Alba arancia

38313342844_ea27943e3fUno dei piatti più prelibati della gastronomia siciliana è costituito dagli arancini. Tutti sappiamo che si tratta di supplì di riso in forma di arancia, contenenti all’interno sugo e o altra carne tritata, non tutti i siciliani però sanno che si dice, per l’appunto, arancini e non “arancine”. In tutta l’isola, infatti, il nome del piatto è un sostantivo femminile; si tratta di un ipercorrettismo che trova giustificazione nel frutto da cui prende il nome e che resiste nella tradizione linguistica locale a dispetto di un libro di Camilleri intitolato Gli Arancini di Montalbano.

Dunque arancini e non “arancine”. Però la Crusca propone una soluzione grammaticalmente diplomatica e perciò condivisibile. 

Fave in esilio 

In un campo coltivato a fave il contadino ammonisce: “Zona avvelenata, esule da ogni responsabilità”(Foto scattata stamattina a Otranto).

Tullio De Mauro

In memoria di Tullio De Mauro ripubblico un post del 2009, quando ebbi modo di conoscerlo personalmente.

Relatore brillante e convincente, Tullio De Mauro è un uomo elegante e umile.
Il professore, quando ti parla, ti guarda con occhi umani; me lo sono ritrovato accanto a condividere il posacenere.
Fuma con passione e questo me lo ha  fatto sentire più vicino.
Gli ho porto la mano e lui l’ha afferrata come se fossimo due amici che non si vedono da tempo e l’ho torturato con una domanda di analisi logica su una frase che a scuola ci ha fatto impazzire a noi insegnanti.
Nella splendida e storica aula magna di Palazzo Steri De Mauro e altri insigni studiosi hanno intrattenuto i presenti su LINGUA, IDENTITA’, CITTADINANZA.
Ci si è interrogati sulle dinamiche linguistiche attuali in relazione ai flussi migratori e alle possibili soluzioni didattiche scevre dai rigurgiti nazionalistici di certi politici cotini al governo.
Sulla parte linguistica scriverò un post ad hoc.
Il pomeriggio è stato, invece, dedicato ai seminari di studio.
La scuola che ha ospitato noi studenti è un edificio mastodontico.
Aule e corridoi brillanti.
Non credevo ai miei occhi.
Io sono caduto nelle grinfie di Madame Trinet, una docente di francese in pensione, la moderatrice del mio gruppo, denominato PROF PRIDE.
Madame Trinet ha appositamente scelto PRIDE, con esplicito e paradossale riferimento al gay pride, per sottolineare la necessità dei principi di individualizzazione e di costruzione dell’identità a partire dai fenomeni linguistici.
Una madre superiora, una marescialla, una dittatrice.
Ha mani di cera, unghia corte e limatissime con una passata di smalto trasparente.
Le muove con grazia e ti imbuca i concetti nella scatola cranica, volteggiando a destra e a sinistra per l’aula.
Ha curato mirabilmente ogni sottogruppo e la sua grazia femminile in un corpo titanico mi ha più volte fatto distrarre dal compitino che dovevo svolgere insieme a una disfattista della scuola italiana e a una giovanissima collega.
Mi sono divertito, lo ammetto.
E poiché professionalmente sono nato con la camicia, al sottogruppo di cui facevo parte è stata assegnata una consegna congenialissima al mio spirito: manipolare testi poetici.
Ecco cosa è venuto fuori:
 
Irriverente rincorro la vita.
Ho i miei problemi,
ma non sono sempre triste,
ho sempre e solo voluto il meglio,
voglio per voi sempre e solo il meglio.
Mangio parole
cantate nell’aria,
veloce come il respiro ansimante
dopo la corsa.
Non sono grazieadio
un apparecchio automatico,
né il bagliore svelto e fugace
di un ufficio informazioni.
Non voglio enumerare tutti i miei pregi
per abbracciare le nuvole
e cadere nel vuoto.
Non voglio dire
che qui è tutto a posto,
ma non sono in definitiva
un sorvegliante di manicomio.
Non sono uno
con cui si può fare ciò che si vuole;
scontroso e arrabbiato
rincorro la vita,
sono ancora qui,
leggera ombra.
(Identikit di docente secondo Melchisedec)

Praesepe

Anche la Crusca è caduta nella rete della semplificazione. Da ieri sui social e alcuni quotidiani spopola un video, nel quale un’accademica spiega, in pochi minuti, che sono entrambe ammesse le forme “presepe” e presepio”, la prima dotta, la seconda popolareggiante. Nulla da dire. Ma almeno ricostruirne l’origine etimologica?

Praesepe, is, neutro., 1 recinto per il bestiame, stalla, scuderia, Verg.; 2 mangiatoia, greppia., casa, dimora, mensa., 4 alveare., 5 luoghi di malaffare.

Intanto ecco un presepe fotografato ieri in un ospedale!

30989180803_3293f388a4_z

Gattalingua

30890218591_9d8d9dd105_z

La foto è dell’ amica Ornella

Spezzo il silenzio, non volontario, del mio blog.

Stamani,  in uno scambio di battute via whatapp con una cara amica, lei scrive “Dovevamo nascere gatti”; subito dopo corregge con “Anzi, più correttamente: saremmo dovuti nascere gatti”.

Cara amica paziente e fedele, le forme sono entrambe corrette; anzi, quella che tu ritieni non corretta, è, invece, più corretta di quella che tu reputi corretta. E perché? Il contesto whatapp presuppone una comunicazione leggera, chiara e immediata, che relativamente alle regole grammaticali non va per il sottile come in un contesto formale. E tu, amica mia, sei stata chiara e soprattutto incisiva.

Anche di questo si dibatte in aula con gli studenti.