E lasciateci divertire!

lisabettaSi boccazzeggia seriamente a scuola. I miei alunni, dopo aver letto e studiato una ventina di novelle secondo i sacri crismi del più antiquato metodo di insegnamento, di cui mi glorio, realizzeranno, suddivisi in gruppi di quattro, un video che dovrà rappresentare una scena saliente di una delle novelle assegnate alle varie brigate. Oggi i ragazzi hanno accolto con entusiasmo la proposta. Chissà che ne verrà fuori. La consegna prevede che loro stessi saranno attori e registi e potranno o attenersi fedelmente al testo o attualizzarlo; le varie scene saranno successivamente montate in un unico film e proiettate in classe. Se l’esperimento dovesse riuscire, lo condivideremo con tutta la scuola. Ho detto loro che io sarò defilato, ma una vocina mi dice che cercheranno aiuto e vorranno consigli. Non riesco proprio a vederli con la testa di Lorenzo nel vaso di basilico o l’elitropia di Calandrino. Divertimento assicurato e apprendimento ludico. D’altronde il Certaldese non si proponeva anche di allietare il suo pubblico? Non saranno certo lenite le pene d’amore, ma sicuramente alleggerite quelle scolastiche.

Che divertimento sia!

Con un pugno di stelle

ecco_come_nato_il_piccolo_principe_00Il principino entra sulla scena con un pugno di stelle e le depone in un angolo del palcoscenico. Le stelle si accenderanno dopo che il principino e l’aviatore avranno consumato la loro esperienza; il primo vagando di pianeta in pianeta, di asteroide in asteroide alla ricerca delle motivazioni che spingono gli uomini e l’universo tutto ad affannarsi alla ricerca del potere, del successo, della morale universale, l’altro a ritrovare nell’esperienza del deserto il senso profondo del vivere.

Si dipana così, in una scenografia essenziale, la scrittura teatrale de “Il piccolo principe”, realizzata da registi e attori panormitani; vi ho condotto i miei primini, che a giudicare dal silenzio pare abbiano seguito con interesse lo spettacolo, un misto di teatro nel senso letterale del termine, danza, mimica, animazione per mezzo di audiovisivi, musica. Una miscellanea sobria e raccolta in un piccolissimo teatro della città.

Anch’io ho tratto profitto da questa pausa curricolare. Sulla scena ho rivisto la rosa, la volpe, il serpente, l’elefante, il deserto, il cappello e, insieme, la miseria e la grandezza degli uomini.

Prendersi cura degli altri, delle cose e, in una parola, del mondo, ci può salvare dall’indifferenziato del deserto esistenziale.

Auspicio e consolazione

A guisa di auspicio fausto per un progressivo miglioramento della qualità del mio lavoro di insegnante, ma anche per festeggiare il capodanno scolastico, che è stato inaugurato ieri primo settembre in una cornice collegiale chiacchierona e ancora estiva, dove comunque è giunta l’eco rosso-tiziano del diktat ministeriale che vuole tutti promossi, mi pubblico, per la serie io me la canto e io me la suono, due messaggi privati di ex alunni.

Il primo, scritto da un alunno che ho avuto soltanto al biennio, è sprone a correggere il tiro, il secondo è consolatorio.

Primo

A volte sembrava di stare sotto una nuvola nera. Non sapevi quando scoppiava il temporale, e soprattutto nella mente di un ragazzo di scuola superiore, perchè questo temporale scoppiava. Lei ha spinto molti di noi verso punti che pensavano inarrivabili, ma forse solo e io e Gandolfo abbiamo capito perchè lo facesse. Gli altri cercavano solo di scansarsi dal temporale. Giunti al triennio, sebbene lo stesso Daniele abbia spesso ricordato come lei fosse uno da rispettare, “con le palle” e molto raramente qualcuno parlava male di lei alle spalle, la maggior parte di noi, proprio perchè non ha compreso il motivo del suo comportamento, ha scordato e perso tutto.

A volte si riceveva l’impressione di ricevere un insegnamento arbitrario. Chi non dispone della giusta sensibilità è sordo ai suoi messaggi.

Si potrebbe dire che la colpa stia in una sua personale “erogazione” dell’insegnamento e che magari stesse “insegnando a se stesso”. Ma io potrei obiettare semplicemente, come ho detto prima, citando il fatto che gli studenti non sono selezionati e confusi.

Si, lei non segue il normale piano di insegnamento. È arbitrario.

Perchè fare Pirandello in prima se è programma di quinta, dicono molti. La sensibilità è di prima o di quinta? Alcuni pensano che lei stesse deliberatamente complicando la vita agli studenti. Può immaginare le cavolate di certi genitori preoccupati per il “troppo gravoso” carico di studi sulle testoline dei loro figli.

Secondo

Buonasera Professore,

Le scrivo perché in questi giorni le volevo fare una telefonata, ma ho perso il suo numero. Mi sono poi ricordato di avere da qualche parte la sua mail, e dunque ho pensato bene di scriverle qui.

Come sta? Come sono andate le vacanze?

Siccome sto lavorando assieme ad altri ragazzi su un progetto sulle Soft Skills (le spiegherò meglio di cose si tratta), volevo chiamarla per chiederle un paio di cose su metodi di insegnamento/valutazione.

Potrebbe gentilmente mandarmi il suo numero o scrivermi un messaggio?

Ah, ho messo come oggetto “Latino” in ricordo di tutti quei pomeriggi passati a studiare quella materia.

Un abbraccio

Nani e giganti

lgav66-9Già, di mio, c’è che sono nanerottolo di statura, tanto che, nelle oasi di ilarità con i miei studenti, quando le dita, di gesso munite, cercano disperatamente di sfruttare anche la parte alta della lavagna, per strappare all’ardesia il suo nero cupo e lucido(dipende da quanto è pulita), fallito vergognosamente l’atto di scrittura, apostrofo scherzosamente ed enfaticamente l’amministrazione per il fatto che non dota l’aula di una pedana per nanodocenti. Loro oggi, due giganti, Marco e Piero, dopo avere bussato delicatamente alla porta, me li sono ritrovati in classe, ancora più alti di sette anni fa. Belli e sorridenti. Delicati e deferenti come sempre. Li ho avvinghiati in un lungo abbraccio, fregandome altamente dei secondini interrogati in storia, i cui denti brillavano di contentezza per la morsa inaspettatamente allentata.

Loro, i gigantelli, si sono diplomati sette anni or sono. Oggi sono dei venticinquenni, degli uomini insomma con tanto di lavoro onorevole. Non hanno proseguito gli studi universitari, ma servono lo Stato nelle forze di polizia e nell’esercito. Uno svolge il suo lavoro in Calabria, quanto è dura, prof!, l’altro ha trascorso otto mesi in Afghanistan in missione. Così, i racconti, mi hanno fatto sentire ancora più nano. In circa un anno Gigante Marco ha accumulato un’esperienza di vita che io neanche me la sogno. E l’altro, Gigante Piero, non ne ha di meno. Ai racconti sono seguiti i pubblici ringraziamenti per i cinque anni trascorsi insieme e per le marce in più, bontà loro, che hanno ingranato grazie alla mia didattica tiranna.

Ci siamo salutati promettendoci una pizza insieme. Ma con tutti gli altri compagni, distribuiti in mezza Europa.

Il problema è riunirli tutti insieme. Ma alla provvidenza non c’è limite.

Ferro e carne

Qualche mattina fa sono andato al teatro con una mia classe; abbiamo assistito ad uno spettacolo indefinibile, una specie di miscellanea di generi artistici(danza contemporanea in primis, e poi mimo, cinema, narrazione, metateatro), la cui struttura proteiforme richiamava, specularmente, il contenuto(la mescolanza felice, e l’intersecazione, tra diverse culture e popoli nella Sicilia medioevale confrontata, grazie agli interventi di un narratore eterodiegetico, con la povertà culturale innescata dall’arrivismo politico attuale).

Durante la performance non mi è sfuggito di osservare tra i ragazzi qualche faccia perplessa, perciò, nei giorni successivi, laddove mi è stato possibile, ho ripreso in due classi il tema dello spettacolo teatrale, avviando un dibattito; mediamente ipocriti, ma anche per timidezza o disinteresse, i più si sono limitati ad esprimere dei pareri neutri, grigi, al limite della compiacenza nei miei confronti. Soltanto uno ha avuto il coraggio di spiattellarmi la sua verità e ha espresso un giudizio negativo; l’ho pertanto lodato per la sincerità e da quest’esplosione di autenticità s’è dipanato poi il filo della ricostruzione a posteriori del senso di quanto visto a teatro.

Di contro si sono dimostrati iperbolicamente attivi per quanto riguarda l’organizzazione: dovendo raggiungere un teatro posto agli antipodi della scuola, abbiamo scelto come mezzo il treno, che ci ha scaricati a pochi metri dalla sala; il bus, invece, avrebbe comportato un saliscendi dispendioso di tempo. Il giorno prima, i rappresentanti di classe hanno acquistato i biglietti di andata e ritorno per tutti i compagni, mi hanno consegnato le autorizzazioni dei genitori e le quote. In treno ci siamo sparpagliati qua e là, non potendo stare tutti compressi nello stesso vagone, ma talvolta, durante la marcia, qualche collo si allungava verso il corridoio per verificare dove mi trovassi o se avessi cambiato posto. 

Al ritorno eravamo, invece, tutti più  liberi, così mi sono fiondato nel mio passatempo preferito, quando il treno sferraglia: osservare, da dentro, fuori. Il movimento, mentre tutto, apparentemente, è fermo. Io che da fermo mi muovo. Nessun particolare paesaggistico di rilievo, se non i binari che corrono paralleli e s’intersecano, per poi allontanarsi e toccarsi nuovamente. Vite di ferro su cui scorrono vite di carne.

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