“Alla falena simile”

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img_4472Credo di averne ammazzate  almeno cinque per assoluta ignoranza delle loro abitudini  colturali, anche se preso da insania passione per le loro infiorescenze; ho finora  giocherellato  soltanto con le Phalaenopsis, che per la forma ricordano appunto delle farfalle( a forma di falene in greco); sono le più comuni sul mercato, infatti non c’è fioraio che si rispetti, o serra o  supermercato, che non abbia a disposizione delle phal da vendere e che solitamente fanno una triste fine a causa dell’ignoranza di chi le regala e riceve e per il tornaconto dei venditori. Le cause più frequenti della loro lenta morte a casa sono ascrivibili al marciume delle radici o del colletto del fusto, a parte chiaramente la temperatura e l’illuminazione dell’ambiente in cui sono poste. Cosi, dopo aver celebrato  le esequie delle phal in mio possesso, crepate quasi tutte per eccesso d’acqua e per i trucchetti dei fiorai, dopo essermi documentato un minimo con esperti disinteressati al lucrimonio del verde, ho deciso di ammazzare le ultime due con le mie mani; se dovessero anche queste marcire, potrei dire orgogliosamente di essere stato io il mandante volontario di tale delitto e forse chiuderei il capitolo delle orchidee in casa. Come ucciderle dunque, o meglio come provare a farle sopravvivere? Sulla scorta delle informazioni recuperate stamani le ho svasate, ho ripulito le radici vive da sintomi di marciume, eliminato quelle secche e legato  a mezz’aria tra terriccio  e bastone da pothos in fibra di cocco, non interrando del tutto le radici che per eccesso di umidità vanno incontro facilmente alla marcitura. Il risultato probabilmente non corrisponderà alle mie aspettative, ma almeno sto provando a salvarle sperimentando una coltura che si avvicina all’ambiente naturale di alcune orchidee; addirittura alcuni esperti dicono che sia possibile posizionarle a testa in giù, ossia con il colletto orientato verso il terriccio(in verità pezzi di corteccia)proprio per evitare l’accumulo di acqua nel bacino collettore delle foglie e nelle radici che, come si può vedere nella seconda foto dall’alto, sono sospese. Cosa avevo, invece, finora combinato? Mi ero ostinato a interrare tutte le radici, scavando non solo il terreno, ma anche la fossa alle mie phal. Incrocio le dita

Concimi, talee e pizze

Dovendo per necessità covidiche trascorrere molto tempo a casa(si protrae, infatti, la mia quarantena volontaria)e per spezzare un po’ la monotonia delle occupazioni pseudo-letterarie, sto lisciando il pollice verde e perfezionando le abilità culinarie. Mi sono stati di grande aiuto i consigli degli amici e i tutorial, di cui la rete abbonda.

Sul versante gretinico mi sono dedicato alla concimazione naturale e alle modalità di riproduzione delle piante. Come ingredienti fondamentali per arricchire il terriccio di elementi biologici ho usato acqua, bucce di banane, ricche di fibre, vitamine, potassio, magnesio, e riso. In entrambi i casi ho ottenuto dei liquidi nutrienti, tenendo a macerazione, in distinti contenitori, per 5 giorni, gli scarti delle banane e i chicchi di riso. Il risultato è stato eccellente: non solo i potos hanno prodotto delle foglie gigantesche, ma anche numerosissimi bracci verdi da usare per eventuali talee; gli arbusti sono diventati quasi legnosi e hanno la forza di alzarsi in verticale senza alcun ausilio di sostegno. Anche uno spatifolium, che versava in condizioni critiche, ha rinnovato le foglie ed è fiorito finora due volte. I miei dubbi riguardano, invece, la sperimentazione di una particolare talea; l’impresa è difficile sia perché ho scelto di far riprodurre un particolare arbusto di rosa rampicante, ammantata di spine assai aguzze, sia per il procedimento in sé, mai da me esperito. Non si tratta di impiantare il tipico rametto ficcandolo nel terriccio, ma di far precedere tale operazione da una sorta di radicazione in vitro della durata di 15-20 giorni: ho avvolto il rametto di rosa in fogli di carta da cucina, ho inumidito l’involucro e chiuso ermeticamente dentro un sacchetto alimentare di plastica. Dicono che fra una ventina di giorni il rametto radicherà, pronto per essere piantato in vaso. Perplesso.

In cucina ho sperimentato una sorta di pane in pasta quasi naturale da adoperare come base per la pizza e soprattutto per lo sfincione palermitano. Si tratta di un procedimento laborioso, che può durare 12 o 24 ore, in base al tempo a disposizione. Si impasta 1 kg di farina(semola)con 650 grammi di acqua, sale q.b. e si lascia a riposo per 4 ore; dopo la siesta si aggiungono 2 grammi di lievito di birra e 2 cucchiai di olio di oliva e ogni 30 minuti per 3 ore si lavora l’impasto facendo incamerare aria. A questo punto l’impasto va in frigo per 2 ore coperto da un foglio di pellicola. Terminata la refrigerazione, pirlando si creano dei panetti di 250 gr. e si lasciano lievitare a temperatura ambiente per 3 ore. Si procede quindi con la spianatura e l’aggiunta dei condimenti e poi in forno pre-riscaldato a 240 gradi. Il panpizza cotto risulterà molto morbido e bucherellato al suo interno come fosse emmental e all’esterno con un corposo cornicione, appetibile tanto quanto il resto. Tutto il procedimento si può realizzare in 24 ore, estendendo i tempi e usando farine altamente proteiche, ma sono già faticose 12 ore, figurarsi 24!

Come su spilli e ruvidume

Domani 2 settembre, com’è noto, si celebra il Capodanno degli insegnanti e, perciò, mi pare doveroso augurare a tutti i colleghi, blogger e non, un fruttuoso anno scolastico. Poiché io non trovo le parole(sembra che mi sia tagliato la “lingua”), uso quelle di una collega, che insegna ai piccolini. Mutatis mutandis, la sostanza non cambia.

“Le lancette tra poco segneranno sull’orologio l’ora, quella della campanella. E loro, che se la giocano centimetro meno centimetro piú sul metro, con zaini pesanti di libri, curiosità e monellerie torneranno. Chiassosi come barbari in discesa dalle Alpi, torneranno su sedie piccole e banchi a misura di libri, matite e gomme, che di gomme e matite non se ne salverà nessuna, anche fossero le mie. Anzi, proprio e anzitutto le mie.

Scueti, come su spilli e ruvidume, staranno in silenzio. Cinque minuti di silenzio. E poi ‘posso andare in bagno?’ che pare la Mecca per i musulmani e poi ‘ho perso la penna’ risucchiata dal buco nero di Hawking; e poi ‘mi gocciola il naso’ che pare la conduttura di una città intera e poi ‘sto per starnutire, sto per starnutire’ cosí in pieno viso; e poi ‘ti voglio bene’ di nutella su faccia gomiti e caviglie e poi ‘lui, mi ha fatto male’ ma é subito subito pace.

Io starò di meraviglia a vedere. A guardarli.

E vedrò le loro mani piccole di sei anni stringere matite e penne e segnare le prime linee sul quaderno bianco. Linee che diventeranno lettere e sillabe e parole. Frasi. Buone come quelle degli innamorati; buone come quelle dei superstiti; buone come quelle dei matti.

Vedrò mani piccole di sei anni e i primi numeri. Quelli che poi si uniscono e poi si sottraggono e poi si moltiplicano e poi si dividono e diventano tanto e diventano meno. E che poi sanno contare tutti i bambini che sono nel mondo e tutti i panini che servono perché nessuno di loro pianga, di fame; che poi sanno contare tutti gli uomini che sono nel mondo e tutti i fazzoletti che servono perché nessuno pianga, di dolore.

Vedrò occhi all’inverosimile aperti su libri di lettere. E prima saranno solo vocali.
A di Ape, E di erba, I di imbuto, O di orso, U di uva. Così da sempre.
Fosse stato mai – dico io – A di amore per promettere un mondo a misura della meraviglia; E di errore da sempre in rosso come i re che fanno cose grandi; I di insieme, che da soli magari si arriva prima ma anche scontenti; O di ostacoli, che si superano e fanno forti anche i fragili; U di unione, che non è divisione, che non sono muri.

Vedrò occhi, quindi, aperti su libri di numeri. E saranno l’uno che sei tu, il due che siamo insieme, il tre che c’è l’amico in piú, e poi si unisce il quattro, cosí fino a cento e poi a mille di mille. Un paese. Una città. E poi il mondo intero.

Vedrò bocche di sorpresa che si fanno aperte a ripetere le poesie, tante a memoria, di rime abbracciate – che sono innamorate. Ed è, quindi, il gioco delle parole. Tutte capricciose e divertite e potenti; irriverenti e strampalate e matte sí, proprio matte. Che ci becchi il soldatino che se ne va a far la guerra ma che poi si innamora della ballerina e la guerra non la fa piú; che ci becchi galline e pulcini e mucche e asini e pecore, che tutte sono tante e neanche ci stanno nella vecchia fattoria di quello lí; che ci becchi i numeri pure quelli nuovi che Rodari usò per contare l’allegria e la fantasia; che ci becchi il triangolo da sempre un po’ appuntito e il cerchio da sempre chiuso in sé e che poi perfetto, secondo me, non lo è.

E poi io resterò di meraviglia a vedere.

Me li vedrò piccoli di uomini e donne che saranno. Diventeranno i migliori. Tutti, uno ad uno, nessuno escluso. E saranno scueti, come su spilli e ruvidume, senza mai piegarsi. E saranno scueti, e che Dio li benedica, a pretendere una sedia, un banco, insomma un posto. E saranno scueti e non si fermeranno mai. Avanti, sempre avanti a far il meglio, il loro meglio, anche se all’inizio pare peggio.

Me li vedrò cosí. E resterò di meraviglia a guardarli. Scueta anche io insieme a loro.
Loro piccoli di uomini e di donne che saranno. Io donna di bambina che sono.

E speriamo che io domani, alla prima sveglia, me la cavi”. Consuelo

Il 🌶

S’imporpora rubicondo il peperoncino che mio padre con tante cure ha coltivato qualche mese fa nel suo orto da appartamento; da quando la sua capacità di movimento si è ridotta ai minimi termini, ha convertito una delle terrazze in giardino “urbano”, piantando su vasi le tipiche erbe da cucina, tra cui primeggia il basilico, e quest’anno anche il peperoncino. In tal modo, come è uso ormai nelle metropoli mangia-ossigeno, il vegliardo ottiene due scopi: non mancano mai le erbe, infatti fino a dicembre sopravvive qualche fogliolina di basilico, e purifica l’aria dalle sozzure inquinanti, che non mancano anche in un piccolo centro. Poiché da vecchi si diventa altamente fantasiosi, quando le forze lo sostengono, sposta i vasi laddove batte il sole, ritenendo in tal modo di affrettare la maturazione dei frutti. Lui, padre di esperienza agricola, si convince che sia così e nessuno lo distoglie da questa fantasticheria. Le fatiche di Pale le svolge seduto e sposta la sedia per l’occorrenza in lungo e in largo sulla base delle necessità agricole. Ieri, al tramonto, mentre l’afa allentava ormai la sua morsa, ho fotografato il peperoncino in maturazione e il mio pensiero è corso ai morti di Corinaldo e a un triste episodio avvenuto nella mia scuola circa tre anni fa, prontamente insabbiato dalle crocerossine dell’educazione. Un inutile spilungone si è portato in classe uno spray al peperoncino e, pur sapendo che una delle compagne soffriva di bronchite asmatica, ha ritenuto opportuno infestare l’aria durante il cambio dell’ora; in realtà non si è mai riusciti ad appurare se l’attentato sia avvenuto al cambio o in presenza di un’insegnante non proprio sveglia. Il tutto si è concluso con una bella corsa del 118 e la convocazione dei genitori dello stupidotto malvagio, ma non è stato preso alcun provvedimento, perché immediatamente si son trovate le pezze giustificative per l’occasione. Nessun altro episodio del genere si è più verificato per fortuna, ma mi duole ipotizzare che a scuola possa succedere che uno impari a spruzzare del gas al peperoncino o a far rotolare giù dalle scale un cassonetto della spazzatura o uno zaino.

E ancora più doloroso che si sperimenti sin dall’adolescenza l’impunità.

E risplenda come un croco

E dopo mesi di attesa ecco risplendere il mio primo croco. Ero stanco di ammirarne fattura, colore e profumo sulle pagine di letteratura; ora è tempo di contemplarne la bellezza vis à vis.

Ora è del tutto sbocciato. Che felicità!