“Lasarta”

Talvolta nell’incontro con i libri si verificano delle strane coincidenze che, soltanto dopo una meditata, seppure vorace, lettura, scintillano come epifanie di senso e suggeriscono un qualche percorso possibile di interpretazione. Ciò penso sia avvenuto all’Orto Botanico di Palermo per la presentazione del libro di Marilena La Rosa, “La sarta”, pubblicato da Mohicani edizioni: tra gli aliti dei giganteschi bambù, in una feritoia verde appena illuminata dalle luci del pomeriggio, i lettori, reali, in carne ed ossa, ascoltavano attenti le relatrici per afferrare un brandello di motivazione in più per accostarsi alla lettura del libro, ma al tempo stesso in quell’anfratto dall’atmosfera letterariamente esotica, senza saperlo, ne pregustavano l’intensità. Realtà e finzione fiabesca, infatti, si intrecciano perfettamente nella tessitura de “La sarta” di Marilena La Rosa, ma l’opera, ad un’attenta lettura, pur dosando gli ingredienti dell’una e dell’altro, non è né una fiaba, né un giallo, ma una dichiarazione d’amore appassionata ai libri e al loro tessuto sartoriale, un’apologia fiabesca della letteratura nella sua funzione rigenerativa di moltiplicare e dividere vite, rappresentarle…viverle. Ne è spia, in modo particolare, la sarta apprendista, Saele, cui la protagonista, lasarta Yumiko, lascia il testimone dopo aver sapientemente confezionato desideri e sogni per il suo atelier umano in un tempo senza tempo e in uno spazio non circoscritto da confini. La fisionomia fiabesca della trama, tinta di un giallo striato di reminiscenze calviniane, potenzia ancora di più il messaggio gnomico contenuto negli “abiti” della sarta e al contempo prova superbamente a giocare con la stessa partitura linguistica del testo: non solo scelte sottoposte a cesellatura, come è stato più volte ribadito dalle relatrici durante la presentazione, ma passate anche al filtro dell’ironia consapevole dell’autrice, che specialmente nei momenti descrittivi ha ridato linfa ad espressioni e moduli letterari che senza il suo personale sorriso sornione sarebbero suonate retoriche. E questo, a mio parere, ad ulteriore conferma dello spirito del libro e del suo messaggio: l’inesauribilità della letteratura, la sua capacità di plasmare storie che adattiamo ai nostri vissuti, che, come abiti, accorciamo, dismettiamo, rammendiamo; e ancora la sua funzione risarcitoria rispetto al vissuto e al reale e, infine, ma non ultima, la capacità di creare mondi nei quali la mente e lo spirito si conciliano, anche soltanto per poco, con il battito del cosmo. Yumiko e la sua creatrice ci sono ben riusciti.

I “componenda” italo-siculi del Birraio di Preston

La morte di Camilleri e lo straparlare che ne hanno fatto i media mi han fatto sorgere il desiderio di riprendere la prima opera che ho letto di lui,Il birraio di Preston, un lungo racconto, che l’autore ha definito romanzo, pubblicato da Sellerio nel 1995. Si tratta, in verità, di un libro di cui mi sono indebitamente appropriato, imprestatomi da un voracissimo e compulsivo lettore che, nella foga appassionata delle sue letture, ha scordato di richiederlo indietro.

Intorno al birraio si coagulano gli interessi, non sempre nobili, dei personaggi, nonché i loro pregiudizi: il prefetto Bortuzzi, ritenendo che i Siciliani siano un popolo di ignoranti, impone ai Vigatesi l’opera di Ricci, facendo valere a tutti i costi la forza autoritaria della Legge; dal canto loro i Vigatesi, soprattutto i melomani riuniti nel circolo cittadino “Famiglia e progresso”, ritengono un’offesa infamante sia tollerare gli ordini di Bortuzzi, prefetto di Montelusa con giurisdizione su Vigata, sia assistere alla rappresentazione dell’opera di un illustre sconosciuto, Luigi Ricci, peraltro accusato di scopiazzare le opere dei grandi musicisti. All’ombra dei due poli oppositivi(Bortuzzi-Vigatesi)si muovono altri personaggi, che tentano di sfruttare la situazione soltanto per raggiungere i loro scopi personali o politici: è il caso del mafioso Don Memè, che su istigazione del prefetto organizza dietro le quinte la buona riuscita dell’inaugurazione del teatro, e dei congiurati mazziniani, che vogliono approfittare del malcontento dei Vigatesi per far scoppiare una rivolta contro il novello Stato italiano. Il risultato di quest’ordito di forze sarà l’incendio del teatro proprio durante la prima dell’opera di Ricci, cui si salderanno con grande abilità narrativa da parte di Camilleri scene di eros, rappresentate con gusto descrittivo barocco, di omicidi, con l’immancabile investigatore di fattura pre-montalbaniana, e di una strampalata invenzione, quale un marchingegno spegni-fiamme, che il lettore vede in azione nell’incipit dell’intreccio. In concreto, come afferma Camilleri in calce al romanzo, l’opera può essere letta anche a partire da un capitolo centrale, poiché dal nucleo dell’intreccio il lettore può spostarsi, non sempre agevolmente, da un capitolo a un altro, senza che sia modificato il senso della trama. La specificità letteraria del birraio è la possibilità per il lettore di muoversi in avanti o indietro lungo l’asse della narrazione e al contempo di gustarsi autonomamente ogni singolo capitolo, dal momento che in ciascuno di essi si sviluppa una storia che è insieme autonoma nel significato in sé(è il caso per esempio del dominio dell’eros o della cronaca poliziesca)e dipendente dal focus narrativo. Una storia, perciò centrale, con altre microstorie, di cui vengono esaltati i momenti salienti; in ciò si può ravvisare, a mio parere, la mano dello sceneggiatore e regista Camilleri.

La lettura del romanzo Il birraio di Prestonè un’autentica delizia per un lettore siciliano, non tanto e non solo per l’italianizzazione del dialetto siciliano*, e dei vari dialetti in genere, quanto per il tema fondamentale, a mio parere, che ne sostiene l’impalcatura ideologica: la riottosità storica, culturale, e direi antropologica, dei Siciliani, verso ogni forma di imposizione che provenga da un’autorità non considerata come tale, e di cui il processo di unificazione nazionale è stato metafora e insieme simbolo. Fa da pendant, a sua volta, il tema del pregiudizio da parte del neonato Stato italiano verso il popolo siciliano considerato alla stregua di una bestia ignorante da domare con ogni mezzo e a tutti i costi. Perciò dietro la narrazione briosa, ironica e accattivante del Camilleri del Birraio c’è un fondo di riflessione storico-sociale che fortunatamente mai diventa dramma amaro. C’è poi un tema, che corre parallelo al primo e che accomuna indistintamente gran parte del panorama politico italiano pre-unitario e post-unitario fino ai nostri giorni, ossia il muro di incomunicabilità sospettosa tra centro e periferie dello Stato e viceversa, cui si aggiunge l’incapacità storica delle forze politiche di convergere sul senso da attribuire al bene collettivo di una comunità statale, seppure cucita storicamente male. Ma queste son riflessioni, che scaturiscono nella mente del lettore nella fase meditativa e che nulla tolgono alla bellezza ariosa e vitale del romanzo di Camilleri. Rimangono scolpite nell’immaginario del lettore tre scene, a mio parere, magistrali: quella relativa al piccolo Gerd Hoffer, il cui padre autoritario, inventore del marchingegno spegnifuoco, puntualmente ogni mattina ispeziona il letto del figlio per verificare che non sia zuppo di urina, la reazione irriverente e ironica dei Vigatesi alla rappresentazione del Birraio, e infine la corte di Gaspàno a Concetta Riguccio vedova Lo Russo con annessa descrizione del loro amplesso tramite una metafora marittimo-marinaresca.

*Sulla lingua di Camilleri è stato detto abbastanza; da più parti si sostiene che egli abbia inventato una nuova lingua. A mio modesto parere, Camilleri si è limitato a italianizzare alcune parole dialettali già in uso in Sicilia, che risalgono tra l’altro a una illustrissima tradizione greca, romana, araba, francese, spagnola et cetera; ne ha modificato soltanto la fonetica vocalica e, laddove lo abbia ritenuto opportuno, anche quella consonantica secondo le leggidell’italiano. Da qui a parlare di nuova lingua in senso stretto ne passa. Semmai è una nuova lingua letteraria che nobilita il dialetto siciliano, o forse è meglio dire i vari dialetti locali, siciliani e non. Operazioni linguistiche sperimentate da altri autori della nostra tradizione letteraria. 

La finestra di Leopardi

Tra le mie letture preferite annovero senza alcun dubbio i saggi di letteratura e lingua nella varietà delle loro articolazioni, tant’è che qualche pomeriggio fa mi ero diretto in libreria con l’intenzione di acquistare uno degli ultimi libri pubblicati dal professore Giuseppe Antonelli, ma i miei occhi sono stati attratti da un saggio che, avendomi conquistato per il titolo, si è fatto subito amare per l’originalità della trattazione, l’occasione narrativa e, chiaramente, le tematiche affrontate, ovverosia La finestra di Leopardi del professore Mauro Novelli, Feltrinelli 2018. Il titolo funge un po’ da specchietto per le allodole per chi è sempre alla ricerca di approfondimenti leopardiani, tuttavia il lettore scopre subito che la finestra di Leopardi altro non è che la metafora di un viaggio, insieme reale e immaginario, dello scrittore attraverso luoghi, paesaggi, case e oggetti appartenuti ad alcuni grandi scrittori italiani, un itinerario geograficamente letterario che dalle langhe piemontesi giunge alle costa ionica siciliana attraverso un racconto che tocca alcune località letterarie nostrane. La finestra, di fatto, è quella del professore Novelli visitatore, osservatore curioso e narratore calamitante, capace di condurre il lettore nelle stanze dei nostri amati scrittori, dischiudendone come in un’epifania angoli di memoria e di vita; sono finestre che frugano dentro o fanno spaziare l’occhio nel paesaggio intorno alle case letterarie, che talvolta hanno poco di letterario. Eppure il pregio del libro è nel trasfigurare appunto quegli spazi attraverso il filtro della letteratura e redimerli, ammesso che ce ne sia bisogno, dalla prosaicità della vita e del mondo. Un libro che è geografia storica dell’extra-letterario e al contempo racconto accattivante, di taglio meta-letterario, eppure letterario esso stesso, in cui al gusto per la citazione allusiva si accoppia un rigore filologico ben mimetizzato tra le pieghe della narrazione. La finestra di Novelli apre tante altre finestre e spalanca prospettive, anche inedite, da cui osservare i nostri amici letterari negli spazi che hanno amato o detestato, fonte diretta o indiretta della loro ispirazione poetica. A quegli spazi sono spesso associati aneddoti, manie, curiosità, gusti, miserie e nobiltà dei nostri classici, senza che il narratore ceda mai al gusto barbaro del pettegolezzo. Tutte le ventiquattro finestre letterarie, da Fenoglio a Tasso, da Isabella di Morra ad Alda Merini(io personalmente ho apprezzato Il foulard celeste di Grazia Deledda con un inedita scoperta su Pirandello uomo, Un gelato con Marinetti a Bellagio e Gozzano tra glicini e farfalle)meritano una lettura e possono rivelarsi utili per chi, insegnando letteratura, voglia rendere appassionatamente narrativa una lezione scolastica, sebbene poi i narratari autentici siano quelli che nella vita scorgono, quasi sempre, la letteratura e in questa la vita che pulsa, piange, sorride, medita, coccola e illude.

La seconda luna

dd0cca80fc4d16a0dc5d6cf879de107fAl buon cuore dell’agente editoriale, che mi ha fatto recapitare a scuola i corposi volumi di un’antologia da biennio liceale singolarmente atipica nel suo genere, se confrontata con le altre in commercio! Il titolo è La seconda luna, curano la scelta e il commento dei testi Alessandro Baricco e la scuola Holden. L’atipicità è determinata non solo da elementi di natura grafica, ma anche dall’organizzazione interna dell’opera. Colpisce, prima di tutto, la dimensione dei singoli volumi: ciascuno di essi ha l’aspetto e la corposità di un romanzo di King e non quella di un’antologia scolastica; la prima e la quarta di copertina è costituita da semplice cartoncino, il cui colore cambia in base al tipo di opere proposte(narrative e poetiche); pochissime le immagini, presenti soltanto all’interno delle pagine letterarie. Una scelta, si capisce, che vuole privilegiare la parola scritta senza indulgere agli effetti speciali della contemporanea editoria scolastica. Somiglia alle vecchie antologie degli anni ’70. Per capire l’organizzazione interna, è necessario partire dal titolo dell’opera, poiché la seconda luna è metafora astronomica per indicare le storie che leggiamo, scriviamo e raccontiamo per sconfiggere il buio nelle notti di tempesta. Una luna alternativa a quella reale, visibile anche nelle notti dove non c’è luna. L’asse semantico astronomico si esplicita poi nelle costellazioni, ossia raggruppamenti di testi accomunati da un tema letterario, da una suggestione fonica, semantica o ritmica, da un suggerimento di attualizzazione tematica, etc…, sui quali vengono fissati dei paletti critico-interpretativi utilizzabili per le future letture degli alunni. La seconda luna è un libro che dovrebbe sollecitare nei giovani l’amore per la lettura e la scrittura, perciò le parti didascaliche sono poche e snelle e ciò già a partire dai commenti ai testi, che privilegiano, anche eccessivamente, il lato ricettivo e soggettivo della lettura anziché quello critico-interpretativo, pur non assente dall’orizzonte della seconda luna. Mettono in soggezione, spesso, i testi scelti che, a mio modesto parere, possono risultare complessi per dei ragazzini provenienti dalla scuola media. Apprezzabili, invece, agli occhi di lettori maturi. In ogni caso è un libro di testo che consiglio di leggere ai colleghi di lettere per la sua doppia valenza, ludica e didattica. Tra l’altro nel volume dedicato alle scritture si trovano esempi di prove divertenti e stranianti.

Il lenzuolo*

34181926565_8c9cd137afOggi si celebra anche un’altra liberazione: ho terminato la correzione di tutti i compiti assegnati in classe e di quelli svolti come esercitazione, che fanno parte di quel lavoro sommerso poco, o per niente, riconosciuto ai docenti. In questi giorni dovrò quindi fissare l’ultima tornata di compiti quadrimestrali per il rush finale. Una, invero, sarà effettuata a sorpresa proprio domattina. Tra gli impegni scolastici incombe pure la compilazione di un lenzuolo*, ovvero del modello relativo alle adozioni dei libri di testo; ciò implica che, in qualità di coordinatore di una classe, dovrò inseguire gli esimi colleghi, perché riempiano con codici, titoli, autori, case editrici e prezzo lo spazio loro riservato. Nel malaugurato caso in cui dimostrassi negligenza, sarei nominato in seduta collegiale come l’appestato di turno, cosa che non potrei tollerare, perciò ho preparato una serie di post it che mi aiuteranno nell’impresa. So già che uno non troverà il codice, un altro il prezzo aggiornato, un altro il titolo. Povero me! A mia volta sarò inseguito dagli altri coordinatori, perché anch’io compili il lenzuolo. Nonostante si faccia uso di strumenti informatici, per i libri di testo è ancora preistoria. Poi ci sarà l’altro gravame da sopportare durante il prossimo consiglio: sommare la spesa e non superare il tetto massimo stabilito dal MIUR(tetto che, per quanto sappia, non è stato ancora fissato), come se fossimo noi docenti a stabilire il prezzo dei libri e non le case editrici. Un traguardo, però, è stato raggiunto: la riunione dei dipartimenti è stata già effettuata. Malgrado la mia pressione, che tentava di far fissare la riunione al mattino in concomitanza con l’assemblea d’istituto di aprile, secondo il mio personale motto “meglio una mattinata ammazzata che un pomeriggio indigesto“, tuttavia il dipartimento s’è celebrato, mentre il bolo di un panino transitava dall’esofago allo stomaco. Ed è stato indigesto davvero: ci siamo accapigliati sulle cattedre, lasciando in terzo piano i libri. Per rifarmi, mi sono concesso un giro nel centro storico dove, dopo aver gustato un caffè mediterraneo al teatro Massimo in compagnia di una cara collega, mi sono fiondato in libreria e mi sono regalato le poesie di Franco Fortini e quelle del paesologo Franco Arminio, Cedi la strada agli alberi“(2017).

Stanotte

Stanotte un qualche animale
ha ucciso una bestiola, sotto casa. Sulle piastrelle
che illumina un bel sole
ha lasciato uno sgorbio sanguinoso
un mucchietto di viscere viola
e del fiele la vescica tutta d’oro.
Chissà dove ora si gode, dove dorme, dove sogna
di mordere e fulmineo eliminare
dal ventre della vittima le parti
fetide, amare.
Vedo il mare, è celeste, lietissime le vele.
E non è vero.
Il piccolo animale sanguinario
ha morso nel veleno
e ora cieco di luce
stride e combatte e implora dagli spini pietà.

(Franco Fortini, Composita solvantur, 1994)

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Sospeso sulle argille

d’una vecchia collana

il paese perde le sue perle,

frana.

(Franco Arminio)

*Il modello cartaceo è in A 1