E conto, conto, conto

La filosofia di questi miei esami di stato come commissario ha un che di pirandelliano, nel senso che mi diverto ad osservare, posizionato su un punto della circonferenza, il marasma umano che si consuma dentro, il gioco umano che si disputa nell’area del campo. E tanto, tanto silenzio. E tanto, tanto contare fino a cento per non rompere la convenzionale armonia che regna fra tutti i commissari.

Così non mi è sfuggito, in uno dei gruppi di lavoro, il fastidio che due colleghe interne provano nei confronti della terza commissaria interna; le due, coalizzate, non esprimono verbalmente tale sentimento, ma con smorfie e strizzatine di occhi tollerano a stento le infelici défaillance  della collega, ne evidenziano agli occhi della commissione gli errori, esplodono in risatine isteriche, dando ad intendere che è proprio lei la guastafeste di turno, l’ingranaggio debole della macchina degli esami, l’anello debole della catena di montaggio.

Però a questo gioco balordo nessuno di noi esterni partecipa: il presidente è troppo impegnato nella venerazione del Dio Verbale, il vice in perenne sovraeccitazione per i mirabilia di Excel e la franco-anglofona nel dimostrarmi quanto è brava, ordinata e ligia al dovere.

Io osservo, prendo nota e taccio.

E conto, conto, conto.

Le “traccie”: Caproni! 

xKpLTt1Una prova dell’informazione giornalistica imprecisa è stata fornita mercoledì 21 giugno in occasione della prova di italiano. Quotidiani, TV e studiosi di discreta autorevolezza hanno sbandierato ai quattro venti il nome del poeta Caproni come autore scelto dal Miur per la classica analisi del testo. Niente di più impreciso. Se gli autori dei servizi televisivi e giornalistici avessero letto attentamente i quesiti relativi alla prova A, si sarebbero accorti subito che nessun quesito proposto ai maturandi fa riferimento alla biografia di Caproni e alla sua parabola poetica. La proposta di Versicoli quasi ecologici si inquadra, infatti, nella cornice tematica, che ha caratterizzato la prova di quest’anno e che lega con un filo rosso quasi tutte le proposte: il problematico rapporto uomo/natura con la variante progresso/regresso. Dall’orizzonte  dei formulatori del Miur spariscono definitivamente(?)la contestualizzazione storico-culturale e l’analisi della letterarietà della poesia, se non accennando a vaghe domandine di carattere prosodico e metrico. La letteratura torna ad essere momento di epifanie pedagogiche, formative e riflessive. Nonostante ciò, ancora una volta, gli studenti alla poesia del lamantino e del galagone di Caproni hanno opposto la fredda presenza metallica dei robot nel mondo del lavoro e i mezzi tecnologici come nuovo eldorado della frontiera del futuro.

Non uccidete il mare,

la libellula, il vento.

Non soffocate il lamento

(il canto!) del lamantino.

Il galagone, il pino:

anche di questo è fatto

l’uomo. E chi per profitto vile

fulmina un pesce, un fiume,

non fatelo cavaliere

del lavoro. L’amore

finisce dove finisce l’erba

e l’acqua muore. Dove

sparendo la foresta

e l’aria verde, chi resta

sospira nel sempre più vasto

paese guasto: <<Come

potrebbe tornare a essere bella,

scomparso l’uomo, la terra>>.

Puniti


Avendo, quest’anno, faticato ben poco a scuola, e come docente e come collaboratore della dirigenza, e avendo perciò trascorso il tempo-scuola tra una grattatina di pancia e due chiacchiere di taglio e cucito tra colleghi, giustamente il Miur ha ritenuto opportuno punirmi con l’assegnarmi non solo a due istituti ubicati a chilometri di distanza, ma con il nominarmi per due classi di concorso differenti, ergo, a parte il compito scritto d’italiano in un liceo, dovrò pure correggere, ne sono quasi certo, la terza prova di storia(contemporanea), materia che ho insegnato ben 24 anni fa, in un magistrale. Se fossi disonesto, correrei ai ripari, ma escogitare finte malattie non rientra nel mio orizzonte umano e professionale e quindi dal 19 giugno assolverò il mio dovere di commissario; tra l’altro una delle scuole(statale) è ubicata nella costa palermitana opposta a quella in cui insiste il mio comune di residenza e, ciliegina sulla torta, l’altra è un diplomificio riconosciuto dalla legge.

Stessa sorte e stessa commissione all’altro collaboratore della mia scuola. Anche lui, a dire il vero, in odor di fannulloneria.

Ci consoleremo a vicenda.

Frivolité

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Gli esami di Stato hanno anche dei risvolti  frivoli, tra questi l’abbigliamento dei commissari; stendo un velo pietoso su quello del pubblico presente, costituito per la maggior parte dai ragazzi stessi che attendono di essere interrogati nei giorni a venire. Qualche genitore e tanti spettatori. Quasi tutti i ragazzi calzano jeans strappati, solitamente all’altezza dei ginocchi, con fili di cotone che pendono come liane e con le rotule ben in evidenza, o bermuda di tutte le fogge. Fanno eccezione i candidati del giorno, che vestono morigerati. Le ragazze, invece, con t-shirt e jeans che evidenziano le forme. Ipertruccate e tirate a lucido. Il pubblico regolarmente viene invitato  dal presidente a non far uso di telefoni e similia durante il colloquio. E qualcuno s’è beccato un cazziatone, con mio sommo gaudio.

L’abbigliamento più particolare ed elegante è quello della collega British, che anche negli atteggiamenti mimici del volto presenta un non so che di eleganza affettata. È molto gentile, ma con un quid di artefatto e studiato; la collega ha cambiato abbigliamento ogni giorno, è molto attenta agli accessori che richiamano quasi sempre per analogia il colore della blusa o del pantalone o del vestito che indossa. I suoi colori preferiti sono il verde, il bianco, l’azzurro e il rosso; anche il trucco è impeccabile, come gli accessori. Borsa, trucco, scarpe, bracciali e collane di varia fattura e forma.

La più particolare è la collega-matematica, che indossa, anche a causa della sua stazza, degli abiti africaneggianti, larghi e lunghi, più adeguati ad una spiaggia che non ad un esame di Stato; tuttavia è una donna molto simpatica e quindi l’abbigliamento da spiaggia passa in secondo piano. Anche lei, come l’algida British, cura molto gli accessori, in modo particolare gli anelli voluminosi, sui quali sono incastonate delle pietre o ghirigori di metallo. È la più confusionaria della Commissione, è molto distratta e le piace molto parlare, quindi il presidente la redarguisce bonariamente tutte le volte in cui il suo cicaleccio supera quello del candidato sotto esame. Dona a tutti sorrisi ed elargisce battute in siciliano.

Il più antiquato è il commissario-politico: i suoi colori preferiti sono il grigio e il bordeaux,  usa esclusivamente  pantaloni classici e camicie, il cui spettro cromatico spazia dal bianco all’azzurrino pallido; complessivamente sciatto l’aspetto, ma quando lo si sente parlare, se è vero che suscita molta antipatia, bisogna anche riconoscere che è uno tra i colleghi più preparati. È un oratore nel dna; quando parla di storia dell’arte, non dà molto spazio ai candidati, parla più lui che il candidato stesso. Non si capisce se questo dipenda dal suo narcisismo o dall’amore che ha per la storia dell’arte.

Poi c’è il presidente, fondamentalmente un uomo molto elegante e casual; indossa pantaloni classici blu e Polo. I suoi colori preferiti sono il bianco, il rosso e il blu. Ha un’eleganza innata, che si manifesta anche nel suo modo di parlare, ed è un uomo molto pulito, uno di quelli che al mattino si piazza sotto la doccia prima di uscire.

L’Ignavo, di cui ho già parlato nei post precedenti, è ripetitivo e monotono, usa dei jeans anonimi e delle polo esclusivamente targate Lacoste. I suoi colori fondamentali sono il blu e il bianco. È uno che lavora poco in commissione, si limita ad interrogare e non partecipa a nessuno dei momenti fondamentali dei lavoretti concreti della Commissione. Ci guarda e contempla. Come la collega British, pronuncia parole sommessamente, quindi non è facile ascoltare le domande che pone ai candidati. Si può dire che la Commissione è suddivisa in due settori: il settore tromboni, al quale appartengo io e altri due, e il settore dei confessori, quelli che gestiscono l’interrogazione come se fosse una confessione religiosa.

Da non trascurare, infine, è il lato godurioso della Commissione, quello della pausa. Dopo il terzo candidato la Commissione interrompe per circa un quarto d’ora i lavori e si dedica al desco. Quasi tutti ordiniamo delle granite, o di limone o di caffè, che gustiamo insieme ad una brioche; fa eccezione la collega British e in qualche modo anche l’ignavo, condizionato dall’orologio. Dopo una certa ora costui rifiuta il cibo, poiché-dice- gli si rovina il pranzo a casa. Mi pare uno di quelli che, prima di mangiare, sottopone le pietanze ad analisi microscopica. Che noia, però!

Voi mi “corriggirete”

Esco con le ossa rotte dalla correzione della prima prova degli esami di stato. Deluso, amareggiato, eppure ricco di un tesoro di esperienza che riverserò a scuola nel mio quotidiano insegnare.

Su circa venti saggi corretti soltanto due presentavano forma e sostanza di tal specie; i restanti, invece, delle larve di saggi trasformatisi poi, e anche malamente, in temi. Già qualcuno più autorevole di me ha sottolineato quante e quali insidie mostri palesemente la tipologia B e sappiamo quali prodotti ci tocca di correggere anche nelle nostre classi: una macedonia di brandelli di testo raccattati qua e là negli allegati, ma privi di rigore logico e argomentativo.

Ma esco, ancora di più, con le ossa rotte per gli episodi di sciatteria e asineria mostrate dai colleghi della commissione durante la correzione collegiale: interni ed esterni pronti a ridimensionare la gravità degli errori ortografici- sintattici-morfologici, indulgenti al cospetto di una forma verbale all’indicativo, che sarebbe dovuta essere al congiuntivo, fintamente ilari per qualche bestialità contenutistica(Cesare nel 44 a.C attraversa il Rubicone, vero?). Non starò qui a enumerare i vari casi occorsi, che nulla aggiungerebbero alla sostanza del mio disgusto.

E tutto questo perché? Perché non ho potuto, pur volendolo, esercitare il mio mestiere? Perché la norma del MIUR prevede che il compito d’italiano sia azzannato da tutte le bocche della commissione. 

La scena tipica è la seguente: leggo la prova ad alta voce, mi fermo, mi soffermo, segno l’errore giustificando ai commissari il perché della scelta, seguono reazioni varie, descritte succintamente poc’anzi, con griglia sotto gli occhi si propongono i voti, il mio è in minoranza chiaramente, viene votato il voto più alto anche se a maggioranza; per farla breve, un 8 diventa 10, un 9 diventa 11, un 12 diventa 14 e così via.

La forma è salva, la sostanza la si può dedurre di conseguenza.

 

Quizzaioli

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Ho contato fino a 20 per trattenermi e non sbottare.

Durante una delle penose riunioni finalizzate all’adempimento di alcuni obblighi di legge, uno dei commissari, l’Ignavo, ha trascorso gran parte del suo tempo a verificare la corrispondenza tra gli argomenti del programma di scienze e le pagine del libro di testo; ad un certo punto dell’indagine ricognitiva, l’Ignavo si è rivolto ad uno dei membri interni, ma anche a noi tutti, rilevando che nel libro di testo non era presente un argomento fondamentale riportato invece dal programma firmato dagli alunni. Attimi di panico. Sono partite almeno tre chiamate telefoniche destinate al professore di scienze degli studenti, perché si chiarisse il motivo della lacuna. E anche le ipotesi. Non ha spiegato l’argomento? Se così fosse, i ragazzi avrebbero firmato in fede e alla cieca? Ha adoperato un testo diverso da quello in uso? Ha dettato appunti? E via le chiamate anche agli alunni!

-Esiste un secondo fascicolo del libro di scienze- hanno risposto gli studenti. Cosa di cui l’Ignavo non si era accorto.

Qualche giorno fa anche le interne mi hanno gentilmente esortato a prendere visione dei libri di testo, ma sono state altrettanto gentilmente snobbate. Punto primo, perché conosco quei testi abbastanza bene. Punto secondo, perché non ho mai interrogato, formulando le domande con la parafrasi delle didascalie degli argomenti affrontati dal libro di testo.

È evidente che tale malcostume è endemicamente diffuso nel paesaggio scolastico nostrano.

Sulle tracce 2016

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Se si dà uno sguardo d’insieme alle tracce degli esami di maturità del 2016, non possono sfuggire all’osservatore alcune costanti che le attraversano.

Saggio breve/articolo di giornale

Una di esse, rispetto agli anni precedenti, è la riduzione della quantità di documenti messi a disposizione del candidato. Nel caso del saggio di ambito socio-economico addirittura i documenti sono soltanto due, i quali ribadiscono essenzialmente lo stesso concetto-chiave: non rientrano nel PIL alcuni elementi fondamentali per valutare il livello di benessere. Tali elementi vengono poi enumerati nel discorso di Kennedy del 1968, riportato su “Il Sole 24” nel marzo 2013. Ridotto è anche il numero di quelli che corredano il saggio di ambito artistico-letterario, nella fattispecie tre testi letterari e uno iconico; da rilevare l’elemento cronologico disorientante per gli studenti riportato per i tre testi letterari, di cui viene citata la fonte editoriale postuma rispetto all’anno reale di pubblicazione delle opere citate. Testi volanti, sganciati, insomma, dal contesto storico-culturale. La compressione degli allegati penalizza pure la traccia di ambito tecnico-scientifico, che, tra l’altro, mutatis mutandis, fu proposta qualche anno fa(maturità 2010, Siamo soli?). I redattori delle tracce si sono, invece, sbizzarriti, con il tema di ambito storico-politico, Il valore del paesaggio, che ha offerto ai candidati ben quattro documenti, costituiti quasi tutti dalla stessa sostanza argomentativa. Chi potrebbe, infatti, confutare il valore dei paesaggi vari?

Un’altra costante riguarda la semplicità dei testi; anche le fonti citate, pur nella loro utilità, sono state a portata di comprensione da parte dei candidati.

Da qui discende una terza costante, invisibile. La volontà dei redattori di non ammonticchiare sul banco degli studenti molti testi per dare loro la possibilità di pescare nel loro bagaglio culturale e, a volere essere malpensanti, in quello allestito il giorno prima degli esami(dagli aggeggi elettronici nascosti ben bene nell’abbigliamento alle famose cinture con temi esplosivi già pronti da copiare in tutto o in parte). In ogni caso, qualunque traccia avesse scelto, il candidato avrebbe potuto riportare sé e le proprie conoscenze e riflessioni; non è stata, poi, una scelta così malvagia. Mi pare giusto che il candidato sia stato chiamato a dare prova di maturità elaborativa personale; nel concreto, però, non sempre essa è accompagnata dall’onestà intellettuale. Non la esercitano i docenti, mi sembra pretenzioso richiederla agli studenti, peraltro sconosciuti a metà della commissione esaminatrice.

La volontà di aiutare gli studenti non ha risparmiato la prima prova, l’analisi del testo saggistico che, dopo l’anno in cui fu proposto Claudio Magris, è entrato a pieno titolo nella rosa delle tracce A. Si aggiunge il fatto che da giorni la rete pompava il nome di Eco come probabile autore su cui scommettere, e così è stato. Di lui non è stato proposto alcun lacerto propriamente letterario, ma una riflessione sulla letteratura(e la lingua), da cui si sarebbe dovuta dipanare quella dei candidati. A mio modesto parere,  è sembrato inadatto al contesto il quesito 2.1, nel quale si chiedeva al candidato di analizzare l’aspetto stilistico, lessicale e sintattico del testo. Transeat il sintattico! Ma quanti e quali artifici stilistici possono attraversare un testo saggistico, destinato generalmente a convincere il lettore della legittimità della tesi del suo autore? Se si esclude l’incipit del brano proposto, in cui campeggia qualche sparuto richiamo al potere immateriale della letteratura, spogliato subito di ogni valore spiritualistico-dottrinario dall’autore stesso, e un latinismo consunto, quali mirabilia lessicali e stilistici caratterizzerebbero la parte restante del brano?

Sempre nell’ottica dell’aiuto è stata strutturata la traccia di argomento generale, una riflessione sui significati del confine attraverso un testo di Zanini. Mi è parso un ritorno alle vecchie belle tracce di temi, che molti studenti abbiamo sviluppato negli anni ’80 ai tempi del liceo. Traccia fattibile e ricca di spunti di riflessione.

La palma, a mio parere, va attribuita alla traccia C, il tema di argomento storico. Via le guerre e gli ismi, le Destre e le Sinistre, la Chiesa e lo Stato! Il candidato, giovandosi della lettura delle testimonianze di Anna Banti e Alba De Cespedes(nel foglio ministeriale c’è un refuso, De Cespedesp per De Cespedes), avrebbe dovuto avviare una riflessione sul ruolo che le donne italiane hanno avuto nella realizzazione del progetto di società democratica, che si delineò a partire dal 1946(e ancora prima con la Resistenza)con la partecipazione al voto e che si sarebbe consolidato negli anni a venire lungo l’arco della storia repubblicana.