Moto peri-scolastico

Ormai è deciso: trascorrerò le mie ore di pausa in giro per i quartieri viciniori a quello in cui si trova la mia scuola. Stamani, attraversando porta Sant’Agata, ho percorso quasi tutto il quartiere di Ballarò, dove sorge uno dei mercati più antichi di Palermo. È stata un’autentica e potente distrazione dalle umanità varie, e spesso false, che albergano nella sala dei docenti. Premesso che in quel brulichio di voci, sorrisini e geremiadi varie non riesco né a correggere uno straccio di compito, né a leggere, ho determinato che, complice il sole primaverile, è più salutare muovermi a passo veloce che poltrire su una scomoda sedia ascoltando minchiate stratosferiche. Per la prima volta ho visitato la chiesa di San Saverio, il cui interno, a differenza della facciata(nella foto)che versa in mediocri condizioni, è in evidente stato di degrado. La pianta, a croce greca, ospita sei altari minori, che necessitano di restauro, ma l’attenzione del visitatore viene catturata da un orripilante altare, aggiunto dopo la riforma liturgica, che funge da mensa per le celebrazioni liturgiche. L’idea che se ne ricava è di caos, perciò me ne sono scappato a gambe levate. Poi ho attraversato il mercato, facendo attenzione a non scivolare sulle balate, eternamente bagnate per i rivoli di acqua provenienti dai banconi di frutta e verdura o da quelli del pesce. Infine l’area perimetrale del mercato, occupata da venditori di varia risma, che mettono in bella mostra la merce sui marciapiedi. Si può trovare di tutto: cianfrusaglie, vecchie riviste, scarpe e abiti usati, vinili, tubi, etc… Temo che gli acquirenti siano appartenenti alla fascia poverissima dei quartieri, probabilmente anche extracomunitari. Così, fuori dal mercato storico, dove chi compra ha una sufficiente capacità di acquisto, si è sviluppato un sub-mercato a uso e consumo di chi non può. Chi mai potrebbe acquistare roba del genere? Al termine del giro, ossigenato il cervello, più pimpante che mai, ho ripreso regolarmente servizio. Al prossimo giro mi farò la chinatown panormitana.

La finestra di Leopardi

Tra le mie letture preferite annovero senza alcun dubbio i saggi di letteratura e lingua nella varietà delle loro articolazioni, tant’è che qualche pomeriggio fa mi ero diretto in libreria con l’intenzione di acquistare uno degli ultimi libri pubblicati dal professore Giuseppe Antonelli, ma i miei occhi sono stati attratti da un saggio che, avendomi conquistato per il titolo, si è fatto subito amare per l’originalità della trattazione, l’occasione narrativa e, chiaramente, le tematiche affrontate, ovverosia La finestra di Leopardi del professore Mauro Novelli, Feltrinelli 2018. Il titolo funge un po’ da specchietto per le allodole per chi è sempre alla ricerca di approfondimenti leopardiani, tuttavia il lettore scopre subito che la finestra di Leopardi altro non è che la metafora di un viaggio, insieme reale e immaginario, dello scrittore attraverso luoghi, paesaggi, case e oggetti appartenuti ad alcuni grandi scrittori italiani, un itinerario geograficamente letterario che dalle langhe piemontesi giunge alle costa ionica siciliana attraverso un racconto che tocca alcune località letterarie nostrane. La finestra, di fatto, è quella del professore Novelli visitatore, osservatore curioso e narratore calamitante, capace di condurre il lettore nelle stanze dei nostri amati scrittori, dischiudendone come in un’epifania angoli di memoria e di vita; sono finestre che frugano dentro o fanno spaziare l’occhio nel paesaggio intorno alle case letterarie, che talvolta hanno poco di letterario. Eppure il pregio del libro è nel trasfigurare appunto quegli spazi attraverso il filtro della letteratura e redimerli, ammesso che ce ne sia bisogno, dalla prosaicità della vita e del mondo. Un libro che è geografia storica dell’extra-letterario e al contempo racconto accattivante, di taglio meta-letterario, eppure letterario esso stesso, in cui al gusto per la citazione allusiva si accoppia un rigore filologico ben mimetizzato tra le pieghe della narrazione. La finestra di Novelli apre tante altre finestre e spalanca prospettive, anche inedite, da cui osservare i nostri amici letterari negli spazi che hanno amato o detestato, fonte diretta o indiretta della loro ispirazione poetica. A quegli spazi sono spesso associati aneddoti, manie, curiosità, gusti, miserie e nobiltà dei nostri classici, senza che il narratore ceda mai al gusto barbaro del pettegolezzo. Tutte le ventiquattro finestre letterarie, da Fenoglio a Tasso, da Isabella di Morra ad Alda Merini(io personalmente ho apprezzato Il foulard celeste di Grazia Deledda con un inedita scoperta su Pirandello uomo, Un gelato con Marinetti a Bellagio e Gozzano tra glicini e farfalle)meritano una lettura e possono rivelarsi utili per chi, insegnando letteratura, voglia rendere appassionatamente narrativa una lezione scolastica, sebbene poi i narratari autentici siano quelli che nella vita scorgono, quasi sempre, la letteratura e in questa la vita che pulsa, piange, sorride, medita, coccola e illude.

Rosalia bambina

Il tema della fanciullezza della Santuzza ha avuto anche un risvolto sociale: il dovere morale di tutelare l’infanzia, ma anche le persone che cercano rifugio nel nostro Paese. Si comprende chiaramente come quest’ultima interpretazione costituisca una vera e propria forzatura politica. A prescindere dalla condivisione di ciò, si può comunque apprezzare il valore artistico e culturale dell’iniziativa. Posto qui alcune foto fornitemi dai miei amici. Da anni non partecipo al Festino, non tollerando la calca della folla e la temperatura afosa di luglio, ma alle foto non rinuncio.

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Sedimentazione

Un viaggio non termina mai, neanche quando si torna a casa; inevitabilmente, e il più delle volte, si torna ricchi di conoscenza e di emozioni. Nell’attesa che persone e luoghi, profumi, sapori e colori sedimentino nel fondo della nostra anima, posto gli ultimi squarci della laguna veneta. Intanto oggi si torna a scuola.

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Burano

 

 

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Piccola fata bruna di stelle d’or

Dirò pure, di Venezia, che la città ha una struttura labirintica, e quasi esoterica. Le calli possono intersecarsi, ma anche guidare a un vicolo cieco, così per un non-veneziano è molto facile perdersi; soltanto un veneziano, se lo vuole, può guidare il visitatore. Soltanto un veneziano possiede le chiavi per decifrare la città e permettere a uno straniero di conoscerla. È la storia stessa, e la geografia, di Venezia a determinare questo paradosso di apertura e di chiusura al tempo stesso: tutti potevano entrare nella laguna, a patto che fossero guidati a scansare il pericolo dell’incagliamento delle navi; una volta entrati, gli stranieri avrebbero potuto cogliere l’opportunità di ritagliarsi uno spazio di vita o finire sotto la spada della Vergine Serenissima. Venezia è stata perciò, non so se lo sia tuttora, una città cosmopolita, libera, indipendente e giusta, una miscellanea delle più raffinate culture del Mediterraneo orientale, che trovano una sedimentazione nell’architettura delle abitazioni pubbliche e private. Una città che abbraccia, stritola e ingoia il visitatore in un boccone, come una strega delle favole dalle sembianze di una bella e conturbante “venessiana”.

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