L’esorciccia

Spiritpact-5871528ea2e73Non erano ancora state passate in rassegna le nozze di Mercurio con la filologia di Marziano Capella, quando il suono delle ultime parole del professore fu coperto da quello di una sirena del 118. Incoraggiati dalla curiosità del loro prof, che interruppe la celebrazione, gli studenti allocati nella zona più luminosa dell’aula, simili a giraffe lamarckiane, allungarono il loro collo verso le vetrate alla ricerca di notizie e volti.

Chi veniva soccorso?

Il calare improvviso del silenzio, dopo il grido della sirena, riportò le teste sulle pagine del libro, le nozze furono celebrate e la campanella del cambio d’ora gridò imperiosa il trascorrere del tempo.

Uscito dall’aula, ancora impolverato di anticaglie, il prof. intravide nel corridoio un essere umano ibrido, a metà tra un piteco e una donna attempata dagli occhi nerissimi, immobili sui due bulbi venati di sangue. L’effigie lo turbò per il tempo che attraversò il corridoio per raggiungere la zona comando e poco dopo la cancellò. Doveva trattarsi di una mamma. Chissà cosa era successo.

Poco dopo, mentre si godeva il dolce far niente di una buca scolastica, il prof fu scosso dallo squillo del proprio cellulare e dalla voce, quasi implorante, della Capa, che lo invitava a trovare una soluzione per una studentessa.

La soluzione era già bella e pronta in verità: un cambio di aula. Non di classe, ma di aula. La classe, insomma, tutta intera doveva spostarsi in un’altra aula per incompatibilità di una sola studentessa con l’aula. La Capa fu reticente in merito alla motivazione del cambio, rassicurando il sottoposto docente che il genitore avrebbe rivelato in camera caritatis il mistero. Nessuna malattia, allergia, febbre terzana e quartana, peste, etc…

Spiriti e venerdì.

Sì, uno spirito gagliardo assai.

Nata di venerdì, la ragazza, dotata di poteri sovrannaturali, vedrebbe ovunque gli spiriti dei morti. E uno spirito malefico, albergante nell’aula incriminata, si sarebbe materializzato davanti a lei, ordinandole di uscire immediatamente pena il tormento perenne cui l’avrebbe sottoposta con le sue urla strazianti di spirito infernale, se fosse rimasta lì. Questo il resoconto della posseduta. Com’è, come non è, costei, mentre lo spirito la tiranneggiava, accusò un forte dolore al petto e svenne. Ecco la sirena del 118!

Rinsavita, la posseduta era rimasta nel corridoio(Ma quale mamma! Era lei, la posseduta!), lontana così da Alichino. Poi si era ricoverata col genitore dalla Capa, per richiedere il cambio d’aula.

Il giorno successivo, effettuato il passaggio dell’intera scolaresca dall’inferno al presunto paradiso, pochi secondi dopo il suo ingresso, la posseduta aveva inscenato la stessa pantomima.

A questo punto, quando il genitore chiese al prof che soluzione trovare per la figlia, questi, fuori dalla grazia di Dio, rispose:

La faccia curare!

E, nell’occasione, si curi anche lei!

Capannelli scolastici

Poiché c’è da piangere se si osserva la scuola sia nelle alte(le parole d’ordine sembra siano inclusione a tutti i costi, acronimi di vario tipo, smartphone sì, smartphone no, stress d’inizio anno scolastico, promoveatur sed amoveatur)che nelle basse sfere(mani non collegate ai cervelli, connessioni ballerine, registri di classe on line, smarrimenti di buon senso), inauguro con un post leggero il mio capodanno lavorativo del 14 settembre 2017.uva-esopo

Si può dire che l’incipit corra anche sul filo di Facebook e di Instagram. Stamani nel corridoio della scuola si è formato un capannello di docenti letterari di sesso maschile intenti a commentare le foto di due novelli studenti, inseriti nella classe di uno dei pettegoli da strapazzo. Le foto private dei due studenti, maleficamente ricercate e trovate dai più buontemponi della scolaresca maturanda, furono inviate al professore dagli stessi studenti storici che, appresa la notizia del nuovo inserimento, alimentando nell’imo petto il desiderio di sconvolgere ben bene i progetti culturali dello sventurato insegnante, navigarono in lungo e in largo nella rete alla ricerca di notizie, fatti e memorabili imprese dei neo-compagni. E riuscirono nell’intento. Non solo il professore non dormì tutta la notte, agitato non si sa da quale meta-fisica angoscia, ma bruciò sin dalle prime luci dell’alba dal pio desiderio di essere consolato dai suoi colleghi maschi.

Così stamani, compattato il conciliabolo, il collega s’è voluto sfogare con i suoi consimili e ci ha mostrato le foto dei neo-alunni, ribattezzati il tronista e il pornostar. Ma è cascato male: anziché essere compianto e consolato della tragedia occorsagli, in coro gli abbiamo gridato: “La tua è tutta invidia.”

 

Auspicio e consolazione

A guisa di auspicio fausto per un progressivo miglioramento della qualità del mio lavoro di insegnante, ma anche per festeggiare il capodanno scolastico, che è stato inaugurato ieri primo settembre in una cornice collegiale chiacchierona e ancora estiva, dove comunque è giunta l’eco rosso-tiziano del diktat ministeriale che vuole tutti promossi, mi pubblico, per la serie io me la canto e io me la suono, due messaggi privati di ex alunni.

Il primo, scritto da un alunno che ho avuto soltanto al biennio, è sprone a correggere il tiro, il secondo è consolatorio.

Primo

A volte sembrava di stare sotto una nuvola nera. Non sapevi quando scoppiava il temporale, e soprattutto nella mente di un ragazzo di scuola superiore, perchè questo temporale scoppiava. Lei ha spinto molti di noi verso punti che pensavano inarrivabili, ma forse solo e io e Gandolfo abbiamo capito perchè lo facesse. Gli altri cercavano solo di scansarsi dal temporale. Giunti al triennio, sebbene lo stesso Daniele abbia spesso ricordato come lei fosse uno da rispettare, “con le palle” e molto raramente qualcuno parlava male di lei alle spalle, la maggior parte di noi, proprio perchè non ha compreso il motivo del suo comportamento, ha scordato e perso tutto.

A volte si riceveva l’impressione di ricevere un insegnamento arbitrario. Chi non dispone della giusta sensibilità è sordo ai suoi messaggi.

Si potrebbe dire che la colpa stia in una sua personale “erogazione” dell’insegnamento e che magari stesse “insegnando a se stesso”. Ma io potrei obiettare semplicemente, come ho detto prima, citando il fatto che gli studenti non sono selezionati e confusi.

Si, lei non segue il normale piano di insegnamento. È arbitrario.

Perchè fare Pirandello in prima se è programma di quinta, dicono molti. La sensibilità è di prima o di quinta? Alcuni pensano che lei stesse deliberatamente complicando la vita agli studenti. Può immaginare le cavolate di certi genitori preoccupati per il “troppo gravoso” carico di studi sulle testoline dei loro figli.

Secondo

Buonasera Professore,

Le scrivo perché in questi giorni le volevo fare una telefonata, ma ho perso il suo numero. Mi sono poi ricordato di avere da qualche parte la sua mail, e dunque ho pensato bene di scriverle qui.

Come sta? Come sono andate le vacanze?

Siccome sto lavorando assieme ad altri ragazzi su un progetto sulle Soft Skills (le spiegherò meglio di cose si tratta), volevo chiamarla per chiederle un paio di cose su metodi di insegnamento/valutazione.

Potrebbe gentilmente mandarmi il suo numero o scrivermi un messaggio?

Ah, ho messo come oggetto “Latino” in ricordo di tutti quei pomeriggi passati a studiare quella materia.

Un abbraccio

Balene e Pinocchi

balena_pinocchio

Come un Pinocchio di ferro ti ha sputato davanti ai miei occhi la balena verde di foggia americana, tu, già grigia nella senescenza, ancora vivida nell’astuzia acuta e cerimoniosa della volpe. Tra le lacrime hai riassunto in brevi fotogrammi la tua vita, da quel dì in cui perdesti me e i tuoi figli, tu che eri avvezza a conquistarci con le blandizie delle tue parole tra i crich-croch delle patatine e le bollicine di una Coca-Cola. Ora ti vedo immobile nella malattia, mentre le tue mani parlano di libri letti, di cucina e di burraco. Sgrani sul filo della memoria i morti che vivi ci appartennero, i sogni realizzati a metà, le voci che familiari suonano il loro concerto nel nostro breve incontro. Te lo dovevo questo ritrovarci, mai voluto, eppure sognato. Ci ha pensato Dio, il fato, la provvidenza, il caso, e noi non rimaniamo che fragili anelli di un meccanismo inconoscibile, che ha la sete dell’assoluto e il mistero della fede nella vita. Tu arrugginito Pinocchio di ferro e io vivente carcassa di bei ricordi.

Il farmacista, il teschio e i giovani

a8a91de421e1f47eaee12e5020329b16Ogniqualvolta vado in farmacia perché possa rifornire i miei genitori del loro pane quotidiano preferito, ossia le medicine, il vecchio farmacista, ormai in pensione, sbuca fuori dalla retro-farmacia(probabilmente riconosce la mia voce), dove verifica i conti e gli ordini per conto dei figli, che ormai lo sostituiscono al banco delle vendite, e, dopo aver abbozzato un inchino farsesco alla mia professione, mi stringe la destra e mi apostrofa sempre allo stesso modo: “Fortunato lei, professore, più giovane di me, e sa perché? Perché lei sta con i giovani e perciò ringiovanisce continuamente“. Talvolta mi intrattiene disseppellendo dal suo trascorso di studente liceale memorie e aneddoti scolastici, che hanno lo scopo di esaltare la vecchia scuola e di demolire l’attuale, ma sempre con garbo e simpatia. Chiude, però, ogni racconto, ripetendo la solita solfa: “Ma-sempre-più fortunato-lei-di me, perché trascorre le sue giornate con i giovani!”.

E in effetti, a ben pensarci, non ha tutti i torti. Nell’arco di una giornata scolastica ci sono sempre dei momenti, in cui si smette di essere docenti e discenti e si dialoga quasi alla pari come persone, e questo si verifica proprio a partire dalle riflessioni su ciò che si studia a scuola. Non sempre è così, però. Come oggi, per esempio. Mentre interrogavo tre studenti, posizionati a sinistra della cattedra, e perciò abbastanza prossimi alla mia vista, sono stato distratto dai teschi che due di essi mostravano: uno, a guisa di pendente, penzolava da un filo di caucciù, l’altro era stampato sulla felpa indossata dallo studente. La distrazione si è trasformata ben presto in una domanda. Ho chiesto loro da dove nasca il gusto di accessoriarsi con un teschio e per giunta in bella mostra. Dopo una naturale risatina di imbarazzo misto a sorpresa, uno di loro con un sorriso da emoticon ha risposto che il teschio piace alle ragazze, lasciando intendere che le coetanee rimangono in qualche modo attratte da ciò che evoca il teschio. Contrariamente alla cultura dei vecchi, me compreso, che vedono in quell’immagine il simbolo della morte, gli studenti vi scorgono disprezzo della morte ed esaltazione del pericolo, pertanto chi mostra un teschio comunica all’altro temerarietà, forza, virilità. Ecco perché il teschio piace/rebbe alle ragazze.

Non ho potuto che riderne insieme a loro, non prima di avere spiegato le mie ragioni di vecchio.

Come dar torto, allora, al mio vecchio e saggio farmacista?