Ma la gloria non vedo

leopar2aAlessandro D’Avenia ha scritto una lista di 100 motivi per farsi trasportare nella conoscenza del poeta Leopardi; aggiungo alcuni dei miei, tutti interni alla sua opera.

Perché mi ha insegnato a ragionare con le stelle dalle finestre e ad ascoltare il canto della rana rimota alla campagna…

Perché mi ha insegnato ad ammirare la serpe che si contorce al sole…

Perché ha cantato la natura che, per uccidere, partorisce e nutre…

Perché ha amato il poeta da me amato Torquato Torquato…

Perché mi ha regalato parole adatte per domandare ciò che non avrei saputo formulare come lui:

Qual fallo mai, qual sì nefando eccesso
Macchiommi anzi il natale, onde sì torvo
Il ciel mi fosse e di fortuna il volto?

Perché mi ha insegnato a veder brillare primavera nell’aria…

Perché mi ha insegnato ad amare la vita solitaria… 

Talor m’assido in solitaria parte,
Sovra un rialto, al margine d’un lago
Di taciturne piante incoronato.
Ivi, quando il meriggio in ciel si volve,
La sua tranquilla imago il Sol dipinge,
Ed erba o foglia non si crolla al vento,
E non onda incresparsi, e non cicala
Strider, nè batter penna augello in ramo,
Nè farfalla ronzar, nè voce o moto
Da presso nè da lunge odi nè vedi.
Tien quelle rive altissima quiete;
Ond’io quasi me stesso e il mondo obblio
Sedendo immoto; e già mi par che sciolte
Giaccian le membra mie, nè spirto o senso
Più le commova, e lor quiete antica
Co’ silenzi del loco si confonda.

Perché ha donato dignità a galline e gallinelle…

Perché uno dei suoi personaggi rimprovera le mummie che a mezzanotte cantano come galli…

Perché ha scritto il più bello e saggio elogio che si potesse scrivere sugli uccelli…

E per tanti altri motivi.

Chi vuole, continui…

 

Comunque anche Leopardi diceva le parolacce

L’ho letto, riletto e macinato due volte per intero e, relativamente a qualche capitolo, sono tornato più volte a rivederlo. Brioso, divertente e istruttivo il saggio Comunque anche Leopardi diceva le parolacce 9788804634768-comunque-anche-leopardi-diceva-le-parolacce_copertina_2D_in_caroselloscritto da Giuseppe Antonelli, docente di Storia della lingua italiana all’Università di Cassino e brillante conduttore su radiotre della trasmissione radiofonica La lingua batte.
Fa da prodromo al saggio, la cui nota dominante è costituita dal piglio ironico e leggero con cui il professore affronta temi linguistici corposi, una breve un’indagine sul piano diacronico del fenomeno “errore” nella storia della lingua italiana e altresì da un’ironica disamina degli errori commessi oggi da parlanti e scriventi, ammesso che si possa parlare, sempre e in ogni caso, di errori. Lungi dall’essere un salvacondotto per gli asini, il saggio, attraverso immagini e metafore fortemente icastiche, si propone di dimostrare che l’errore, o meglio ciò che si considera tale, vive una vita brevissima, condizionata dalle variabili tempo/spazio e da una serie di costanti, che attraversano il fenomeno linguistico. Alla vulgata dei benpensanti della lingua, secondo cui esiste un modello di lingua fissa e immobile nei secoli, normata da leggi precise e immutabili, l’autore oppone una visione dinamica, che la vede intersecarsi in rapporto dialettico con il mondo tutto, evidenziando che la deriva delle lingue vive è la normalità, non l’eccezionalità. Sfatato il mito di un’età aurea della lingua, in cui tutti parlavano e scrivevano bene come se da neonati si fossero abbeverati alla fonte ippocrenea delle parole e il seno materno avesse stillato latte di poesia, e tolto, perciò, il velo del lutto alle Cassandre profetizzanti l’apocalisse della lingua, l’autore, dopo aver enunciato alcuni postulati di natura socio-linguistica, snocciola simpaticamente in dieci capitoli, i cui titoli sono ironici(a mo’ d’esempio “Una gita sul pò”, “Un attimino peggio”, “Signora mia, non ci sono più le mezze interpunzioni”, “Con rispetto parlando, i piedi”), alcune questioni vessatissime, portando esempi concreti, illustri e non, delle costanti linguistiche presentate nella parte introduttiva del saggio. Il filo rosso che li lega, ispessito dalla varietà delle fonti citate(21 sono le pagine!), che saccheggiano ogni dove(la gag televisiva, gli autori illustri di ieri e di oggi, i quotidiani, le canzoni, i trattati e i dizionari, il linguaggio degli sms e di internet, etc…), si trova nella lucida e saggia consapevolezza del confine labile e sfumato tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato; l’antitesi, infatti, necessita di essere arricchita del quando, del come e del perché sia giusto o sbagliato dire o scrivere qualcosa. E, a loro volta, anche il quando, il come e il perché non vivono in una dimensione astorica, ma tenacemente radicata nella storia, nel costume, negli atti linguistici dei parlanti, finanche in una hit di grande successo. Sbaglierebbe chi ritenesse il saggio una guida al relativismo linguistico e intravedesse nell’autore un novello profeta di libertinaggio linguistico e grammaticale. È, invece, un invito a chi ama la lingua a restare con i piedi per terra, sollevandoli quando è necessario, ma senza mai esagerare e persino obbligare gli altri a farlo.

…ma questo Globo ove l’uomo è nulla

scansione0005Presto detto sia! Il problema è nel background del fruitore, perché un conto è assistere alla visione del film di Martone, Il giovane favoloso, completamente asciutti di poesia, filosofia e biografia leopardiane, un altro è, invece, averne assorbito una gran parte, e continuare a farlo sempre sempre, senza mai stancarsi. Proprio questo retroterra può costituire un limite all’interpretazione del film di Martone, sia che ad esso si accosti un imberbe, ben nutrito dei pregiudizi sul poeta di Recanati, cui anche la vulgata scolastica, nell’estrema difesa comunque  di un grande, ha contribuito in tanti anni di divulgazione del mito leopardiano, sia che l’interprete sia uno abbastanza avveduto e ben consapevole di certi snodi leopardiani. Consapevole del fatto che non sia possibile sovrapporre come in un’operazione di decalcomania due statuti rappresentativi differenti, dialoganti per l’oggetto(Leopardi e il suo mondo), eppure cozzanti per linguaggi, scopo e destinatari, ossia film da una parte e biografia, poesia e filosofia leopardiane dall’altra, proverò tuttavia a esprimere un breve giudizio sul film di Martone, o meglio su ciò che il regista fa emergere del poeta Leopardi, del suo tempo e del suo messaggio.

Il filo conduttore di tutto il film è la contaminazione tra biografia, poesia e filosofia leopardiane, contaminazione che rende squilibrata la struttura e parzialmente semplificante la ricezione per il pubblico imberbe con un ago della bilancia che pende sul lato biografico e poetico a danno di quello filosofico, che fa, invece, tutt’uno con i primi due. Chi, infatti, si accosta a Leopardi non può di solito separare nettamente filosofia da poesia, poesia da biografia, tecnica poetica da reale prova poetica e via di seguito, a meno che non si rinunci a una comprensione esauriente del mondo leopardiano. Chi sa gestire i diversi fili della sceneggiatura riesce in qualche modo a tessere la trama dei significati, chi, come dicevo prima, ha la mente ricolma di luoghi comuni e pregiudizi, dopo la visione del film, non potrà che consolidarli attraverso quella semplificatoria equazione malattia=disagio=pessimismo, che ingombrante peso ha avuto nell’interpretazione della poesia leopardiana e nella sua commercializzazione scolastica. Come già è stato evidenziato da molti, fatta salva la bravura geniale di Elio Germano, l’operazione di Martone non aggiunge e non toglie nulla a ciò che il pubblico sa di Leopardi, anzi attraverso la tecnica della citazione diretta e dell’allusione il pubblico medio e altresì quello berchettianamente parigino trova occasione per misurarsi con la sua memoria, recitando i versi di Leopardi(in sala ed anche ad alta voce!)e annegando nella loro sofficità sonora. Così ci si ritrova un Leopardi che sulla scena recita L’infinito, mentre si aggira ebbro di furor poetico tra le frasche dell’ermo colle e sforza la vista degli occhi e della mente  per oltrepassare il limite, o La sera del dì di festa nel chiuso della sua camerettaoppure ci si rimembra di una certa Silvia, la cui morte è oggetto della narratio di Martone, dopo che questi ne ha mostrato le faticose opre da uno spazio-finestra oggetto della contemplazione leopardiana; oppure ancora una corpulenta gallina ovaiola che razzola in su la via, anche se non dopo una tempesta. Pregnante, ma ridicola per gli effetti speciali hollywoodiani, la scena della Donna-Natura che gigante si presenta all’Islandese, incarnato però sulla scena dal poeta, e che dà prova della potente forza della materia attraverso un processo di auto-annientamento; anche nella parte finale, sotto un reboante sterminator Vesevo, la rappresentazione strizza l’occhio al meglio degli effetti speciali, ma la voce che recita il sublime fiore del deserto redime la scena da ogni giudizio frettoloso di condanna e assolve Martone per il tramite della poesia leopardiana. Assoluzione che non consente, tuttavia, di definire Il giovane favoloso un capolavoro; a livello didattico la visione del film, se preceduta da una o più lezioni propedeutiche, può risultare utile per far cogliere ai ragazzi alcuni snodi fondamentali del mondo leopardiano: 

  • la figura oppressiva e castrante di Monaldo, letteralmente innamorato di Giacomo;
  • la sconfinata erudizione di Leopardi per il tramite della biblioteca che nelle intenzioni di Monaldo avrebbe assicurato al figlio un posto di rilievo nell’ambito dell’intellettualità pontificia, ma che si rivela volano per la fuga e la ricerca della libertà individuale e della gloria;
  • il carattere retrivo e polveroso di quella cultura romantico-borghese di primo Ottocento, incapace di comprendere il genio leopardiano e di accettare la filosofia dell’arido vero;
  • il tratto fanciullesco della sensibilità leopardiana, che si materializza nell’attenzione certosina alle voci, ai silenzi e alle forme della natura;
  • il disagio della condizione fisica e psicologica, che non diventa mai rinuncia alla vita.

Può, invece, nuocere assai agli studenti l’indugio eccessivo del regista sulla rappresentazione della figura fisica di Leopardi, che raggiunge movenze ai limiti della caricatura soprattutto nella seconda parte del film ; temo che proprio quest’immagine possa restare impressa nell’immaginario dei nostri studenti. Ma noi, tornati in classe, con i ferri del nostro mestiere sapremo come intervenire.

 

 

E ora i voti, per gioco, eh?
Regia 7
Sceneggiatura 7
Elio Germano 10
Michele Riondino 10
Massimo Popolizio 10
Isabella Ragonese 9
Fotografia ECCELLENTE
Montaggio 8
Musiche 8
Scenografia 8