D’ ogni sangue, d’ ogni neve

23313895169_4a152348ea

Approssimandosi le feste natalizie e avendo preso atto che tra gli elementi più ricercati del mio blog figurano poesie dicembrine, posto qui una poesia di Giorgio Orelli, datata 1944, Natale.

Fuori la neve.

Lo sfondo storico del nazifascismo, tragicamente segnato dal sangue, appare nel testo soltanto in filigrana e il rimando ad esso assume le tonalità del rosso, simbolo di martirio, e del bianco, nella duplice valenza della purezza e dell’oblio, come suggerirebbero i versi successivi. Il poeta chiede ad un Tu, identificabile con Cristo, se, mentre nasceva, le sue vesti fossero rosse, quasi prefigurazione del sangue che avrebbe continuato inutilmente a spargere dalle carni di tanti altri uomini. Quel sacrificio, infatti, di Lui e di altri uomini, non è valso a nulla, se di quel sangue non rimane traccia sulla neve.

Dentro un albero natalizio.

Il manto niveo dell’Oblio della storia da parte degli uomini può brillare soltanto sui capelli di un angelo(l’aspirazione alla purezza) disegnati dalle fronde di un sempreverde(la speranza)o aggrumarsi nelle forme di uccelli tremanti(la fragilità e la paura degli uomini), ma altresì risuonare più fiocamente di un suono infantile, se un bambino tocca le campanelle dell’albero di natale, un suono relegato nel mondo dei non nati, quasi placentare.

E anche a voler guardare oltre la notte, il poeta scorge solo altre notti, inutilmente rischiarate dai chiarori della luna.

Il fuori e il dentro coincidono.

Le ultime del ’14

Nevica, nevica e ancora nevica; ho girato anche un video di pochi minuti, mentre stavo sotto la neve. Tenterò di postarlo. Intanto auguri a tutti!

Inno alla neve

La amo, perché arriva silenziosamente. E come già nel 2009, mi sono alzato di scatto dalla poltrona della siesta attratto dalla potenza del suo richiamo ovattato. Nevica dalle quattro del pomeriggio; dapprima fiocchi come fiori di cotone, ora minuscole palline.

Un’ora e tre quarti dopo, preso atto che la neve perseverava, e persevera ancora mentre scrivo, mi sono insaccato una tuta e, munitomi di berretto, ombrello e digitale, me ne sono andato per le vie del paesello a godermi la neve.

Foglie di muschio su casetta disabitata

Un fiore di ibiscus innevato

E ora, neve, fa’ la buonina, la generosa! Serrami l’uscio di casa, pietrifica l’automobile, cadi, cadi, continua a cadere prodiga di candore! Anche le aquile finte del mio dirimpettaio sono affascinanti sotto il peso del tuo manto. L’ocra fangoso delle ali spalancate balugina di bianco ai riflessi della sera. Sii prodiga! Non ci abbandonare domani! Invadi piazze, spegni i botti, ricopri le sozzure e regna sovrana in queste notti di fine anno. Horribilis, a dirsi.