…ma questo Globo ove l’uomo è nulla

scansione0005Presto detto sia! Il problema è nel background del fruitore, perché un conto è assistere alla visione del film di Martone, Il giovane favoloso, completamente asciutti di poesia, filosofia e biografia leopardiane, un altro è, invece, averne assorbito una gran parte, e continuare a farlo sempre sempre, senza mai stancarsi. Proprio questo retroterra può costituire un limite all’interpretazione del film di Martone, sia che ad esso si accosti un imberbe, ben nutrito dei pregiudizi sul poeta di Recanati, cui anche la vulgata scolastica, nell’estrema difesa comunque  di un grande, ha contribuito in tanti anni di divulgazione del mito leopardiano, sia che l’interprete sia uno abbastanza avveduto e ben consapevole di certi snodi leopardiani. Consapevole del fatto che non sia possibile sovrapporre come in un’operazione di decalcomania due statuti rappresentativi differenti, dialoganti per l’oggetto(Leopardi e il suo mondo), eppure cozzanti per linguaggi, scopo e destinatari, ossia film da una parte e biografia, poesia e filosofia leopardiane dall’altra, proverò tuttavia a esprimere un breve giudizio sul film di Martone, o meglio su ciò che il regista fa emergere del poeta Leopardi, del suo tempo e del suo messaggio.

Il filo conduttore di tutto il film è la contaminazione tra biografia, poesia e filosofia leopardiane, contaminazione che rende squilibrata la struttura e parzialmente semplificante la ricezione per il pubblico imberbe con un ago della bilancia che pende sul lato biografico e poetico a danno di quello filosofico, che fa, invece, tutt’uno con i primi due. Chi, infatti, si accosta a Leopardi non può di solito separare nettamente filosofia da poesia, poesia da biografia, tecnica poetica da reale prova poetica e via di seguito, a meno che non si rinunci a una comprensione esauriente del mondo leopardiano. Chi sa gestire i diversi fili della sceneggiatura riesce in qualche modo a tessere la trama dei significati, chi, come dicevo prima, ha la mente ricolma di luoghi comuni e pregiudizi, dopo la visione del film, non potrà che consolidarli attraverso quella semplificatoria equazione malattia=disagio=pessimismo, che ingombrante peso ha avuto nell’interpretazione della poesia leopardiana e nella sua commercializzazione scolastica. Come già è stato evidenziato da molti, fatta salva la bravura geniale di Elio Germano, l’operazione di Martone non aggiunge e non toglie nulla a ciò che il pubblico sa di Leopardi, anzi attraverso la tecnica della citazione diretta e dell’allusione il pubblico medio e altresì quello berchettianamente parigino trova occasione per misurarsi con la sua memoria, recitando i versi di Leopardi(in sala ed anche ad alta voce!)e annegando nella loro sofficità sonora. Così ci si ritrova un Leopardi che sulla scena recita L’infinito, mentre si aggira ebbro di furor poetico tra le frasche dell’ermo colle e sforza la vista degli occhi e della mente  per oltrepassare il limite, o La sera del dì di festa nel chiuso della sua camerettaoppure ci si rimembra di una certa Silvia, la cui morte è oggetto della narratio di Martone, dopo che questi ne ha mostrato le faticose opre da uno spazio-finestra oggetto della contemplazione leopardiana; oppure ancora una corpulenta gallina ovaiola che razzola in su la via, anche se non dopo una tempesta. Pregnante, ma ridicola per gli effetti speciali hollywoodiani, la scena della Donna-Natura che gigante si presenta all’Islandese, incarnato però sulla scena dal poeta, e che dà prova della potente forza della materia attraverso un processo di auto-annientamento; anche nella parte finale, sotto un reboante sterminator Vesevo, la rappresentazione strizza l’occhio al meglio degli effetti speciali, ma la voce che recita il sublime fiore del deserto redime la scena da ogni giudizio frettoloso di condanna e assolve Martone per il tramite della poesia leopardiana. Assoluzione che non consente, tuttavia, di definire Il giovane favoloso un capolavoro; a livello didattico la visione del film, se preceduta da una o più lezioni propedeutiche, può risultare utile per far cogliere ai ragazzi alcuni snodi fondamentali del mondo leopardiano: 

  • la figura oppressiva e castrante di Monaldo, letteralmente innamorato di Giacomo;
  • la sconfinata erudizione di Leopardi per il tramite della biblioteca che nelle intenzioni di Monaldo avrebbe assicurato al figlio un posto di rilievo nell’ambito dell’intellettualità pontificia, ma che si rivela volano per la fuga e la ricerca della libertà individuale e della gloria;
  • il carattere retrivo e polveroso di quella cultura romantico-borghese di primo Ottocento, incapace di comprendere il genio leopardiano e di accettare la filosofia dell’arido vero;
  • il tratto fanciullesco della sensibilità leopardiana, che si materializza nell’attenzione certosina alle voci, ai silenzi e alle forme della natura;
  • il disagio della condizione fisica e psicologica, che non diventa mai rinuncia alla vita.

Può, invece, nuocere assai agli studenti l’indugio eccessivo del regista sulla rappresentazione della figura fisica di Leopardi, che raggiunge movenze ai limiti della caricatura soprattutto nella seconda parte del film ; temo che proprio quest’immagine possa restare impressa nell’immaginario dei nostri studenti. Ma noi, tornati in classe, con i ferri del nostro mestiere sapremo come intervenire.

 

 

E ora i voti, per gioco, eh?
Regia 7
Sceneggiatura 7
Elio Germano 10
Michele Riondino 10
Massimo Popolizio 10
Isabella Ragonese 9
Fotografia ECCELLENTE
Montaggio 8
Musiche 8
Scenografia 8