Flore terrae solutae

Le gote delle mie montagne sono come quelle di un cinquantenne dove campeggiano chiome settecentesche di canizie primaverile tra prati ricoperti di verde. Le mimose si tuffano lussureggianti finanche sui cigli delle strade di campagna, gareggiando con il giallo elettrico delle acetoselle. Spira già un’aria, che svela i segreti della terra. 

A scuppuluni

dion3Le giornate più costruttive a scuola sono quelle in cui entri in aula per spiegare storia romana e ti ritrovi entusiasticamente a ripiegare sul teatro greco nell’imminenza di uno spettacolo teatrale. Alla faccia dei cultori del pedagogismo pedante!

Che non si dica che gli studenti assistano a uno spettacolo teatrale dal sapore civile contemporaneo senza possedere un minimo di conoscenze sulle origini del teatro; che poi a Siracusa qualche assaggio l’hanno fatto.

Le lezioni migliori, come sempre, sono quelle non previste e non programmate.

A scuppuluni, come si dice dalle mie parti.

Gattalingua

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La foto è dell’ amica Ornella

Spezzo il silenzio, non volontario, del mio blog.

Stamani,  in uno scambio di battute via whatapp con una cara amica, lei scrive “Dovevamo nascere gatti”; subito dopo corregge con “Anzi, più correttamente: saremmo dovuti nascere gatti”.

Cara amica paziente e fedele, le forme sono entrambe corrette; anzi, quella che tu ritieni non corretta, è, invece, più corretta di quella che tu reputi corretta. E perché? Il contesto whatapp presuppone una comunicazione leggera, chiara e immediata, che relativamente alle regole grammaticali non va per il sottile come in un contesto formale. E tu, amica mia, sei stata chiara e soprattutto incisiva.

Anche di questo si dibatte in aula con gli studenti.

 

 

Un italiano vero

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Un italiano vero non è un omaggio alla canzone sanremese di molti anni fa, peraltro famosa in quasi tutto l’orbe terracqueo, ma il titolo del saggio-pamphlet che Giuseppe Antonelli ha pubblicato per Rizzoli circa un mese fa. Il libro si pone in continuità con Comunque anche Leopardi diceva le parolacce(2015), in cui il poeta recanatese veniva chiamato come testimone autorevole di chi, amante della bella lingua e fine intenditore di fenomeni linguistici e culturali, assume un atteggiamento di saggio equilibrio di fronte alle proteifomi epifanie storiche della lingua. Ancora una volta lo stile è brioso e si giova, a tal fine, di numerosi giochi di parole e di modi di dire, che rendono immediatamente accessibile al lettore i contenuti dei vari capitoli. Nel titolo del libro è già condensata la sostanza della trattazione, ovvero l’impossibilità di fissare in un sistema rigido e senza tempo le regole di una lingua viva: appunto perché viva, una lingua è vera non soltanto per la sistemazione e classificazione che ne fanno i grammatici a posteriori, ma anche per i contributi delle altre lingue(sorelle e sorellastre conta poco)per il dominio incontrastabile degli usi concreti, per i condizionamenti che i mezzi di scrittura esercitano su chi scrive. Per orientarsi in queste pericolose sabbie mobili, tali sia per chi crede in un dio-lingua perennemente fisso e immutabile, sia per chi vi si avventura senza un minimo di attrezzatura, cadendo perciò e scadendo nelle semplificazioni e banalizzazioni, l’unico strumento è la consapevolezza della complessità di ogni lingua, che necessita incessantemente di mente sveglia, orecchie attente e occhi vivi, gli stessi che il professore Antonelli ha esercitato anche per scegliere i titoli dei capitoli, tratti, la maggior parte, da espressioni linguistiche vive, che spesso parafrasano titoli di canzoni pop, di romanzi, di testi sacri, di trasmissioni televisive, di modi di dire; eccone alcuni a titolo esemplificativo:

C’è post@ per te, L’X factor e i bimbiminkia, Caro amico ti scrivo, Il primo computer non si scorda mai, Digito ergo sum, I vecchi e i giovani, Parole parole parole, Il nome della cosa.

Un frutto succoso, infine, è l’ultimo capitolo dal titolo Quanto è vero il tuo italiano?; il lettore potrà così mettersi alla prova e svolgere una vera e propria verifica che, da docente mefistofelico qual mi reputo d’essere, proporrò ai miei studenti.

DiDellaCiNe

Su un social, frequentato da esperti più titolati di me, all’interno di un gruppo di amanti della lingua italiana, un lettore ha posto alcuni quesiti, cui ho tentato di dare una risposta. Anche perché nessuno se n’è preso briga. Ecco cosa scrive il lettore: Scusate tanto ma qualche volta mi vengono dei dubbi, forse un po’ sciocchi, sui quali vorrei sentire il vostro parere, visto che non riesco a trovare risposte su grammatiche, vocabolari, eccetera.
1.
È meglio dire “prima della colazione e dopo la colazione” oppure “prima di colazione e dopo colazione”?
2.
L’avverbio di luogo “ci” è obbligatorio metterlo in frasi come queste:
a- domani vado in Francia.
b- che bello! Come vai? (Come ci vai?
a- vado in aereo. (Ci vado in aereo)
E se il b- usasse il Lei? Quindi:
b- che bello! Come va? (Come ci va?)
3.
Nella forma “Che ne dici di” per esempio “che ne dici di fare una pausa?” La particella “ne” può essere omessa? Cioè “Che dici di fare una pausa?”

Le mie risposte. Ricorrerò ad alcuni esempi per tentare di essere più esplicito; credo si tratti di sfumature, non di errori veri e propri negli usi da lei proposti. Inoltre è proprio il concetto di “obbligatorietà” a fare un po’ acqua da tutte le parti; anche qui occorre il buon senso per distinguere un caso da un altro e si dovrà tenere conto di molti fattori non sempre aridamente linguistici. E in aiuto viene una norma per così dire “superiore” agli obblighi, che connette sintassi a semantica. 1)Ti raggiungerò prima di colazione(connotazione temporale, non necessariamente connessa all’atto mattutino del fare colazione, quindi il senso rimanderebbe a “di buon mattino”); Prima della colazione i monaci si dedicano alla preghiera(qui il riferimento non è soltanto temporale, ma riguarda l’atto dell’assumere cibo e bevande prima di cominciare la giornata secolare, richiedendo oltretutto la regola monastica, qualunque essa sia, che si preghi e si mediti a stomaco vuoto. Il presupposto culturale è che si nutra innanzitutto l’anima, poi il corpo). “Dopo” si comporta allo stesso modo. 2)Penso sia necessario il “ci” soprattutto nella frase b per evitare ambiguità di senso, infatti “come va?” può significare altro(“Come va la vita?”). L’avverbio “ci” ha valore di stato in, ma anche di moto a, moto per, moto da, quindi va bene per “come ci vai”, “ci vado in aereo”. Chiaramente il contesto gioca la sua parte nella scelta dell’uso del “ci”. 3)Nel parlato si può dire “Che ne dici di fare una gita?”, in uno scritto “ne” si può togliere, evitando così di incappare in un surplus pleonastico, sebbene scrittori autorevoli facciano ricorso al “ne” pleonastico anche in contesti diciamo “ufficiali”. Il “ne”, in ogni caso, può avere funzione prolettica, cioè di anticipazione della frase successiva, quindi può essere legittimo.

Voci precedenti più vecchie

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