Fave in esilio 

In un campo coltivato a fave il contadino ammonisce: “Zona avvelenata, esule da ogni responsabilità”(Foto scattata stamattina a Otranto).

Tullio De Mauro

In memoria di Tullio De Mauro ripubblico un post del 2009, quando ebbi modo di conoscerlo personalmente.

Relatore brillante e convincente, Tullio De Mauro è un uomo elegante e umile.
Il professore, quando ti parla, ti guarda con occhi umani; me lo sono ritrovato accanto a condividere il posacenere.
Fuma con passione e questo me lo ha  fatto sentire più vicino.
Gli ho porto la mano e lui l’ha afferrata come se fossimo due amici che non si vedono da tempo e l’ho torturato con una domanda di analisi logica su una frase che a scuola ci ha fatto impazzire a noi insegnanti.
Nella splendida e storica aula magna di Palazzo Steri De Mauro e altri insigni studiosi hanno intrattenuto i presenti su LINGUA, IDENTITA’, CITTADINANZA.
Ci si è interrogati sulle dinamiche linguistiche attuali in relazione ai flussi migratori e alle possibili soluzioni didattiche scevre dai rigurgiti nazionalistici di certi politici cotini al governo.
Sulla parte linguistica scriverò un post ad hoc.
Il pomeriggio è stato, invece, dedicato ai seminari di studio.
La scuola che ha ospitato noi studenti è un edificio mastodontico.
Aule e corridoi brillanti.
Non credevo ai miei occhi.
Io sono caduto nelle grinfie di Madame Trinet, una docente di francese in pensione, la moderatrice del mio gruppo, denominato PROF PRIDE.
Madame Trinet ha appositamente scelto PRIDE, con esplicito e paradossale riferimento al gay pride, per sottolineare la necessità dei principi di individualizzazione e di costruzione dell’identità a partire dai fenomeni linguistici.
Una madre superiora, una marescialla, una dittatrice.
Ha mani di cera, unghia corte e limatissime con una passata di smalto trasparente.
Le muove con grazia e ti imbuca i concetti nella scatola cranica, volteggiando a destra e a sinistra per l’aula.
Ha curato mirabilmente ogni sottogruppo e la sua grazia femminile in un corpo titanico mi ha più volte fatto distrarre dal compitino che dovevo svolgere insieme a una disfattista della scuola italiana e a una giovanissima collega.
Mi sono divertito, lo ammetto.
E poiché professionalmente sono nato con la camicia, al sottogruppo di cui facevo parte è stata assegnata una consegna congenialissima al mio spirito: manipolare testi poetici.
Ecco cosa è venuto fuori:
 
Irriverente rincorro la vita.
Ho i miei problemi,
ma non sono sempre triste,
ho sempre e solo voluto il meglio,
voglio per voi sempre e solo il meglio.
Mangio parole
cantate nell’aria,
veloce come il respiro ansimante
dopo la corsa.
Non sono grazieadio
un apparecchio automatico,
né il bagliore svelto e fugace
di un ufficio informazioni.
Non voglio enumerare tutti i miei pregi
per abbracciare le nuvole
e cadere nel vuoto.
Non voglio dire
che qui è tutto a posto,
ma non sono in definitiva
un sorvegliante di manicomio.
Non sono uno
con cui si può fare ciò che si vuole;
scontroso e arrabbiato
rincorro la vita,
sono ancora qui,
leggera ombra.
(Identikit di docente secondo Melchisedec)

Praesepe

Anche la Crusca è caduta nella rete della semplificazione. Da ieri sui social e alcuni quotidiani spopola un video, nel quale un’accademica spiega, in pochi minuti, che sono entrambe ammesse le forme “presepe” e presepio”, la prima dotta, la seconda popolareggiante. Nulla da dire. Ma almeno ricostruirne l’origine etimologica?

Praesepe, is, neutro., 1 recinto per il bestiame, stalla, scuderia, Verg.; 2 mangiatoia, greppia., casa, dimora, mensa., 4 alveare., 5 luoghi di malaffare.

Intanto ecco un presepe fotografato ieri in un ospedale!

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Gattalingua

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La foto è dell’ amica Ornella

Spezzo il silenzio, non volontario, del mio blog.

Stamani,  in uno scambio di battute via whatapp con una cara amica, lei scrive “Dovevamo nascere gatti”; subito dopo corregge con “Anzi, più correttamente: saremmo dovuti nascere gatti”.

Cara amica paziente e fedele, le forme sono entrambe corrette; anzi, quella che tu ritieni non corretta, è, invece, più corretta di quella che tu reputi corretta. E perché? Il contesto whatapp presuppone una comunicazione leggera, chiara e immediata, che relativamente alle regole grammaticali non va per il sottile come in un contesto formale. E tu, amica mia, sei stata chiara e soprattutto incisiva.

Anche di questo si dibatte in aula con gli studenti.

 

 

La lingua materna

Posto qui un documento incoraggiante: lotto quotidianamente per tentare di insegnare grammatica ai miei studenti e sono orgoglioso di essere stato sottoposto a prove di concorso, che mi hanno fatto sudare lacrime e sangue.
***
Pubblichiamo il documento sottoscritto unitariamente dai membri del Direttivo dell’ASLI e della Giunta dell’ASLI Scuola (e inviato al MIUR), dopo aver preso visione delle prove del concorso a cattedre di materie letterarie (ex classi di concorso A043 e A050) dello scorso 2 maggio e aver rilevato la totale mancanza di quesiti sulla lingua italiana. La presidente dell’ASLI Rita Librandi ha sottolineato che «la totale assenza di quesiti linguistici in una prova sovraccarica di domande (tutte di natura letteraria)» costituisce un fatto particolarmente grave, considerato che «assieme ad altre associazioni accademico-scientifiche, l’ASLI ha sostenuto negli ultimi anni una necessaria correzione di rotta nella formazione dei docenti di scuola».

Ma non si dovrebbe insegnare anche la lingua italiana?

Nella nostra veste di membri del Direttivo dell’ASLI e di componenti della Giunta dell’ASLI Scuola deploriamo la totale assenza di quesiti riguardanti la lingua italiana nelle recenti prove di concorso per l’insegnamento di discipline letterarie nelle scuole secondarie di primo e secondo grado.
Non intendiamo soffermarci su altri aspetti, sia pure discutibili, delle prove, come l’esiguità del tempo concesso ai candidati per quesiti a risposta aperta che avrebbero richiesto riflessione e ampia argomentazione, ma sottolineiamo il dato palesemente più grave. È vero che di recente il Ministero ha opportunamente istituito una nuova classe di concorso per l’insegnamento dell’italiano a stranieri, indicando formazione e competenze specifiche ai docenti che vogliano acquisire l’abilitazione nella stessa classe. Ciò non può far dimenticare, tuttavia, l’insegnamento dell’italiano agli italiani. Ci chiediamo a che valga denunciare ogni anno gli scarsi risultati dei nostri studenti nelle prove OCSE-PISA relative alla lingua materna se poi si trascura di verificare l’adeguata preparazione degli insegnanti in materia di lingua italiana e di educazione linguistica.
Ci si è preoccupati di inserire tra le prove di coloro che sono destinati a insegnare discipline letterarie quesiti volti a verificare la conoscenza delle lingue straniere, ma ci si è dimenticati di valutarne la capacità di riflettere e far riflettere sulla propria lingua, di riconoscere e far riconoscere agli studenti le sue strutture, di modulare e insegnare a modulare varietà e registri in rapporto alle diverse situazioni comunicative. Non mettiamo in dubbio quanto importante sia oggi la conoscenza delle lingue straniere, ma chi sarebbe oggi in grado di negare che una salda conoscenza dell’idioma materno è il requisito cognitivo fondamentale per l’apprendimento di ogni altra lingua?
Ci si potrà rispondere che le prove contenevano quesiti su importanti testi letterari, la cui analisi, in vista della preparazione di un’unità didattica, certamente non esclude l’esame linguistico. Tutto è stato però lasciato alla scelta autonoma del candidato, che avrebbe dunque potuto anche prescindere dalla lingua dei testi. Il vero problema, tuttavia, non è il modo di analizzare i testi letterari, bensì la confusione che ancora oggi si fa, non solo a scuola, tra insegnamento e apprendimento della lingua e insegnamento e apprendimento della letteratura. Per un’abitudine antica, ancor oggi viva tra insegnanti e studenti, nelle aule scolastiche si indica con Italiano tutto ciò che si riferisce sia alla lingua sia alla letteratura, nonostante che nella pratica prevalgano nettamente lo spazio e l’attenzione assegnati alla letteratura, dando spesso per acquisita, soprattutto nelle scuole superiori, la conoscenza della lingua. In molte università italiane si pratica da decenni un’analisi del testo (letterario e non) che, lungi dall’esaurirsi in esercizi di stile autoreferenziali, punta a fornire, attraverso una riflessione fondata sulla linguistica testuale e sulla storia della lingua, strumenti concettuali e metodologici per una lettura interpretativa consapevole. Le ultime prove concorsuali, ignorando gli aspetti linguistici del testo, vanificano un importante e difficile percorso formativo, che appassiona e promuove la crescita culturale e intellettuale dei futuri insegnanti. Da una parte dunque si afferma l’insostituibile valenza della prospettiva linguistica nel curricolo formativo, dall’altra la si nega di fatto nella più importante prova di accesso alla professione dei futuri docenti, innescando rischiose contraddizioni nella coscienza e nella cultura di studenti e insegnanti.
Comprendere testi, parlare e scrivere nella propria lingua, superando i livelli elementari della comunicazione, è condizione indispensabile per la formazione di un cittadino cosciente del suo ruolo e preparato ad affrontare ogni ostacolo nel lavoro e nella società. Come può la scuola dimenticare questo obiettivo, trascurando di verificare quanto i futuri insegnanti siano preparati ad affrontare questo compito?
Ci accorgiamo, tra l’altro, che sempre più spesso l’attenzione dedicata dai media alla lingua italiana assume toni folkloristici, finalizzati a suscitare nient’altro che sorrisi o polemiche irrisorie su effimeri neologismi come petaloso o sui modi di scrivere in rete e nei messaggi dei telefonini. Affrontare il problema della lingua non vuol dire compilare prontuari di “giusto e sbagliato”, assecondare le ubbie di attardati puristi o inneggiare a un insegnamento in inglese della storia dell’arte italiana; significa, al contrario, riconoscere con serietà che è dovere di ogni Paese che intenda rimanere competitivo in Europa e nel mondo assicurare ai propri giovani una competenza piena e consapevole della lingua materna. Ci aspetteremmo che i primi a pensarci, verificando quanto gli insegnanti siano preparati ad affrontare tale compito, fossero proprio le istituzioni a ciò deputate. E invece avviene puntualmente il contrario. 7 maggio 2016 Il direttivo dell’ASLI La Giunta dell’ASLI