pugnali, ha dovuto partorire un progetto ancora più vergognosamente male assortito della diabolica prescrizione ministeriale. Asinologia applicata ha ceduto 4 ore proponendo l’approfondimento dei diritti degli asini a tirare calci se eccesssivamente stimolati, biologia delle tinture cinesi, disquisendo sulle diseguaglianze che colpiscono i calvi rispetto ai lungo-chiomati, 3 ore, statistica della peluria ascellare, parlando della minoranza dei glabri della Papuasia, 2 ore, tecnica delle lamentazioni esistenziali con un bel progetto Depressione da post COVID 7 ore e così via fino al raggiungimento di un contenitore di 33-35 ore. Progetto civico che via via nel corso dell’anno ha assecondato più le misteriose vie delle predilezioni personali dei docenti e degli alunni che gli orizzonti ministeriali. Progetto che si è perso tra le nebbie cimmerie delle sudate carte virtuali, tranne che nelle fasi delle valutazioni quadrimestrali. Ed ecco allora la corsa a rabberciare ore, minuti e secondi per rispettare gli impegni e procedere alla valutazione. Ma l’epifania dell’educazione civica si è celebrata nel quadro dei voti assegnati, un florilegio di 9 e 10 da fare invidia ai migliori college svizzeri. Laddove è stato possibile, i più cattivi tra noi abbiamo abbassato l’asticella delle eccellenze civiche, sgonfiando il pallone degli entusiasmi parossistici dei colleghi invasati. Tra l’altro il voto di educazione civica fa media e mi pare che la scuola non sia un mercatino…

Il primo del ’21

Chi mi conosce sa quanto io detesti con tutto me stesso lo scoccare della mezzanotte del trentuno dicembre con tutti gli annessi e connessi che tale inutile baldoria comporta soprattutto per coloro che sono aristotelicamente affetti da pulsioni di socialità a tutti i costi; l’atmosfera pandemica di questi tristi tempi e i provvedimenti governativi hanno però sferrato un bel colpo basso agli illusi edonisti del brindisi di mezzanotte, costringendoci tutti, o quasi, a star rintanati nelle nostre tiepide case piuttosto che stipati nelle piazze o nei locali della movida italiana, europea ed extra, in attesa del passaggio di kronos. Sono però certo che grappoli di imbecilli, fregandosene altamente delle regole, si sono radunati laddove i controlli delle forze dell’ordine non potevano per forza di cose arrivare o le hanno sfidate per spirito oppositivo, inneggiando ad una libertà personale distortamente interpretata, sciamando nelle piazze o in luoghi ben in vista proprio allo scopo di farsi notare. Al contempo altrettanti stolti si sono riuniti a fare bagordi nelle case private, essendovi arrivati a due a due alla chetichella nelle giornate aranciate.

Son questi, purtroppo, gli unici pensieri, a dir poco velenosi, che mi sono passati per la testa stanotte e che, fortunatamente, in questo primo tramonto di gennaio son volati via, eppure non riesco a formulare alcunché di positivo e propositivo per questa giornata simbolica. So soltanto che mi son liberato di un peso emotivo, che ieri mi ha attanagliato per l’intera giornata. Oggi mi sento sereno e guardo fiducioso al futuro, malgrado le notizie relative alla situazione sanitaria del mio paesello non siano del tutto confortanti; la mia amica Marianeve mi ha appena aggiornato sulla situazione di tanti nostri compaesani, dai ricoverati in rianimazione ai positivi asintomatici. Precisa come un bollettino sanitario, costei riesce ad estorcere notizie a chicchessia, sia in modo diretto che indiretto. Nel tragico, perciò, c’è per me anche il comico, perché è un autentico scialo ascoltarla, mentre recita nomi come in una litania, tesse parentele e affinità tra i malati, indaga sulle modalità di contagio e sui possibili contatti tra infetti e sani. Se ciò sotto il profilo razionale collide con la mia sensibilità, sotto il profilo emotivo, invece, mi rassicura e mi orienta negli sporadici movimenti che sono obbligato a fare per le necessità quotidiane, soprattutto se è vero che, stando ai suoi informatori segreti e autorevoli, qualche debosciato, pur positivo, finge di non esserlo, pur di non rinunciare al proprio lavoro autonomo. Voglio pensare che tali figuri siano il frutto di dicerie letterarie popolari, alle quali la pur lucida Marianeve presta credito senza rendersene conto, ma si sa quanto l’uomo per il vil denaro sia disposto a vendersi finanche la propria madre.