Il farmacista, il teschio e i giovani

a8a91de421e1f47eaee12e5020329b16Ogniqualvolta vado in farmacia perché possa rifornire i miei genitori del loro pane quotidiano preferito, ossia le medicine, il vecchio farmacista, ormai in pensione, sbuca fuori dalla retro-farmacia(probabilmente riconosce la mia voce), dove verifica i conti e gli ordini per conto dei figli, che ormai lo sostituiscono al banco delle vendite, e, dopo aver abbozzato un inchino farsesco alla mia professione, mi stringe la destra e mi apostrofa sempre allo stesso modo: “Fortunato lei, professore, più giovane di me, e sa perché? Perché lei sta con i giovani e perciò ringiovanisce continuamente“. Talvolta mi intrattiene disseppellendo dal suo trascorso di studente liceale memorie e aneddoti scolastici, che hanno lo scopo di esaltare la vecchia scuola e di demolire l’attuale, ma sempre con garbo e simpatia. Chiude, però, ogni racconto, ripetendo la solita solfa: “Ma-sempre-più fortunato-lei-di me, perché trascorre le sue giornate con i giovani!”.

E in effetti, a ben pensarci, non ha tutti i torti. Nell’arco di una giornata scolastica ci sono sempre dei momenti, in cui si smette di essere docenti e discenti e si dialoga quasi alla pari come persone, e questo si verifica proprio a partire dalle riflessioni su ciò che si studia a scuola. Non sempre è così, però. Come oggi, per esempio. Mentre interrogavo tre studenti, posizionati a sinistra della cattedra, e perciò abbastanza prossimi alla mia vista, sono stato distratto dai teschi che due di essi mostravano: uno, a guisa di pendente, penzolava da un filo di caucciù, l’altro era stampato sulla felpa indossata dallo studente. La distrazione si è trasformata ben presto in una domanda. Ho chiesto loro da dove nasca il gusto di accessoriarsi con un teschio e per giunta in bella mostra. Dopo una naturale risatina di imbarazzo misto a sorpresa, uno di loro con un sorriso da emoticon ha risposto che il teschio piace alle ragazze, lasciando intendere che le coetanee rimangono in qualche modo attratte da ciò che evoca il teschio. Contrariamente alla cultura dei vecchi, me compreso, che vedono in quell’immagine il simbolo della morte, gli studenti vi scorgono disprezzo della morte ed esaltazione del pericolo, pertanto chi mostra un teschio comunica all’altro temerarietà, forza, virilità. Ecco perché il teschio piace/rebbe alle ragazze.

Non ho potuto che riderne insieme a loro, non prima di avere spiegato le mie ragioni di vecchio.

Come dar torto, allora, al mio vecchio e saggio farmacista?

 

Enneidi

Ne ho già parlato.

Quest’anno mi sono avventurato nel mare dell’orientamento scolastico; dopo le visite alle scuole medie è toccato alla nostra scuola accogliere genitori e alunni, perché si illustrassero le proposte didattico-educative con annessa visita delle strutture.

Un pomeriggio all’insegna di incontri umani sceneggiati dalle coincidenze.

Tra gli altri, di bizzarro rilievo, quello con un compagno delle scuole elementari, il cui figlio sta per varcare la soglia del liceo; mentre mi affannavo piacevolmente a sintetizzare l’offerta formativa della mia scuola, l’unica idea fissa del papà era l’Eneide.

Ma l’Eneide si studia ancora al liceo? Io l’ho studiata quasi per intero. Altri tempi!

Pur avendolo io rassicurato più volte sul fatto che sì l’Eneide i ragazzi la studiano e anche l’Iliade e l’Odissea, il vecchio giovane ex compagno continuava, come un 45 giri opacizzato dall’uso, a porre la stessa domanda e a tessere le lodi della sua arraggiatissima professoressa di lettere.

Vecchio caro compagno, mentre sparavi una cazzata dopo l’altra, ignorando, tra l’altro, che la traduzione dell’Eneide di Annibal Caro, pur gradevole per un orecchio letterario,  è un mezzo rifacimento linguistico, avrei voluto chiederti che giovamento morale tu abbia ricavato da quegli studi, perché, da quello che so, il tuo operato politico è assimilabile più al misero modo degli ignavi danteschi che al proverbiale senso del dovere del pater Aeneas.

 

Tale of Tales

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Illustrazione di Andrea Lupo

Esprimo qui il mio plauso al regista Matteo Garrone per l’operazione, non certamente di facile fattura, relativa alla trasposizione in immagini di uno dei capolavori della letteratura barocca italiana ed europea del secolo XVI, ossia il  Cunto de li cunti di Giambattista Basile. Il Cunto è una raccolta di cinquanta fiabe, organizzate secondo il modello del Decameron, raccontate da dieci narratrici nell’arco di cinque giorni; com’è tradizione consolidata, il primo racconto funge da cornice a tutto il resto. 

Ho avuto modo di conoscere l’opera alla fine degli anni ’80 (nell’edizione G.B. Basile, Lo cunto de li cunti, testo della prima edizione del 1634-1636, traduzione a fronte, note, a cura di Michele Rak, Milano, Garzanti, 1985), quando, per puro caso fortuito(il titolare della cattedra sparì per tre anni dal circuito accademico), ebbi la fortuna di avere come professore di lingua e letteratura italiana il professore Michele Rak;  il secondo anno prevedeva, tra gli altri, un corso monografico imperniato proprio sul testo di Giambattista Basile. Fu un’esperienza formativa per me rivoluzionaria, perché il professore Michele Rak, dotando noi studenti di un piumino catturapolvere letteraria, riuscì a farci connettere il testo di Basile al contesto pragmatico di performance dell’opera all’interno delle corti seicentesche italiane del secolo XVII; la tesi sostenuta è, infatti, che le fiabe di Basile non fossero destinate alla lettura individuale da parte di lettori silenziosi, ma arricchissero il loro carattere diegetico attraverso una contaminazione felice con la mimesi teatrale: la parola narrativa veniva accompagnata, e completata, da elementi paralinguistici(intonazione, ammiccamenti al pubblico, riso, sbadigli, sospiri), gestuali(le mani, gli occhi), teatrali e musicali. La cornice narrativa, costruita dall’autore, veniva perciò incorporata all’interno di uno spazio, insieme fisico(la sala di recitazione/rappresentazione) e metaforico(il teatro come scena immediata del mondo), in cui, attraverso il ricorso agli strumenti della narrazione, era possibile temporaneamente infrangere, sovvertire e talvolta riscrivere le regole del rigido mondo sociale seicentesco. Per avvalorare la sua tesi, un giorno il professore Rak, durante una lezione, organizzò una cornice teatrale legata ad una delle fiabe: attori, mimi e musicisti accompagnarono la lettura dell’opera e tutti riuscimmo a cogliere le battute popolari, i doppi sensi, finanche i richiami filosofici contenuti nell’opera. Fu per tutti noi studenti un’esperienza surreale e fu sicuramente allora che scaturì da quella lezione, incontenibile, la mia passione per la letteratura barocca tutta. Si trattò di una sollecitazione a ri-studiare ex novo un Seicento, che il mio professore di liceo aveva liquidato con un pre-giudizio iniquo e sprezzante.

Tutto questo, e anche di più, me lo sono goduto attraverso l’operazione filmica di Garrone che, contemperando in modo equilibrato gli effetti speciali cinematografici tipici del fantasy con la fattura artigianale della recitazione degli attori(abilissimi!), concedendo pochissimo ai mirabilia tecnici, è riuscito a realizzare un film coeso e coerente sotto il profilo narrativo e strutturale; il fruitore coglie in maniera distinta la tecnica dell’incastonamento narrativo di una fiaba nell’altra(didatticamente il film può essere un ottimo cavallo di Troia per spiegare agli allievi certe tecniche narrative), è tenuto costantemente in uno stato di suspense emotiva e può felicemente far tesoro della morale contenuta in ciascuna fiaba. A distanza di secoli, con la consapevolezza che non si possa mescolare passato e presente come se fosse possibile azzerare la radicazione storico-sociale di valori, comportamenti e idee, lo spettatore scopre che, in fondo, gli esseri umani restano sempre uguali a se stessi: padri che sacrificano figli per puro istinto egoistico, perdendosi dietro figurazioni illusorie del loro oggetto del desiderio(La pulce), madri e padri che scambiano i figli per oggetti da mostrare, possedere e tiranneggiare nel caso si sottraggano al prolungamento del loro desiderio(La cerva), bellezza e potere ottenuti attraverso il ricorso all’inganno, alla finzione, alla manipolazione di sé, degli altri, del proprio corpo(La vecchia scorticata); in ogni caso sono le leggi della narrazione a ristabilire gli equilibri infranti, quelli che, molto spesso, gli uomini non sono riusciti a comporre. Né ieri, né oggi.

 

 

 

Armòzo

scansione0021Arranco non poco ad aggiornare il blog, anche se è tale la quantità delle cose, pensate e accadute, che occorrerebbe un post al giorno. Arranco anche perché ho poca voglia di scrivere e questo mi addolora; alla parola preferisco il silenzio. Però decido di scrivere ugualmente, di parolare.

E a proposito di parole il posto d’onore spetta al parolamento di cui parla Vecchioni ne Il mercante di luce, ultima tra le letture di questi giorni. Più volte ho tentato di comportarmi da fedifrago, rompendo il patto narrativo. Ah, se mi sentissero i primini! Non l’ho rotto, ma ne sono stato tentato. A voler essere cinico, e quindi rompo il patto, l’argomento del libro, un padre che redime il figlio dalla malattia attraverso una ri-narrazione del mondo attraverso la cultura classica greca, nel caso probabile che uno permanentemente infermo e destinato alla morte non perda la motivazione a vivere(ah quante ne sentiamo storie così, storie che i figli si salvano attraverso la poesia, i media ne sono pieni!), e, a sua volta, un figlio che attraverso la propria malattia, progressivamente distruttiva, consola il padre dell’esser nato e dell’essere professore di greco, mi ha fatto venire l’orticaria, e non perché io non creda nel valore salvifico della letteratura e della poesia, ma perché si tratta di un percorso, di vita e di formazione, dal valore eminentemente soggettivo, che è infrequente si avvii a scuola, figurarsi nella fattispecie della relazione padre-figlio, minacciata dall’incombere della morte. Se si vuole, invece, restare fedeli al patto narrativo, l’inverosomiglianza della storia trova la sua assoluzione nella possibilità di leggerla come metafora di un ulteriore tentativo da parte dei nostri padri classici di lanciarci un, spero non ultimo, sos di salvezza della tradizione antica, minacciata da una progressiva infermità della società attuale, il cui vulnus consisterebbe nell’astenia del processo di semantizzazione della vita o, con parole più semplici, nell’incapacità di trovarle e darle un significato. Di condivisibile c’è che anche il padre-protagonista è impegnato nella stessa ri-semantizzazione della vita, anche lui è in bilico tra la vita e la morte, poiché quello in cui ha creduto per tutta la vita, l’amore per la letteratura greca, è parimenti minacciato dall’arrivismo accademico e dalla mercificazione culturale. Minaccia dell’estinzione fisica e inaridimento culturale corrono insieme lungo tutto il romanzo, qua e là squarciato dalla luce dei padri/figli antichi, ma la verbosità ossessiva della lingua di Vecchioni talvolta avvolge il lettore in una nebbia fittissima di spaesamento sospeso.

 

Di questa mandra fortunata

Mi associo idealmente, e anche nel concreto, ma questo sarà realizzato a scuola, alle decine di piazze letterarie italiane, che oggi con un flash mob celebreranno l’anniversario del padre della lingua italiana. Avrei voluto corredare l’immagine di alcuni miei versi preferiti, ma in realtà è operazione assai difficile e soprattutto riduttiva. Ci sono, forse, versi della Comedìa che non gradisco? Proprio no. Anche i più astrusi sotto il profilo filosofico.

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Come le pecorelle escon del chiuso
a una, a due, a tre, e l’altre stanno
timidette atterrando l’occhio e ‘l muso; 81

e ciò che fa la prima, e l’altre fanno,
addossandosi a lei, s’ella s’arresta,
semplici e quete, e lo ’mperché non sanno; 84

sì vid’io muovere a venir la testa
di quella mandra fortunata allotta,
pudica in faccia e ne l’andare onesta. 87

Come color dinanzi vider rotta
la luce in terra dal mio destro canto,
sì che l’ombra era da me a la grotta, 90

restaro, e trasser sé in dietro alquanto,
e tutti li altri che venieno appresso,
non sappiendo ’l perché, fenno altrettanto. 93

“Sanza vostra domanda io vi confesso
che questo è corpo uman che voi vedete;
per che ’l lume del sole in terra è fesso. 96

Non vi maravigliate, ma credete
che non sanza virtù che da ciel vegna
cerchi di soverchiar questa parete”. (Purgatorio III, 79-96)