“Risvegli”

La prima prova dell’esame di Stato è già andata, tra un po’ non se ne parlerà più. Eppure, per mio puro divertimento, proverò a dare una spiegazione delle tracce che personalmente mi interessano di più. Tralascerò l’analisi dei quesiti, che tuttavia costituiscono lo spunto-critica da cui sono partito.

Si comincia con la poesia di Ungaretti, Risvegli.

I vari siti, così come i tecnici del Miur, hanno proposto una visione leggermente distorta della poesia di Ungaretti, chiudendo, a mio parere, l’orizzonte di significati che il testo evoca appunto, che non è quello esclusivo della guerra. A voler fare proprio lo scopavirgole, non mi pare che nella poesia Risvegli, a parte il riferimento storico-geografico di Mariano, le vite perse e qualche amico morto, si voglia spingere il lettore a vagheggiare necessariamente scenari bellici. La guerra c’è, è un dato, ma forzare l’interpretazione in questa direzione è eccessivo. Di ciò è indizio il quesito numero 5(Ma Dio cos’è?)con riferimento al percorso spirituale ungarettiano, che troverà esplicazione nelle raccolte successive a Il porto sepolto.

Ungaretti ha vissuto ogni momento della propria vita, rivivendo su di sé quelli della vita degli altri uomini, anche di coloro cioè che sono vissuti in un’epoca lontana. A meno che per pura follia si voglia ipotizzare che il poeta sia un fantasma vagante in eterno di epoca in epoca alla ricerca masochistica di un ubi consistam di sofferenza, si può pacificamente affermare che la condizione umana, esistenziale, storica di Ungaretti si rispecchia nella condizione generale degli altri uomini, e viceversa in qualche modo. Poeta che canta lo strazio dell’umanità tutta si riconosce uomo tra gli uomini. E’ un gran dire poter abbracciare l’umanità tutta, perciò il poeta, nella seconda strofe, potenzia la lontananza fisica e storica dagli altri uomini, ponendo un limite alla possibilità di recupero di quelle vite perse attraverso la memoria. Il percorso della memoria non approda così alla meta: le vite perse di tanti uomini restano lontane nello spazio e nel tempo. Eppure il canto poetico ha il potere di far destare anche le fole più inconsistenti del viaggio memoriale. E’ un destarsi della memoria alla coscienza, un destarsi che, nella dolcezza e sorpresa del quotidiano, scopre la meraviglia della vita, raddolcendo il turbamento spirituale. Gli occhi dell’io lirico, infatti, rincorrono le nuvole, che si disfanno o si diradano al primo mattino, così come si dipanano con rimpianto sul filo della memoria i volti di qualche amico morto. Dal generale al particolare, dalla coscienza collettiva a quella individuale, Ungaretti uomo, Ungaretti amico, tragedia collettiva e insieme personale. Scatta il corto circuito della comprensione: Ma Dio cos’è? Quante volte ci siamo posti questa domanda, quando una tragedia collettiva o la morte di un nostro affetto ci ha lacerato il cuore? La creatura umana, tutte, in assenza della risposta alla domanda su cosa sia Dio dilata gli occhi atterrita e si limita docile a ricevere in sé la luce delle stelle, minuscola come gocce, e il silenzio della pianura. Soltanto così l’uomo-creatura, non più soltanto il poeta, non più soltanto gli altri uomini di tutte le epoche fonde, si rasserena dopo il turbamento suscitato da quell’interrogativo esistenziale. Si può dire, perciò, che il centro propulsivo della lirica sia costituito dalla riflessione del poeta sulla condizione esistenziale degli uomini, caratterizzata dalla fragilità e dalla caducità, di cui sicuramente la guerra è cifra costante; una domanda-riflessione che si pone come richiesta metafisica di senso, che possa giustificare la storia e il suo snodarsi nel tempo e nello spazio. Il poeta Ungaretti sembra dare una non-risposta in termini logico-discorsivi di fronte all’indefinibilità di ciò che è Dio, alla sua ineffabilità, che, pur logos, non si traduce in parole umane; la sete di un Dio assente viene estinta soltanto dalle gocciole di stelle, che dissetano la richiesta della creatura, mentre rintrona il silenzio della pianura. E’ nel riconoscersi docile fibra dell’universo che Ungaretti-uomo-creatura può dare un senso a tutto, anche all’assenza di Dio.

Idoli di carta

Quest’anno il rito è doppio. Una commissione su due scuole diverse, due plichi da chiudere. 

A pranzo, dopo un’ ulteriore e sfiancante verifica di documenti, come adepti di un rito ancestrale, abbiamo fatto cerchio intorno allo sciamano, che ha depositato l’idolo di carta sull’altare sacrificale. La vittima è stata dapprima avvolta in spesse bende di carta e di nastro da imballaggio e poi stritolata da un poderoso filo di spago; infine gli adepti hanno versato il loro sangue di inchiostro su ciascuna faccia dell’idolo a garantirne integrità e lunga vita nel silenzioso regno del burosauro italico.

La prossima settimana si rinnoverà il rito.

Di sovrumani fati, di fortunati regni e d’aurei mondi

Lo stillicidio della correzione degli elaborati di italiano è terminato da qualche giorno. Sebbene 40 candidati in tutto non siano un campione attendibile perché si possa esprimere un giudizio, tuttavia mi sono fatto un’idea delle tracce di quest’anno: i migliori elaborati hanno sviluppato l’analisi della poesia ecologica di Caproni, il saggio letterario(la natura tra idillio e minaccia)e il tema generale (progresso materiale e morale), mentre pessimi sono stati i risultati per quanto concerne i saggi di ambito economico e scientifico. La maggior parte di essi è stata valutata con voti insufficienti, sia per l’inconsistenza degli elaborati stessi, sia per il pasticcio generato dal MIUR che ha proposto due tracce simili. Alcuni candidati si sono sentiti autorizzati a mescolare i documenti dell’uno e dell’altro, generando saggi ibridi dal valore contenutistico discutibile. 

Come detto sopra, la correzione è stata lenta; il presidente della mia commissione ha stabilito che si dovessero correggere soltanto 9 compiti al dì, fissando non meno di 50 minuti per compito(prima, seconda e terza prova). Da un canto tale scelta ha comportato il prolungamento degli esami fino a metà luglio, dall’altro la commissione ha potuto correggere in tutta serenità e ciascuno di noi ha potuto raggiungere casa in tempo, diciamo, per pranzare serenamente, senza doversi accontentare degli involucri di grasso e zuccheri costituiti da croissant, dolciumi e schifezze varie che, mangiati una tantum, sono gradevoli, ma quotidianamente e con l’afa soffocante nauseano assai.tatuaggio-teschio-con-rosa-in-bocca-300x300

Da lunedì le ore sono diventate più movimentate; il merito è anche dei candidati, che hanno sfoderato il peggio del peggio con le loro strampalate mappe concettuali, cui si accompagnano immagini kitscheggianti: teschi incoronati di rose che parlano di amore e morte, buchi neri e lune opaline, depressioni carsiche, cosmiche e patologiche, settima, ottava(?) e nona arte(?) e chi più ne ha più ne metta.

Tutto, tranne che maturità di pensiero.

 

E conto, conto, conto

La filosofia di questi miei esami di stato come commissario ha un che di pirandelliano, nel senso che mi diverto ad osservare, posizionato su un punto della circonferenza, il marasma umano che si consuma dentro, il gioco umano che si disputa nell’area del campo. E tanto, tanto silenzio. E tanto, tanto contare fino a cento per non rompere la convenzionale armonia che regna fra tutti i commissari.

Così non mi è sfuggito, in uno dei gruppi di lavoro, il fastidio che due colleghe interne provano nei confronti della terza commissaria interna; le due, coalizzate, non esprimono verbalmente tale sentimento, ma con smorfie e strizzatine di occhi tollerano a stento le infelici défaillance  della collega, ne evidenziano agli occhi della commissione gli errori, esplodono in risatine isteriche, dando ad intendere che è proprio lei la guastafeste di turno, l’ingranaggio debole della macchina degli esami, l’anello debole della catena di montaggio.

Però a questo gioco balordo nessuno di noi esterni partecipa: il presidente è troppo impegnato nella venerazione del Dio Verbale, il vice in perenne sovraeccitazione per i mirabilia di Excel e la franco-anglofona nel dimostrarmi quanto è brava, ordinata e ligia al dovere.

Io osservo, prendo nota e taccio.

E conto, conto, conto.

Le “traccie”: Caproni! 

xKpLTt1Una prova dell’informazione giornalistica imprecisa è stata fornita mercoledì 21 giugno in occasione della prova di italiano. Quotidiani, TV e studiosi di discreta autorevolezza hanno sbandierato ai quattro venti il nome del poeta Caproni come autore scelto dal Miur per la classica analisi del testo. Niente di più impreciso. Se gli autori dei servizi televisivi e giornalistici avessero letto attentamente i quesiti relativi alla prova A, si sarebbero accorti subito che nessun quesito proposto ai maturandi fa riferimento alla biografia di Caproni e alla sua parabola poetica. La proposta di Versicoli quasi ecologici si inquadra, infatti, nella cornice tematica, che ha caratterizzato la prova di quest’anno e che lega con un filo rosso quasi tutte le proposte: il problematico rapporto uomo/natura con la variante progresso/regresso. Dall’orizzonte  dei formulatori del Miur spariscono definitivamente(?)la contestualizzazione storico-culturale e l’analisi della letterarietà della poesia, se non accennando a vaghe domandine di carattere prosodico e metrico. La letteratura torna ad essere momento di epifanie pedagogiche, formative e riflessive. Nonostante ciò, ancora una volta, gli studenti alla poesia del lamantino e del galagone di Caproni hanno opposto la fredda presenza metallica dei robot nel mondo del lavoro e i mezzi tecnologici come nuovo eldorado della frontiera del futuro.

Non uccidete il mare,

la libellula, il vento.

Non soffocate il lamento

(il canto!) del lamantino.

Il galagone, il pino:

anche di questo è fatto

l’uomo. E chi per profitto vile

fulmina un pesce, un fiume,

non fatelo cavaliere

del lavoro. L’amore

finisce dove finisce l’erba

e l’acqua muore. Dove

sparendo la foresta

e l’aria verde, chi resta

sospira nel sempre più vasto

paese guasto: <<Come

potrebbe tornare a essere bella,

scomparso l’uomo, la terra>>.