Auspicio e consolazione

A guisa di auspicio fausto per un progressivo miglioramento della qualità del mio lavoro di insegnante, ma anche per festeggiare il capodanno scolastico, che è stato inaugurato ieri primo settembre in una cornice collegiale chiacchierona e ancora estiva, dove comunque è giunta l’eco rosso-tiziano del diktat ministeriale che vuole tutti promossi, mi pubblico, per la serie io me la canto e io me la suono, due messaggi privati di ex alunni.

Il primo, scritto da un alunno che ho avuto soltanto al biennio, è sprone a correggere il tiro, il secondo è consolatorio.

Primo

A volte sembrava di stare sotto una nuvola nera. Non sapevi quando scoppiava il temporale, e soprattutto nella mente di un ragazzo di scuola superiore, perchè questo temporale scoppiava. Lei ha spinto molti di noi verso punti che pensavano inarrivabili, ma forse solo e io e Gandolfo abbiamo capito perchè lo facesse. Gli altri cercavano solo di scansarsi dal temporale. Giunti al triennio, sebbene lo stesso Daniele abbia spesso ricordato come lei fosse uno da rispettare, “con le palle” e molto raramente qualcuno parlava male di lei alle spalle, la maggior parte di noi, proprio perchè non ha compreso il motivo del suo comportamento, ha scordato e perso tutto.

A volte si riceveva l’impressione di ricevere un insegnamento arbitrario. Chi non dispone della giusta sensibilità è sordo ai suoi messaggi.

Si potrebbe dire che la colpa stia in una sua personale “erogazione” dell’insegnamento e che magari stesse “insegnando a se stesso”. Ma io potrei obiettare semplicemente, come ho detto prima, citando il fatto che gli studenti non sono selezionati e confusi.

Si, lei non segue il normale piano di insegnamento. È arbitrario.

Perchè fare Pirandello in prima se è programma di quinta, dicono molti. La sensibilità è di prima o di quinta? Alcuni pensano che lei stesse deliberatamente complicando la vita agli studenti. Può immaginare le cavolate di certi genitori preoccupati per il “troppo gravoso” carico di studi sulle testoline dei loro figli.

Secondo

Buonasera Professore,

Le scrivo perché in questi giorni le volevo fare una telefonata, ma ho perso il suo numero. Mi sono poi ricordato di avere da qualche parte la sua mail, e dunque ho pensato bene di scriverle qui.

Come sta? Come sono andate le vacanze?

Siccome sto lavorando assieme ad altri ragazzi su un progetto sulle Soft Skills (le spiegherò meglio di cose si tratta), volevo chiamarla per chiederle un paio di cose su metodi di insegnamento/valutazione.

Potrebbe gentilmente mandarmi il suo numero o scrivermi un messaggio?

Ah, ho messo come oggetto “Latino” in ricordo di tutti quei pomeriggi passati a studiare quella materia.

Un abbraccio

Nani e giganti

lgav66-9Già, di mio, c’è che sono nanerottolo di statura, tanto che, nelle oasi di ilarità con i miei studenti, quando le dita, di gesso munite, cercano disperatamente di sfruttare anche la parte alta della lavagna, per strappare all’ardesia il suo nero cupo e lucido(dipende da quanto è pulita), fallito vergognosamente l’atto di scrittura, apostrofo scherzosamente ed enfaticamente l’amministrazione per il fatto che non dota l’aula di una pedana per nanodocenti. Loro oggi, due giganti, Marco e Piero, dopo avere bussato delicatamente alla porta, me li sono ritrovati in classe, ancora più alti di sette anni fa. Belli e sorridenti. Delicati e deferenti come sempre. Li ho avvinghiati in un lungo abbraccio, fregandome altamente dei secondini interrogati in storia, i cui denti brillavano di contentezza per la morsa inaspettatamente allentata.

Loro, i gigantelli, si sono diplomati sette anni or sono. Oggi sono dei venticinquenni, degli uomini insomma con tanto di lavoro onorevole. Non hanno proseguito gli studi universitari, ma servono lo Stato nelle forze di polizia e nell’esercito. Uno svolge il suo lavoro in Calabria, quanto è dura, prof!, l’altro ha trascorso otto mesi in Afghanistan in missione. Così, i racconti, mi hanno fatto sentire ancora più nano. In circa un anno Gigante Marco ha accumulato un’esperienza di vita che io neanche me la sogno. E l’altro, Gigante Piero, non ne ha di meno. Ai racconti sono seguiti i pubblici ringraziamenti per i cinque anni trascorsi insieme e per le marce in più, bontà loro, che hanno ingranato grazie alla mia didattica tiranna.

Ci siamo salutati promettendoci una pizza insieme. Ma con tutti gli altri compagni, distribuiti in mezza Europa.

Il problema è riunirli tutti insieme. Ma alla provvidenza non c’è limite.

Ferro e carne

Qualche mattina fa sono andato al teatro con una mia classe; abbiamo assistito ad uno spettacolo indefinibile, una specie di miscellanea di generi artistici(danza contemporanea in primis, e poi mimo, cinema, narrazione, metateatro), la cui struttura proteiforme richiamava, specularmente, il contenuto(la mescolanza felice, e l’intersecazione, tra diverse culture e popoli nella Sicilia medioevale confrontata, grazie agli interventi di un narratore eterodiegetico, con la povertà culturale innescata dall’arrivismo politico attuale).

Durante la performance non mi è sfuggito di osservare tra i ragazzi qualche faccia perplessa, perciò, nei giorni successivi, laddove mi è stato possibile, ho ripreso in due classi il tema dello spettacolo teatrale, avviando un dibattito; mediamente ipocriti, ma anche per timidezza o disinteresse, i più si sono limitati ad esprimere dei pareri neutri, grigi, al limite della compiacenza nei miei confronti. Soltanto uno ha avuto il coraggio di spiattellarmi la sua verità e ha espresso un giudizio negativo; l’ho pertanto lodato per la sincerità e da quest’esplosione di autenticità s’è dipanato poi il filo della ricostruzione a posteriori del senso di quanto visto a teatro.

Di contro si sono dimostrati iperbolicamente attivi per quanto riguarda l’organizzazione: dovendo raggiungere un teatro posto agli antipodi della scuola, abbiamo scelto come mezzo il treno, che ci ha scaricati a pochi metri dalla sala; il bus, invece, avrebbe comportato un saliscendi dispendioso di tempo. Il giorno prima, i rappresentanti di classe hanno acquistato i biglietti di andata e ritorno per tutti i compagni, mi hanno consegnato le autorizzazioni dei genitori e le quote. In treno ci siamo sparpagliati qua e là, non potendo stare tutti compressi nello stesso vagone, ma talvolta, durante la marcia, qualche collo si allungava verso il corridoio per verificare dove mi trovassi o se avessi cambiato posto. 

Al ritorno eravamo, invece, tutti più  liberi, così mi sono fiondato nel mio passatempo preferito, quando il treno sferraglia: osservare, da dentro, fuori. Il movimento, mentre tutto, apparentemente, è fermo. Io che da fermo mi muovo. Nessun particolare paesaggistico di rilievo, se non i binari che corrono paralleli e s’intersecano, per poi allontanarsi e toccarsi nuovamente. Vite di ferro su cui scorrono vite di carne.

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Paralisi di gioia

0af1a81c5ec15bb9157d952e6f94e385Gli ultimi, gli ultimi, senza appello. L’incompetenza informatica di tutti i commissari, me compreso(che mi son sempre ritenuto in grado di…), e un errore madornale, di cui ci siamo accorti poco prima di pubblicare i risultati finali, hanno rallentato, fino alle crisi isteriche e nevrotiche delle commissarie, i lavori della commissione lenta. La lentezza come motto degli esami di quest’anno non ha sempre dato buoni frutti. Eppure l’alba dell’ultima giornata d’esami, tra candidati eccellenti e verifica certosina di tutti i passaggi burocratici, aveva fatto sperare bene; dopo giorni di afa e tasso glicemico alle stelle(per via delle colazioni e merende epuloniche, tra la pausa ufficiale e quelle di passaggio di consegne da un candidato a un altro), tutti avevamo immaginato di poter concludere alle 14, invece dall’edificio scolastico siamo usciti alle 19. Quindi, se la matematica non è un’opinione, abbiamo accumulato ben 5 ore di ritardo tra telefonate a numeri verdi, gialli e rossi e mobilitazione di esperti(mai esperti nel concreto), incazzature e invocazioni di ausilio agli Inferi e ai Superi, appelli a talismani e medagliette miracolose, rimpianto crepuscolare per le vecchie carte da riempire a penna e per ai miei tempi era meglio che ora. I fatti, le vicende e le cose occorsi hanno, però, un nome: imperizia, incompetenza, superficialità. Così queste maledette cinque ore mi hanno tolto il gusto di assaporare la gioia degli esami, condotti dai miei alunni, e dei loro risultati. Dopo cinque anni mi porto un bel gruzzoletto: 4 cento, di cui uno con lode. A parte i voti dagli ottanta a salire. Ma anche questo poco importa. La gioia scaturisce dal sentimento di riconoscenza, che i ragazzi mi hanno dimostrato in questi giorni. Sono stati cinque anni di silenzio. E invece, a conclusione, si sono scatenati con mail, dichiarazioni pubbliche davanti alla commissione lenta, sguardi di complicità, saluti e abbracci dei genitori. E un libro, sì, un libro a me dedicato( sono l’unico a possederlo), che ha scritto un mio allievo, un prosimetro di genere epico, che racconta le vicende scolastiche di cinque anni con protagonisti gli alunni di alcune classi e noi professori. Un piccolo capolavoro assimilabile, per spirito e genere, alle opere di Anton Francesco Grazzini, di Teofilo Folengo e di Berni.

Gioia, gioia, gioia.

E so che non finisce qui la parte diciamo umana del mio lavoro. Anche le esterne si son dovute arrendere alle situazioni di fatto e si sono complimentate con gli interni. E proprio Icovellauna, la più rigida, con cui inizialmente mi son beccato, si è rivelata una professionista saggia e intelligente. E siamo diventati amici. E abbiamo parlato, nelle pause, di libri, di didattica, di percorsi. La gioia di questi giorni è stata perciò incontenibile, soltanto ora riesco a parlare degli esami.

La paralisi emotiva adesso è terminata.

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