“D’amendue si dice l’un pregiando”

La morte di Luca Serianni, avvenuta tragicamente, e quella di Pietro Citati arricchiscono di desolazione il panorama culturale italiano; ho conosciuto entrambi attraverso la lettura di alcune loro opere, di natura linguistica quelle di Serianni, di critica letteraria quelle di Citati; credo pure di avere assegnato agli allievi di qualche anno fa un’analisi testuale tratta da un’opera di Citati o vi ha provveduto il Miur. Sono ricordi fumosi, pertanto non ne sono certo. In uno splendido articolo Andrea Riccardi associa la statura di Serianni a quella di Francesco d’Assisi: generoso nel dispensare le sue perle di conoscenza e semplice nello spezzare la parola della cultura linguistica. Da alcune testimonianze ho appreso che Serianni usava un metodo costruttivo nel modo di correggere gli elaborati di italiano, infatti usava il rosso per segnare gli errori e il verde per esprimere apprezzamento per alcune oasi di stile o espressioni limpide offerte dagli studenti. Non sarebbe male coltivare in classe questa pratica in aggiunta alle solite procedure di correzione. Di Citati ricordo, invece, in particolare il saggio su Leopardi, una narrazione romanzata ma storicamente attendibile. Citati e Serianni, due volti differenti della cultura italiana, come le espressioni del loro sentire, ma entrambi da considerare maestri piacevoli di studio nella semplicità e nel rigore, valori sempre più offuscati dal narcisismo culturale della nostra epoca storica.

Il noce

Avrei voluto scrivere qualcosa sulla scuola, su come procede la situazione secondo la mia visuale e in base al mio vissuto, ma decido di tacere; penso che siano già troppe le voci che pontificano, spesso anche senza alcuna competenza o contezza. Opinioni e rumores che, anziché dare un contributo, generano panico, confusione e disinformazione. Voglio, invece, parlare di un maestoso albero di noce che, dopo più di 80 anni circa, è stato tagliato e poi sradicato per dare posto a un edificio di recente costruzione proprio di fronte alla mia casa. Per anni è stato il riparo di tanti uccelli e la gioia di tanti passanti che, ad autunno inoltrato, nelle giornate di vento stazionavano sotto la sua chioma per raccoglierne i frutti. Era il noce di tutti, generoso e accogliente. Era la sua voce ad annunciare l’autunno, come se tra i suoi rami suonasse un’orchestra di soli fiati. Dopo mesi, però, una bella sorpresa: a circa cento metri dal tronco defunto, in un terreno incolto, proprio dall’erba, ha fatto capolino un arbusto insignificante che gradualmente ha assunto le sembianze di un novello noce. Non ho avuto dubbi: papà-noce con la complicità del vento aveva trasportato uno dei suoi semi in quel terreno incolto e la natura aveva fatto il resto. Il piccolo noce è cresciuto velocemente, ma anche per lui è arrivata la morte. Una ruspa, la scorsa settimana, lo ha travolto e sradicato. Al suo posto c’è un cartello, che annuncia la vendita di un lotto edificabile. Padre e figlio accomunati dalla stessa vicenda, di cui l’uomo, ancora una volta, è responsabile.

100 ogni 10

A rendere più veloce lo spappolamento del mio fegato ha contribuito in queste ore un vicino di casa, proprietario dello stabile attiguo al mio e vecchio amico di famiglia; costui negli anni si è costruito una notevole fortuna economica grazie all’acquisto, a prezzi stracciati, di case mal ridotte, che ha rimesso completamente a nuovo e dato in affitto. Buon per lui e per tutti, perché pare che tale operazione sia stata condotta secondo le norme edilizie vigenti e senza il ricorso ad atti disonesti. Fortuna chiama fortuna, infatti nessun suo immobile è sfitto, nonostante l’avvicendamento di tanti inquilini che per motivi economici sono stati insolventi nel pagamento del mensile; in base alla vulgata paesana quest’ombra mal riuscita di Gesualdo non è particolarmente avida, né affligge i suoi affittuari perché paghino puntualmente la somma stabilita, anzi sopporta pazientemente mesi e mesi di insolvenza e si gloria nel celebrare la sua longanimità.

Purtroppo in uno degli appartamenti si è verificato un problema idraulico, che per poco non ha compromesso la mia libreria; l’acqua, infatti, ha percorso ben due piani e ad un certo punto dal soffitto è rampollata una vena d’acqua e una delle pareti è diventata un lacrimatoio. L’intervento tempestivo del tecnico idraulico ha evitato il peggio e i miei libri godono di ottima salute, ma l’umidità è penetrata all’interno dei muri e non si è proprio sicuri che la riparazione sia andata a buon fine stando alle lamentele del mio vegliardo padre, che quotidianamente analizza la zona umida per verificare che gutta non cavat lapidem. Il Gesualdo viene periodicamente contattato e torturato da mio padre, vivamente allarmato dalla macchia di umidità che, stando alle sue analisi, quasi avesse un igrometro impiantato sugli occhi, avanza.

Anch’io ho fatto la voce grossa, lamentando soprattutto l’eventuale danno ai miei libri, ma il Gesualdo ha prontamente risposto che mi avrebbe risarcito, se fosse avvenuto il peggio. Al che ho provato a spiegargli che neanche un congruo risarcimento avrebbe mai potuto sanare questo tipo di ferita. Questi libri non solo sono il frutto dei miei risparmi, ma i simboli stessi della mia vita, una delle ragioni che mi ha permesso di dare senso all’esistenza, di spiegarla, di motivarla, di amarla. Ma lui non ha capito; ogni cosa, secondo lui, ha un prezzo.

Ne ho avuto la conferma proprio stamattina dopo un ulteriore sopralluogo tecnico. Prima del congedo e durante i convenevoli di rito il nostro discorrere ha inevitabilmente sfiorato la scuola covidiana e il Gesualdo ha così creduto opportuno glorificare i suoi nipoti, reduci da mirabolanti successi scolastici. Con uno di questi, prima del termine dell’anno scolastico, nonno Gesualdo ha pattuito la somma di 100 euro per ogni 10 ottenuto in pagella. E così è stato. Il prodigioso discendente dai prezzolati lombi ha ottenuto in tutto cinque 10 e ha ricevuto ben 500 euro di donativo.

Ai miei tempi come omaggio i miei nonni mi avrebbero dato 100 calci nel sedere.

Senza cuore

Il professore senza cuore: probabilmente è questa l’idea che si son fatti molti(alunni, genitori, colleghi, dirigenza…)per il fatto che ho abbandonato i maturandi proprio nel momento in cui stavano per raggiungere il traguardo degli esami di Stato. E sicuramente qualche malpensante ci avrà ricamato pure sopra, insinuando che la mia non partecipazione agli esami sia stata dettata da ragioni di preservazione personale da eventuale contagio da Covid. Si sa che negli ambienti scolastici nostrani è uso favoleggiare su tutto e tutti, amplificando e distorcendo i fatti. A smentire ciò fa fede la mia richiesta di avvalermi della facoltà di non partecipare agli esami per motivi di assistenza ad un familiare già dai primi di febbraio, appena dopo la pubblicazione della prima ordinanza, ma chiaramente non tutti possono avere accesso a questa fonte e i curiosi e gli stupiti devono accontentarsi delle mie dichiarazioni. La mia scelta, lungi dal preservare me, è stata invece dettata dalla volontà di non nuocere ai lavori delle commissioni(che si aggrovigliano nelle scuole come liane)e ai ragazzi stessi, che avrebbero corso il rischio di assistere alla defezione improvvisa del loro insegnante nel bel mezzo degli esami, perché richiamato da doveri urgenti. Tra l’altro anch’io non sarei stato del tutto sereno nello svolgimento del mio servizio. Così razionalità e buon senso cuorehanno prevalso su ogni altra ragione, non ultima quella del sentimentalismo protettivo, che caratterizza in genere gli italici insegnanti, che si sentono chiamati a rimediare al vuoto affettivo(e non solo)di certi nostri alunni, a causa di mamme e babbi impegnati altrove a perorare la causa della loro vita, attraverso regalie di punti in più assegnati alle loro prestazioni. Di anno in anno si rafforza sempre più la convinzione che la scuola sia diventata un numerificio mercificante, cosa assai disdicevole. Non sono scelte facili, ma sicuramente coerenti rispetto ai valori che in cinque anni uno ha tentato di fare intravedere attraverso le lezioni scolastiche. Ciò che conta è averli condotti al traguardo. Ora è arrivato il momento che si avviino da soli, senza ali protettive o facilitazioni a vario titolo.

L’effetto bat

Oggi do la parola a Selvaggia Lucarelli. Questo suo scritto mi ha commosso.

Il coronavirus e “l’effetto bat”, sulla mia famiglia.

Quando ero bambina, nella bella casa avvolta nel nulla in cui vivevo con la mia famiglia, le sere d’estate tenevamo le finestre aperte. Ogni tanto un pipistrello piombava in salotto finendo per picchiare testa e ali sul vetro o sul soffitto in una sorta di panico danzante. Io, mia madre e i miei fratelli scappavano terrorizzati nel corridoio, lasciandoci dietro la porta a vetri della sala ben chiusa, mentre mio padre rimaneva lì imperturbabile, a sfidare il topo alato. Non ha mai avuto paura di niente, mio padre. Ricordo che lo spiavamo atterriti dalla porta a vetri, ricordo la flemma soave con cui afferrava la scopa e cercava di accompagnare quel pipistrello verso la finestra. Lui lo sfiorava e quello pareva toccato dal taser di un poliziotto. Non so se avete mai visto un pipistrello che si agita sbattendo le ali, ma ecco, sappiate che c’è qualcosa di terrorizzante, nel suo panico. E’ quel genere di paura che fa più paura del pericolo eventuale. Roba che se il battito d’ali di una farfalla provoca un uragano da qualche parte, il battito d’ali di un pipistrello spaventato è destinato, come minimo, a generare una tempesta solare nell’universo. O un’epidemia.

Trent’anni dopo, io e mio papà siamo in città lontane, non sapendo quando ci rivedremo, chiedendo l’uno all’altra di essere prudente, chiacchierando di quel pipistrello che con un battito d’ali, in qualche luogo remoto della Cina, ha provocato tutto questo disastro di dolore. “L’effetto bat”, altro che butterfly, ci siamo detti io e mio papà scherzando. Mentre scherzavamo, però, sentivo che quello era il primo pipistrello di cui mio padre aveva paura. E anche questa volta era la paura a spaventarmi, più che il pericolo eventuale.

L’ho percepita, in queste settimane inverosimili, dai suoi racconti spogli di quel solito disincanto che poi è la cifra di mio papà, uno che conosce i vantaggi della giusta distanza dalle cose, uno che scaccia pipistrelli e seccature con la scopa, senza che nulla lo attraversi fino in fondo. E’ sempre stata la forza gentile di mio papà, questa. Che però ha 85 anni e vive con mia mamma con l’Alzheimer, nel mezzo di un’epidemia che lui ha paragonato a una guerra “in cui però non c’è un posto in cui scappare”. Vivono in campagna, dalle parti di Civitavecchia.

All’inizio mi è sembrato che lui si sentisse al sicuro, a malapena ci arriva il postino, lì, capirai se un virus se ne parte dal mercato del pesce di Wuhan per finire in un borgo di case di tufo, dove le radici degli alberi si mangiano l’asfalto. Poi quei puntini rossi hanno iniziato a comparire a caso, sulla sinistra cartina del contagio. Il Coronavirus a Gualdo Cattaneo? A San Lucido? A Troina? A Nerola? E come ci è arrivato, il Coronavirus, a Lampedusa? A un tratto, l’idea che potesse arrivare anche lì, tra Civitavecchia e il nulla, non era più tanto improbabile. Lo sapevo, lo sapeva anche mio papà. Che è sempre stato uno di quelli che andavano a fare la spesa una paio di volte al giorno, gli piaceva tornare con un barattolo di pomodoro in mano e mia madre lo sgridava: “Ma compra qualcosa in più, che poi devi fare avanti e indietro dieci volte!”. Ho detto a mio padre di andare solo una volta a settimana al supermercato, che è pericoloso, “lì tutti toccano tutto”. “Lo so”, mi ha risposto lui. E poi ha aggiunto che porta anche mia mamma, non può rimanere sola a casa per via dell’Alzheimer e però non la fa scendere, la chiude a chiave in macchina, perché mia madre poi tra uno scaffale e altro se lo dimentica di dover sopravvivere a una pandemia. Chissà cosa tocca, inutile rischiare il doppio.

Mia mamma, al telefono, certe volte sembra sapere che sta accadendo, “che cosa terribile”, mi fa. Poi io dico che so, che una mia amica ha la tosse ed è preoccupata e lei “vabbè, perché mai la tosse dovrebbe preoccuparla?” e capisco che nella sua bolla impenetrabile non ci sono virus e gente che muore senza un respiratore e un po’ mi dico che è fortunata, di questi tempi, a starsene lì dentro. Poi però penso a come era. Mia madre aveva un debole per le catastrofi. Empatizzava con tutti, piangeva guardando le immagini di sfollati dall’Uganda, di terremoti in Uzbekistan, di tsunami in Indonesia. Era una di quelle mamme che finito il tg poi telefonava alla zia o alla sorella e doveva prolungare lo strazio al telefono con qualcuno “Ma le hai viste le immagini di quella povera bambina sotto le macerie?” e piangeva di nuovo. Penso che mia madre, oggi, avrebbe sentito ogni cosa, avrebbe abbracciato il dolore di tutti, sarebbe stata la mia mamma straziata e partecipe e mi manca non parlare con lei di quello che ha investito il mondo.

Tornando a mio papà, invece, lui c’è più di prima. Lui che quando mia mamma si commuoveva per un delfino spiaggiato alle Fiji, mi guardava con aria di ironico compatimento “Lo sai che è fatta così”. Ora è mio papà, quello “un po’ così”. Non ha protestato quando gli ho detto che non doveva andare in posta, che le bollette gliele avrei pagate online io. Mi ha detto che aveva fatto entrare degli operai in casa settimane fa, che non lo doveva fare. Che non dome più bene la notte. Ha detto, a mio fratello, “se me lo prendo, io sono il primo”.

Quando mio fratello me lo ha riferito mi sono sentita in balia degli eventi, io che in balia di qualcosa non mi ci sento mai. E alla fine ho capito che è questo, nella mia famiglia, la pandemia: essere altro, rispetto a quello che siamo sempre stati. Che poi è la cosa migliore che ci potesse succedere, forse, in mezzo a tanto dolore(Selvaggia Lucarelli).