Il lenzuolo*

34181926565_8c9cd137afOggi si celebra anche un’altra liberazione: ho terminato la correzione di tutti i compiti assegnati in classe e di quelli svolti come esercitazione, che fanno parte di quel lavoro sommerso poco, o per niente, riconosciuto ai docenti. In questi giorni dovrò quindi fissare l’ultima tornata di compiti quadrimestrali per il rush finale. Una, invero, sarà effettuata a sorpresa proprio domattina. Tra gli impegni scolastici incombe pure la compilazione di un lenzuolo*, ovvero del modello relativo alle adozioni dei libri di testo; ciò implica che, in qualità di coordinatore di una classe, dovrò inseguire gli esimi colleghi, perché riempiano con codici, titoli, autori, case editrici e prezzo lo spazio loro riservato. Nel malaugurato caso in cui dimostrassi negligenza, sarei nominato in seduta collegiale come l’appestato di turno, cosa che non potrei tollerare, perciò ho preparato una serie di post it che mi aiuteranno nell’impresa. So già che uno non troverà il codice, un altro il prezzo aggiornato, un altro il titolo. Povero me! A mia volta sarò inseguito dagli altri coordinatori, perché anch’io compili il lenzuolo. Nonostante si faccia uso di strumenti informatici, per i libri di testo è ancora preistoria. Poi ci sarà l’altro gravame da sopportare durante il prossimo consiglio: sommare la spesa e non superare il tetto massimo stabilito dal MIUR(tetto che, per quanto sappia, non è stato ancora fissato), come se fossimo noi docenti a stabilire il prezzo dei libri e non le case editrici. Un traguardo, però, è stato raggiunto: la riunione dei dipartimenti è stata già effettuata. Malgrado la mia pressione, che tentava di far fissare la riunione al mattino in concomitanza con l’assemblea d’istituto di aprile, secondo il mio personale motto “meglio una mattinata ammazzata che un pomeriggio indigesto“, tuttavia il dipartimento s’è celebrato, mentre il bolo di un panino transitava dall’esofago allo stomaco. Ed è stato indigesto davvero: ci siamo accapigliati sulle cattedre, lasciando in terzo piano i libri. Per rifarmi, mi sono concesso un giro nel centro storico dove, dopo aver gustato un caffè mediterraneo al teatro Massimo in compagnia di una cara collega, mi sono fiondato in libreria e mi sono regalato le poesie di Franco Fortini e quelle del paesologo Franco Arminio, Cedi la strada agli alberi“(2017).

Stanotte

Stanotte un qualche animale
ha ucciso una bestiola, sotto casa. Sulle piastrelle
che illumina un bel sole
ha lasciato uno sgorbio sanguinoso
un mucchietto di viscere viola
e del fiele la vescica tutta d’oro.
Chissà dove ora si gode, dove dorme, dove sogna
di mordere e fulmineo eliminare
dal ventre della vittima le parti
fetide, amare.
Vedo il mare, è celeste, lietissime le vele.
E non è vero.
Il piccolo animale sanguinario
ha morso nel veleno
e ora cieco di luce
stride e combatte e implora dagli spini pietà.

(Franco Fortini, Composita solvantur, 1994)

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Sospeso sulle argille

d’una vecchia collana

il paese perde le sue perle,

frana.

(Franco Arminio)

*Il modello cartaceo è in A 1

 

“Gravati d’attrazione terrestre”

Per professione ho familiarità e dimestichezza con gli errori degli studenti, che spesso costituiscono uno dei parametri per misurare e poi valutare(chissà cosa accadrebbe se si misurassero e valutassero soltanto le parti corrette di un compito o le fasi di un’interrogazione e si ignorassero gli errori o, ancora più paradossalmente, si ritenessero degni di nota positiva gli errori stessi!)e molto contribuiscono a farmi piombare in uno stato di prostrazione frustante o, mutatis mutandis, di frustrazione prostrante; ci sono anche quei casi in cui gli errori ci fanno ridere e non mancano esempi, anche letterari, di appositi stupidari, che raccolgono errori e sviste madornali di varia natura. Eppure l’errore, oltre che farci inorridire e ridere in base alle occasioni e all’umore, può diventare terapeutico; può non portare necessariamente alla guarigione, ma alla presa di coscienza che qualcosa sappiamo pur farla: chi non prova a svolgere un compito, perché si ritiene incapace di farlo, resta in uno stato di congelamento interiore e spirituale, che a lungo andare aggredisce sempre più violentemente l’autostima e amplifica a tal segno il sentirsi inutile. Lavorare con gli e sugli errori dovrebbe essere uno dei punti forti della professione docente, e certamente in alcune fasi didattiche lo è, ma generalmente li releghiamo nel regno dell’imperfezione e li destiniamo al banco degli imputati, se non ad una sorta di gogna degli orrori.

Eppure c’è chi, nella propria professione, è andato oltre il discorsetto edificante che ho tentato di imbastire sopra. Per Luca Santiago Mora e la Neuropsichiatria Infantile dell’ Ausl di Reggio Emilia l’errore è diventato, e diventa, Arte e, in questi giorni, anche un libro di illustrazioni, Atlante di zoologia profetica, pubblicato da Corraini, raccoglie i frutti dell’Atelier dell’Errore, un laboratorio d’arti visive, i cui protagonisti sono ragazzi con diverse problematiche neuropsichiatriche. Essi hanno trovato nell’illustrazione di animali immaginari, partoriti dalla loro sensibilità, una possibile via di espressione del loro complesso e affascinante mondo interiore. Personalmente ho trovato i disegni bellissimi nella loro perfetta imperfezione, pur nell’effetto di perturbanza che generano nel fruitore.

 

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Animale Custode che mi protegge da chi mi chiama Brufolosa e Fenomeno da Baraccone, 75×170, Francesca, Atelier dell’errore

Rimando alla splendida recensione di Andrea Cortellessa e riporto qui le parole di Luca Santiago Mora.

 

Hai detto: ”Il disegno sarà semplice
come unghiate di bestia su di un tronco”.

                                Antonella Anedda,  All’angelo, da piccola

Dico sempre, non so di dove vengano bestie come quelle lì, né dove andranno a riparare, una volta apparse.
Affiorano in  lunghi pomeriggi, da innocenti fogli bianchi, così innocenti da far paura ad ogni inizio, ai ragazzini che, gli hanno detto, non sanno disegnare.

A me fanno specie gli occhi, sempre nuovi, mai uno simile all’altro, nemmeno nello stesso paio.
Ricordo bene in atelier, quanta energia richieda loro un occhio.
Per quello, forse, li lasciano sempre in ultimo, come il soffio, dopo terra e sputo.
In quel gesto, ognuno ha una sicurezza tutta sua, che nemmeno quella, non ho mai capito di dove venga, e perché, al più presto, rientrando, scompaia.
Senza lasciar traccia nell’ordinario.

Per questo mi vien da pensare che, proprio lì, in quel punto inanellato variamente, affondi un archivio di esseri mai nati, o da sempre sopra-vissuti, al quale possa attingere, per vie celesti, solo chi in qualche modo è preda di un’attrazione celeste.

Noi, gravati d’attrazione terrestre, non possiamo che ammirare e rimirare tanta meraviglia.

 

Da quattro anni in atelier si disegnano solo animali, da mondi lontani, mai visti, mai ricordati prima.
Si è venuto così a costituire un esteso corpus da un’ultra-zoologia sorprendente, volta a trascendere lo scontato immaginario di animalità.

Dicono i ragazzini che questi animali sono quelli che non hanno dato retta a Noè, che non ci son voluti salire, sull’arca, o sono arrivati in ritardo, come a scuola. Poi tutta l’acqua di quaranta giorni e quaranta notti, e sono tutti morti, estinti tutti. Altri invece, non hanno ancora messo zampa sulla terra. In lenta marcia, per lunghe fila, nei cieli, ad arrivare fin quaggiù, ma ci vorrà tempo, un lungo tempo…
Se ci saremo ancora.

Le bestie che stanno qui nel bestiario, non si danno a mani addestrate tipo adulto o bambino ben scolarizzato. Nascono da demiurghi-pastori-allevatori speciali, come i ragazzini dell’atelier, da mondi speciali, a volte anche molto sofferti, e sofferenti.
Fascia d’età dei ragazzini: 7-12 anni.
Etichetta di consegna dal mittente, difficoltà in ordine sparso: apprendimento, attenzione, concentrazione, marginalità, caratterialità, hyper, down, e anche autistici, che restano un enigma per tutti.

Molti dei ragazzini, in atelier arrivano educati alla convinzione di non saper disegnare.
O peggio, arrivano a dire: “Io non posso disegnare”. E allora è difficilissimo tirarli fuori da quelle convinzioni lì.
Soccombenti come,  non sanno darsi fiducia, e così, all’inizio, pure in atelier hanno paura, e gli sembra tutto difficile, e sopra-tutto, tutto ma proprio “tutto perfettamente inutile”.

In atelier si disegna di nervi e cuore, poca testa, poche “regole”, inevitabili, determinanti, unica bussola di riferimento per una navigazione a braccio come la nostra, fra improvvisi ed insondabili banchi di nebbia, minacciosi icebergs, che sono le loro personalissime difficoltà, capaci di mandare a picco una flotta intera di arche stracolme di buone buonissime intenzioni.

Fra amici, dico sempre: un’estetica punk! Libera energia contro chi li vorrebbe “No future!”, ”Errori”appunto…

Io non so di dove venga quest’immensità di bestie.
Di lontano, è certo, facile a dirsi…né dove vadano a riparare, una volta apparsi, l’Orso Kodiak, l’Ebero oculato, l’Uccello Papavero o il PipistrelloAmericanoDalleAliAbbaianti e compagnia bella.
Non so di quello che si andrà rivelando nel tempo, pomeriggio dopo pomeriggio nella bella luce dell’atelier, padiglione Bertolani, Neuropsichiatria Infantile, AUSL in Reggio Emilia.
Solo, di due cosette sono perfettamente certo: uno, che io, per me, mai sarei stato in grado di immaginare l’esistenza di tali esseri, figuriamoci stenderli su un foglio, di-segnarli, ri-produrli. Secondo: nemmeno loro, probabilmente, prima, avrebbero avuto il coraggio di lasciar affiorare certi esseri da certe immensità, e guardarli negli occhi, e accarezzarli …

E sentirsene orgogliosi, pure.

Un italiano vero

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Un italiano vero non è un omaggio alla canzone sanremese di molti anni fa, peraltro famosa in quasi tutto l’orbe terracqueo, ma il titolo del saggio-pamphlet che Giuseppe Antonelli ha pubblicato per Rizzoli circa un mese fa. Il libro si pone in continuità con Comunque anche Leopardi diceva le parolacce(2015), in cui il poeta recanatese veniva chiamato come testimone autorevole di chi, amante della bella lingua e fine intenditore di fenomeni linguistici e culturali, assume un atteggiamento di saggio equilibrio di fronte alle proteifomi epifanie storiche della lingua. Ancora una volta lo stile è brioso e si giova, a tal fine, di numerosi giochi di parole e di modi di dire, che rendono immediatamente accessibile al lettore i contenuti dei vari capitoli. Nel titolo del libro è già condensata la sostanza della trattazione, ovvero l’impossibilità di fissare in un sistema rigido e senza tempo le regole di una lingua viva: appunto perché viva, una lingua è vera non soltanto per la sistemazione e classificazione che ne fanno i grammatici a posteriori, ma anche per i contributi delle altre lingue(sorelle e sorellastre conta poco)per il dominio incontrastabile degli usi concreti, per i condizionamenti che i mezzi di scrittura esercitano su chi scrive. Per orientarsi in queste pericolose sabbie mobili, tali sia per chi crede in un dio-lingua perennemente fisso e immutabile, sia per chi vi si avventura senza un minimo di attrezzatura, cadendo perciò e scadendo nelle semplificazioni e banalizzazioni, l’unico strumento è la consapevolezza della complessità di ogni lingua, che necessita incessantemente di mente sveglia, orecchie attente e occhi vivi, gli stessi che il professore Antonelli ha esercitato anche per scegliere i titoli dei capitoli, tratti, la maggior parte, da espressioni linguistiche vive, che spesso parafrasano titoli di canzoni pop, di romanzi, di testi sacri, di trasmissioni televisive, di modi di dire; eccone alcuni a titolo esemplificativo:

C’è post@ per te, L’X factor e i bimbiminkia, Caro amico ti scrivo, Il primo computer non si scorda mai, Digito ergo sum, I vecchi e i giovani, Parole parole parole, Il nome della cosa.

Un frutto succoso, infine, è l’ultimo capitolo dal titolo Quanto è vero il tuo italiano?; il lettore potrà così mettersi alla prova e svolgere una vera e propria verifica che, da docente mefistofelico qual mi reputo d’essere, proporrò ai miei studenti.

Le parole altrimenti smarrite

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Leggera, divertente, ma anche tanto impegnativa la lettura della raccolta di parole altrimenti smarrite di Sabrina D’Alessandro, pubblicato da Rizzoli nel 2011 e riproposto nel 2016 con prefazione di Stefano Bartezzaghi. Si tratta di un accurato lavoro di ricerca storica e filologica condotto con acribia dalla studiosa e artista D’Alessandro che, tra l’altro, ha fondato nel 2009 l’URPS, Ufficio Resurrezione Parole Smarrite; il libro non è nella forma un dizionario, né un vocabolario, infatti le parole non sono disposte in ordine cronologico, ma per coppie combinate per forma o per concetto. Nei fatti il lettore, come suggerisce l’autrice nella premessa, può consultare il florilegio seguendo diversi criteri: quadrilargo(accoppiare la parola di destra a quella di sinistra), a zinzino(a caso o scorrendo l’indice), gorghiprofondo(consequenziale), mutoparlante(attraverso le tavole illustrate). Le parole scelte colpiscono il lettore per la loro musicalità sdrucciola(la maggior parte)e talvolta gli suggeriscono, per associazione istintiva, il significato, ma è un’impresa ardua ricordarsele; si sa che l’apprendimento di nuove parole(si fa per dire, perché in realtà sono smarrite) non si può sganciare dal contesto affettivo-motivazionale, perciò si fatica a imprimerle sulla memoria. Quasi tutti i lemmi, scritti a caratteri cubitali al centro della pagina, sono accompagnati da una didascalia, che può illustrare l’etimologia e l’uso, e da una citazione autorevole. Personalmente vi ho ritrovato parole* tipiche del dialetto siciliano riportate nella forma italiana e questo mi ha fatto molto piacere, poiché sono le stesse che mi hanno insegnato i miei genitori nella comunicazione quotidiana. Le tavole illustrate sono pochine, ma sommamente dilettevoli. Un gioiello che sono contento di possedere e che tornerà utile a scuola nelle ore di lezione.

*Santòcchio, sost. Ipocrita e falso devoto(sic. santocchiulu)

*Coticòne, sost. Zoticone, villanzone(sic. cuticchiuni)

*Femminière, agg. e sost. frequentatore di postriboli(sic. fimminaru)

*Trogolone, agg. e sost. Chi va mestando in qualcosa di sudicio e si concia le mani, il viso o le vesti(sic. trucculuni)

 

 

The rain before it falls

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Si può aiutare un altro essere umano a ricostruire il proprio senso della vita, quando il samaritano stesso smarrisce, ritrova e perde poi definitivamente quel senso stesso per sé? Se ad un certo punto si obnubila la meta del proprio orizzonte di vita, al punto da chiuderla con un atto di coraggiosa temerarietà, si può ugualmente restituire a chi ci sopravvive quello spirito di ricerca? In letteratura, sembra scontato dirlo, tutto è possibile, ma Jonathan Coe nel breve romanzo La pioggia prima che cada(Feltrinelli, 2007) non arriva a toccare l’abisso di una risposta banale. Personalmente potrei rispondere che è possibile, sì, è possibile consegnare a un erede, chiunque egli sia, lo spirito di ricerca del senso della vita, almeno per lasciare alle generazioni future la consegna della ricerca stessa. Ma questa è interpretazione soggettiva e sfiora a margine la lettura del romanzo, che scorre e corre a piani paralleli, la cui intersecazione è visibile soltanto nella chiusa. La pioggia prima che cada è, infatti, un romanzo plurimo, sia nella storia che nella struttura, e si può sostanzialmente ripartire in tre parti.

La prima vede come protagonista Gill che, insieme alle due figlie, è impegnata in una doppia indagine, ossia capire la dinamica della morte della zia Rosamund, che ha lasciato il patrimonio a tre eredi, Gill stessa, il fratello di questa, David, e Imogen, di cui si sono perse le tracce e di cui restano vaghi ricordi, e mettersi alla ricerca proprio di quest’ultima lontana parente, perché sia informata della fortuna che le è toccata. La ricerca, però, non approda a nulla di significativo e perciò non resta a Gill che ascoltare le cassette incise dalla zia Rosamund poco prima di morire con la speranza di trovare in quella voce un segno della presenza impalpabile dell’erede sconosciuta. Questa brevissima tranche del romanzo è narrata in terza persona da una voce fuori campo tendenzialmente onnisciente.

Il passaggio alla seconda parte, il cuore del libro, è determinato, invece, dall’espediente, narrativo e strutturale, dei nastri da ascoltare: Gill e le figlie, attraverso la voce di una narrante defunta, Rosamund, vengono a conoscenza di un groviglio di intrecci familiari, collocati cronologicamente tra la seconda guerra mondiale e gli anni ’90 e ambientati tra l’Inghilterra del sud-est, gli Stati Uniti e il Canada; a questo punto la struttura narrativa si fa più accattivante, perché il racconto autodiegetico è accompagnato dalla descrizione e commento di ben venti fotografie, attraverso cui Imogen , nell’intenzione di Rosamund, potrà acquisire senso di sé: “Io ti devo anche qualcos’altro, qualcosa di più prezioso, qualcosa che, nel senso più letterale della parola, suppongo, è inestimabile. Quello che voglio tu abbia, Imogen, più di ogni altra cosa, è il senso della tua storia, il senso della tua provenienza, e delle forze che ti hanno creata”. Così, tramite questa corposa analessi, il lettore e, ipoteticamente, il destinatario interno Imogen conoscono la storia della famiglia, caratterizzata da tanti destini intrecciati, e da essi emerge pure lo spaccato di una certa società inglese nella sua evoluzione culturale in più di tre quarti di secolo. Di rilievo è lo stigma di omosessuale su Rosamund, sulla quale la sorella di sangue, nei fatti è solo una cugina, affila il coltello del proprio egoismo cieco e scarica il peso delle sue responsabilità di madre inaffidabile.

La terza parte, brevissima come la prima, riporta il lettore nel presente e blocca il focus su Gill che, suggestionata dai racconti della zia, teme che il destino della famiglia d’origine possa ripetersi in qualche modo uguale nella propria; il finale riserverà, invece, delle sorprese sia al personaggio che al lettore stesso, restituendo a entrambi il senso della libertà della vita e del destino stesso, la cui logica centrifuga non può essere chiusa nelle strette parentesi del ragionamento umano fatalistico. Il lettore non si aspetti alcun colpo di scena banalizzante nell’explicit del romanzo, sebbene, come detto poc’anzi, non manchino le sorprese, ma si tratta di quelle epifanie della vita, dolci e amare, crudeli e benefiche, che ci pongono in un atteggiamento di meraviglia contemplativa e attiva della preziosità della vita stessa, anche nell’atto della pioggia prima che cada. Ma esiste la pioggia prima che cada? La si può preferire a quella bagnata? Non occorre qui  fornire una soluzione a un finto enigma pseudo-aristotelico, anche se poi, a rifletterci, gli esseri umani ci divertiamo non poco a lambiccarci la testa e il cuore.

La vita, invece, come sempre ne sa più di noi.

Omaggio ad Harper Lee

03-harper-lee-2.w750.h560.2xNel sud Alabama non ci sono stagioni ben definite; l’estate
sfuma nell’autunno, e talvolta all’autunno non segue mai l’inverno.
Quell’autunno fu lungo, con appena quel po’ di freddo
che giustificava un soprabito leggero. Jem ed io stavamo facendo
la solita spola in un tiepido pomeriggio d’ottobre, quando il
cavo dell’albero ci fece fermare di nuovo. Dentro, c’era qualcosa di bianco.
Ne tirai fuori due figurine modellate col sapone. Erano le
miniature quasi perfette di due bambini, un maschio e una femmina.
Il ragazzo portava i calzoni corti, e un ciuffo di capelli di sapone gli
ricadeva sugli occhi. La bambolina aveva la frangetta. Prima di ricordare
che il cosiddetto malocchio non esisteva, diedi un grido d’orrore.
Jem me la strappò di mano. – Che ti prende? Sono belle! Siamo noi due! –
– Chi le ha fatte, lo sai? –
– Qui intorno non conosciamo nessuno che sappia intagliare – rispose.
La settimana dopo, il cavo dell’albero conteneva una medaglia
arrugginita. Jem la mostrò ad Atticus, il quale disse che
era una medaglia premio, e che prima che nascessimo noi le
distribuivano nelle scuole della contea di Maycomb. Ci spiegò
che qualcuno doveva averla perduta, e che dovevamo informarci in giro.
Jem domandò ad Atticus se ricordasse nessunoche ne aveva vinta una, ma Atticus rispose di no.
Il nostro bottino più importante comparve quattro giorni
dopo. Era un orologio da taschino, che non camminava, attaccato a
una catena insieme a un temperino col manico d’alluminio.
– Credi che sia oro bianco, Jem? –
– Non so. Forse, riesco ad aggiustare l’orologio. –
Quella sera Jem fece un lavoro discreto, dimenticando fuori
solo una molla e due minuscoli pezzi, ma l’orologio non voleva
saperne di mettersi ad andare. – Ah, – sospirò Jem – non funzionerà mai.
Scout, pensi che dovremmo scrivere una lettera a chi ci fa trovare
queste cose? –
– Sarebbe davvero carino, Jem. Potremmo ringraziarli… che ti piglia? –
Jem stava scotendo il capo con vigore. – Io non ci arrivo, Scout… –
Lanciò uno sguardo verso il soggiorno. – Ho una
mezza idea di dirlo ad Atticus… ma no, è meglio di no. Scout? –
Tutta la sera era stato sul punto di confidarmi qualcosa;
il viso gli si illuminava, lui si protendeva verso di me, ma poi
cambiava idea. La cambiò di nuovo. – Oh, nulla. –
– Scriviamo la lettera. – Gli porsi un blocco e una matita.
– Benissimo. Caro Signore, Le siamo molto grati per il… no,
le siamo molto grati per tutto quello che ci ha messo nell’albero.
Molto cordialmente, suo Jem Finch. – Sotto firmai anch’io: Jean Louise Finch
(Scout), e Jem infilò il biglietto in una busta.
La mattina dopo, andando a scuola, Jem corse avanti e si fermò
all’albero. – Scout! –
Lo raggiunsi di volata. Era diventato pallido.
Qualcuno aveva turato il buco con del cemento.
– Su, non piangere, Scout… su, non piangere… – mi sussurrò Jem per tutta la strada fino a scuola.
Quando tornammo a casa per colazione, Jem buttò giù in
fretta il cibo, corse nel portico e si fermò sugli scalini. Lo seguii.
Poco dopo, la sua attesa fu ricompensata.
– Buon giorno, signor Nathan – disse.
– ‘sera, Jem, Scout – rispose, passando, il signor Radley.
– Signor Radley – lo chiamò Jem. Il signor Radley si voltò.
– Signor Radley, ehm… è stato lei a mettere del cemento nel
buco di quell’albero laggiù? –
– Sì. L’ho otturato io. L’albero sta morendo. quando si ammalano,
bisogna tapparli col cemento. Dovresti saperlo, Jem. –
Jem non aggiunse altro. Quando passammo davanti al nostro
albero, fece una carezza cogitabonda sul cemento, e restò immerso
nei suoi pensieri.
(Harper Lee, “To kill a mockingbird” 1960)

D’ ogni sangue, d’ ogni neve

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Approssimandosi le feste natalizie e avendo preso atto che tra gli elementi più ricercati del mio blog figurano poesie dicembrine, posto qui una poesia di Giorgio Orelli, datata 1944, Natale.

Fuori la neve.

Lo sfondo storico del nazifascismo, tragicamente segnato dal sangue, appare nel testo soltanto in filigrana e il rimando ad esso assume le tonalità del rosso, simbolo di martirio, e del bianco, nella duplice valenza della purezza e dell’oblio, come suggerirebbero i versi successivi. Il poeta chiede ad un Tu, identificabile con Cristo, se, mentre nasceva, le sue vesti fossero rosse, quasi prefigurazione del sangue che avrebbe continuato inutilmente a spargere dalle carni di tanti altri uomini. Quel sacrificio, infatti, di Lui e di altri uomini, non è valso a nulla, se di quel sangue non rimane traccia sulla neve.

Dentro un albero natalizio.

Il manto niveo dell’Oblio della storia da parte degli uomini può brillare soltanto sui capelli di un angelo(l’aspirazione alla purezza) disegnati dalle fronde di un sempreverde(la speranza)o aggrumarsi nelle forme di uccelli tremanti(la fragilità e la paura degli uomini), ma altresì risuonare più fiocamente di un suono infantile, se un bambino tocca le campanelle dell’albero di natale, un suono relegato nel mondo dei non nati, quasi placentare.

E anche a voler guardare oltre la notte, il poeta scorge solo altre notti, inutilmente rischiarate dai chiarori della luna.

Il fuori e il dentro coincidono.