Stigghiolari

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L’ultima puntata dei miei impegni di orientatore scolastico, almeno per quest’anno, è andata in onda ieri, giornata plumbea e piovosa, in una scuola media di provincia. Unico attore della mia scuola io, per la prima volta in mezzo a tanti altri attori provenienti da diverse scuole superiori. Rigorosamente in ordine d’arrivo, ciascun docente ha presentato le proposte formative del proprio istituto ad una platea di ragazzini di terza media, tenuti a bada dalle occhiatacce delle professoresse, che vigilavano attente e arcigne per censurare eventuali comportamenti e atteggiamenti inurbani. Gli studenti hanno rumoreggiato soltanto nella fase conclusiva dell’incontro,  non impedendo comunque alle ultime colleghe concorrenti di terminare il loro lavoro.

 La disonestà intellettuale non ha tardato ad arrivare.

Due colleghe, al fine di rassicurare gli studenti, hanno avuto la sfrontatezza di dichiarare che nella loro scuola non si verificano atti di bullismo. Che è una scuola al sicuro da certi atti di violenza. E sapete il motivo? Perché i ragazzi del loro liceo a ricreazione non possono uscire fuori dall’edificio scolastico. Come se gli atti di bullismo si consumassero soltanto nello scontro interno(chiuso, sicuro)vs esterno(aperto, insicuro). Le cronache e le esperienze pregresse riportano, come si sa, una versione differente: spesso la vena bullistica percorre proprio sentieri noti e prossimi agli studenti.

Poi la disonestà ha assunto le tinte della scaltrezza truffaldina.

Altre due colleghe concorrenti e rivali, durante l’incontro con i genitori, hanno piazzato un banchetto in prossimità della porta d’ingresso della sala, onde abbordare per prime i genitori degli orientandi; le misere mi hanno ricordato gli stigghiolari di Palermo, che in mezzo a dense nuvole di fumo vendono non carne, ma budella di agnello.

Quando va bene.

 

La cattiveria laureata

È credibile che al cellulare di un collega, da me chiamato per urgenti questioni organizzative, risponda il figlio di appena sei anni, indottrinato a dovere dal papà su come liquidare l’interlocutore seccatore?

Papà è uscito, ha scordato il cellulare a casa.

“Splendore”

3Dnn+9_7C_med_9788804638087-splendore_original“E davvero accadde, e fu contro natura, e davvero vorrei sapere cos’è la natura, quell’insieme di alberi e stelle, di sussulti terrestri, di limpide acque, quel genio che ti abita, che ti porta a fronteggiare a mani nude le tue stesse mani e tutte le forze del mondo”(Splendore, Margaret Mazzantini).

Se c’è una caratteristica degli esseri umani che fa rivoltare lo stomaco, questa è sicuramente la doppiezza e, nel caso in cui questa riguardi la sfera affettivo-sessuale, ancora di più. Chiarisco subito la questione: la mia non è una condanna delle scelta sessuale della persona(omo-bi-tri-quadrisessuale), ma una presa di posizione spietata, che non ammette alcuna forma di clemenza umana per tutti coloro che decidono di stare con due piedi in una scarpa, nella fattispecie per quelli che hanno rinunciato a vivere la propria identità sessuale alla luce del sole, ingannando se stessi e gli altri sotto l’egida di una falsa maschera sociale di sicurezza, normalità e buoncostume. Suppongo che il timore di fare del male a chi si ama o si presume di amare, la mancanza di coraggio, il contesto familiare e sociale in cui si cresce, i limiti imposti dalla cultura d’appartenenza,  l’indecisione a percorrere una strada inesplorata possano generare la tendenza a nascondersi, a mimetizzarsi quanto più possibile tra animali comuni; spesso, in nome di tutto ciò, l’uomo che gioca decide di sacrificare la vittima di turno, scegliendo la strada del matrimonio e della vita sociale normale, che mette al riparo il proprio profondo egoismo. Quante storie di questa risma abbiamo ascoltato e letto e, a volte, anche vissuto indirettamente! I casi vedono quasi sempre un uomo carnefice e una donna vittima, più o meno consapevole  di avere accanto un personaggio di chiara fama stevensoniana; talvolta la cecità della donna  è totale, talvolta, per puro spirito conservativo, decide di non vedere e ignorare. Non sempre va così per la vittima che, pur all’oscuro della verità sul marito omosessuale, si ritrova nel letto di un altro, restituendogli senza volerlo la pariglia. Se al modello sopra delineato si vuole conferire un’aura romanzesca, sentimentale ed insieme esistenziale, allora si può leggere, e anche gradevolmente, l’ultimo prodotto letterario di Margaret Mazzantini, Splendore, un romanzo leggibile tutto d’un fiato e dalle salde radici realistiche e contemporanee, infatti il tema dominante è la bisessualità(direi omosessualità )dei protagonisti, ossia Guido e Costantino, vissuta all’ombra di due vite parallele e costruita sull’infelicità di due donne, una furba e arrivista, Rossana, moglie di Costantino, l’altra eterea e poetica, Izumi, moglie di Guido, che nel corso del romanzo paga due volte lo scotto di un marito omosessuale. La mia lettura realistica dell’intreccio mazzantiniano, poco canonicamente critica e letteraria, nulla toglie alla bellezza della storia di Guido e Costantino, né intende sottrarre autorevolezza all’altro tema che percorre tutto il romanzo, ossia la storia di una formazione umana attraverso la presa di coscienza della propria identità sessuale. Preciso che mi sono ritrovato “Splendore” fra i pacchi natalizi e il libro si è rivelato, sin dalle prime pagine, un buon romanzo, sia per l’intreccio accattivante, sia per la scrittura della Mazzantini, abilissima nell’adeguare stile e linguaggio ai personaggi e ai contesti in cui agiscono; l’ho interrotto quasi a metà volontariamente, per il gusto di assaporarmelo con lentezza. A lettura ultimata, col senso del dopo, si può affermare che Splendore, di fatto, è strutturato in due parti, entrambe affidate alla narrazione auto-diegetica di Guido, il protagonista, i cui occhi orientano anche la visuale di rappresentazione della vicenda, snodantesi(credo) tra gli ultimi anni del secolo scorso e i nostri, scandiscono le pause narrative, il cui andamento segue la maturazione del personaggio fino al trip reale e simbolico, che fa sfumare l’explicit della storia in un’atmosfera marina, vaga e indeterminata, che ricorda la scena finale del film di Marco Ferreri “Il futuro è donna”, si soffermano sulla descrizione di luoghi e ambienti, per lo più Roma nella prima parte, Londra e l’Italia meridionale nella seconda, sostano nelle oasi di poesia o meglio di prosa poetica, che sublimano in parte la crudezza di certe scene.

Il deuteragonista è Costantino, coetaneo e coinquilino di seconda classe di Guido, infatti, in almeno tutta la prima parte del romanzo, il narratore-protagonista delimita il proprio confine di appartenenza sociale, che si polverizza nello snodo successivo della storia e ritorna prepotente nella chiusa del romanzo, in una scena che può essere definita di redenzione coatta di Costantino: questi, infatti, è il figlio del custode-portiere dello stabile, dove risiedono, fra gli altri, Guido e i genitori. La trama del romanzo prende avvio proprio dal contatto, abbastanza travagliato, di due differenti zone di confine sociale, che dapprima la fanciullezza e poi l’adolescenza mischiano insieme  come due bracci di mare che, incontrandosi, si toccano e mescolano acque, pesci e correnti. I due giocano insieme, si esplorano, frequentano lo stesso liceo, s’innamorano reciprocamente, sposano una donna, si separano, s’incontrano di nuovo. La parte più interessante dell’intreccio è la prima; fra Guido e Costantino nasce, fra alti e bassi, fra scherzi e prove di iniziazione, una relazione affettiva, che dall’amicizia condurrà a un amore assoluto, che assumerà le movenze dell’avventura di vita a metà romanzo e quelli della ricerca filosofico-esistenziale nell’ultima parte. Ricerca e scoperta di se stessi attraversano così tutto il romanzo, ma sotto l’ombra protettiva di una doppia identità, che tutela agli occhi degli altri(le mogli, i figli, la società)un amore-vergogna, che è, prima di tutto, vergogna di sé e della propria diversità e svela a tutti, nel contempo, un naufragio di vita e d’esistenza, e forse una possibilità di riscatto personale. Intorno a Guido e Costantino ruotano delle figure, non proprio secondarie, che dilatano la visuale di chi legge e lo guidano all’osservazione della complessità del reale, in cui gli esseri umani si muovono e dal quale sono in qualche modo casualmente determinati. Nel complesso il mio giudizio sul romanzo è positivo e riconosco all’autrice molti meriti, tra cui l’avere costruito i personaggi, Guido e Costantino, aborrendo la tentazione dello stereotipo, la “mielosità”, il vittimismo sociale e le bandiere politiche propagandistiche. Natura e società, natura e cultura, essenza ed esistenza sono, infatti, i cardini su cui ruota la vicenda dell’intreccio.

Catene

Non possiamo e soprattutto non dobbiamo chiedere agli altri ciò che non vogliono, non possono, non debbono, non sanno dare, o non ne sono capaci; è estremamente consolante oltretutto avere la consapevolezza che chi non vuole, non può, non deve e non sa dare, spesso non agisce secondo quello che vuole o gli piace, ma soltanto in base a quello che deve fare, ossia alla necessità degli eventi. Né l’utile, né l’edonistico trionfano, ma la logica, spesso perversa, degli eventi stessi della nostra vita.

Gore Vidal


Un post alla memoria di Gore Vidal.
Per ricordarlo non c’è modo migliore che riportare alcune massime, talune così dense di acume e, a volte, a tal punto amare che si resta perplessi, indecisi se ammetterle come vere o boutade ineguagliabili di uno studioso eccentrico.

Ciò(?) non è sufficiente per avere successo. Gli altri devono fallire.
(Di questa massima la fonte non è certa)

Ogni volta che un amico ottiene un successo, un piccolo qualcosa dentro di me muore.
(Anche qui incertezza filologica)

Se uno non può più credere alle parole, si cessa di essere esseri umani.
(Fonte certa, verificabile QUI)

L’ultima mi fa pensare ai nostri blog.
Quanto c’è di menzognero?

Dei Cosini


irti

Poi me ne pento.

Zeno Cosini soffre di vuoto ontologico.
Agli allievi, stamani, ho rimarcato questo concetto.
Per me è stato naturale affermare che tutti, in qualche modo, siamo dei Cosini alla ricerca di un contatto con la parte più profonda di noi stessi.
Il timore più ossessionante è il dislivello tra la superficie della volontà e l’abisso incommensurabile di tutto ciò che potremmo e/o vorremmo essere.
Non è un quesito cui si può dare una risposta immediata.
Io non ne ho, né mi va di alimentare cieche speranze.

Ma per dei ragazzi di diciotto anni che s’affacciano alla vita non è bolo facilmente digeribile.
Né è gradevole sentirselo dire a ventiquattrore dalla partenza per Parigi.
Eppure non ci si può sottrarre alla responsabilità di ciò che si insegna.
Ho sempre detestato chi ricerca e mente.
Non bisogna mentire ai ragazzi, né turlopinarli con banalizzazioni e volgarizzamenti fallaci.
Che poi ciascuno di noi possa colmare il vuoto della ricerca con il quotidiano sublimato, i passatempi, l’amore, l’eros e così via fatti propri.
Io ricette non ne ho e non ne do.

Domattina volo per Parigi.
Ci si rilegge fra qualche giorno.

"Il cerchio degli uomini che sanno pensare"

The_Giant_by_GoyaSento una gran voglia di combattere e di impegnarmi sempre di più, di essere sempre più deciso e intransingente, di mantenere un atteggiamento sempre più polemico nei riguardi di qualsiasi potere.

(Leonardo Sciascia)

 

Sono passati vent’anni dalla morte dello scrittore di Racalmuto; poche le iniziative, a livello accademico italiano,  per ricordarlo. Lo hanno trascurato anche le università con cui Sciascia ha intrattenuto una qualche relazione, prima fra tutte Palermo.

Lo chiarisce Vincenzo Consolo nel corso di un’intervista su radiotrerai.

Mentre l’Università di Siviglia organizza delle giornate per ricostruire il ritratto dello scrittore, in Italia pesa ancora il ricordo di uno Sciascia scomodo che, parlando delle mafie, ha rovinato il volto turistico della Sicilia.

Sciascia reagiva con molta severità nel dire la verità sul nostro paese, oggi sarebbe inorridito di fronte alle trame politiche della nostra contemporaneità.

Era un vero scrittore civile, non gradito ai poteri costituiti; oggi viene eluso e gli viene preferito Camilleri, senza che con ciò si voglia sminuire la genialità dello scrittore di Porto Empedocle.

Sciascia comunque aborriva il folclore e detestava il dialettalismo da cazzo che imperversa nei polizieschi e in tv.

Si era misurato con il giallo, rimanendo però fuori da quello di consumo.

Nelle sue prove letterarie non si scopre l’assassino, ci si rompe, invece, la testa; d’altro canto il potere non può condannare se stesso.

Un connubio così molto stretto tra scrittura e impegno da sollevare una controversia ciclica.

L’intellettuale può e deve incidere sul reale o è quello che guarda dalla finestra e posa uno sguardo leggero e distratto sul mondo che c’è intorno?

La letteratura non sempre è impegno, può anche parlare dei sentimenti, della bellezza dell’alba o del profumo dei fiori, ma lo scrittore ha il dovere di intervenire pubblicamente, se non vuole essere complice dei mali della società. Non necessariamente deve scrivere romanzi impegnati.

Anche nell’uso della lingua può emergere lo slancio etico-politico di uno scrittore.

Con una lingua comunicativa, illuministica, chiara e limpida per veicolare il suo messaggio civile, non sperimentalistica.

Poi, dal ’79, l’impegno politico.

Io mi sono sempre occupato di politica e sempre nel senso etico, qualcuno dirà che questa è la mia confusione o il mio errore, voler scambiare la politica con l’etica, ma sarebbe una ben salutare confusione e un bel felice errore se gli Italiani, e specialmente in questo periodo, vi cadessero.

(Leonardo Sciascia)

 

Per la sua limpida e costante ragione – ragione, diciamo, nel senso di capacità di pensare e nel senso di non avere avuto mai torto – Leonardo Sciascia ebbe incomprensione, avversità, antipatie, aggressioni da parte di persone prive di giudizio o armate di pregiudizio, di malafede, di fanatismo. «In Italia è ben ristretto il cerchio degli uomini che sanno pensare» scriveva nel 1776 Giuseppe Pelli a Cesare Beccaria. Dopo tre secoli, non sappiamo se quel ristretto cerchio si sia allargato…

(Un contributo di Vincenzo Consolo; continua a leggere su L’Unità)