Tale of Tales

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Illustrazione di Andrea Lupo

Esprimo qui il mio plauso al regista Matteo Garrone per l’operazione, non certamente di facile fattura, relativa alla trasposizione in immagini di uno dei capolavori della letteratura barocca italiana ed europea del secolo XVI, ossia il  Cunto de li cunti di Giambattista Basile. Il Cunto è una raccolta di cinquanta fiabe, organizzate secondo il modello del Decameron, raccontate da dieci narratrici nell’arco di cinque giorni; com’è tradizione consolidata, il primo racconto funge da cornice a tutto il resto. 

Ho avuto modo di conoscere l’opera alla fine degli anni ’80 (nell’edizione G.B. Basile, Lo cunto de li cunti, testo della prima edizione del 1634-1636, traduzione a fronte, note, a cura di Michele Rak, Milano, Garzanti, 1985), quando, per puro caso fortuito(il titolare della cattedra sparì per tre anni dal circuito accademico), ebbi la fortuna di avere come professore di lingua e letteratura italiana il professore Michele Rak;  il secondo anno prevedeva, tra gli altri, un corso monografico imperniato proprio sul testo di Giambattista Basile. Fu un’esperienza formativa per me rivoluzionaria, perché il professore Michele Rak, dotando noi studenti di un piumino catturapolvere letteraria, riuscì a farci connettere il testo di Basile al contesto pragmatico di performance dell’opera all’interno delle corti seicentesche italiane del secolo XVII; la tesi sostenuta è, infatti, che le fiabe di Basile non fossero destinate alla lettura individuale da parte di lettori silenziosi, ma arricchissero il loro carattere diegetico attraverso una contaminazione felice con la mimesi teatrale: la parola narrativa veniva accompagnata, e completata, da elementi paralinguistici(intonazione, ammiccamenti al pubblico, riso, sbadigli, sospiri), gestuali(le mani, gli occhi), teatrali e musicali. La cornice narrativa, costruita dall’autore, veniva perciò incorporata all’interno di uno spazio, insieme fisico(la sala di recitazione/rappresentazione) e metaforico(il teatro come scena immediata del mondo), in cui, attraverso il ricorso agli strumenti della narrazione, era possibile temporaneamente infrangere, sovvertire e talvolta riscrivere le regole del rigido mondo sociale seicentesco. Per avvalorare la sua tesi, un giorno il professore Rak, durante una lezione, organizzò una cornice teatrale legata ad una delle fiabe: attori, mimi e musicisti accompagnarono la lettura dell’opera e tutti riuscimmo a cogliere le battute popolari, i doppi sensi, finanche i richiami filosofici contenuti nell’opera. Fu per tutti noi studenti un’esperienza surreale e fu sicuramente allora che scaturì da quella lezione, incontenibile, la mia passione per la letteratura barocca tutta. Si trattò di una sollecitazione a ri-studiare ex novo un Seicento, che il mio professore di liceo aveva liquidato con un pre-giudizio iniquo e sprezzante.

Tutto questo, e anche di più, me lo sono goduto attraverso l’operazione filmica di Garrone che, contemperando in modo equilibrato gli effetti speciali cinematografici tipici del fantasy con la fattura artigianale della recitazione degli attori(abilissimi!), concedendo pochissimo ai mirabilia tecnici, è riuscito a realizzare un film coeso e coerente sotto il profilo narrativo e strutturale; il fruitore coglie in maniera distinta la tecnica dell’incastonamento narrativo di una fiaba nell’altra(didatticamente il film può essere un ottimo cavallo di Troia per spiegare agli allievi certe tecniche narrative), è tenuto costantemente in uno stato di suspense emotiva e può felicemente far tesoro della morale contenuta in ciascuna fiaba. A distanza di secoli, con la consapevolezza che non si possa mescolare passato e presente come se fosse possibile azzerare la radicazione storico-sociale di valori, comportamenti e idee, lo spettatore scopre che, in fondo, gli esseri umani restano sempre uguali a se stessi: padri che sacrificano figli per puro istinto egoistico, perdendosi dietro figurazioni illusorie del loro oggetto del desiderio(La pulce), madri e padri che scambiano i figli per oggetti da mostrare, possedere e tiranneggiare nel caso si sottraggano al prolungamento del loro desiderio(La cerva), bellezza e potere ottenuti attraverso il ricorso all’inganno, alla finzione, alla manipolazione di sé, degli altri, del proprio corpo(La vecchia scorticata); in ogni caso sono le leggi della narrazione a ristabilire gli equilibri infranti, quelli che, molto spesso, gli uomini non sono riusciti a comporre. Né ieri, né oggi.

 

 

 

Ladies in Lavender

Maggie Smith e Judi Dench sono le straordinarie protagoniste di un film poeticissimo del 2004, si tratta di Ladies in Lavender, di cui è regista Charles Dance; come è usuale, il film, all’uscita nelle sale, mi è sfuggito, l’ho rivisto, qualche pomeriggio fa, in tv e ne sono rimasto affascinato. Il soggetto del film è tratto da un racconto dello scrittore inglese  William John Locke. Da una ricerca effettuata scopro che il film non ha avuto un minimo di menzione. L’oblio, pare. 

La trama è fantasiosamente letteraria e in essa sono mescolati sapientemente il tema del naufrago e della vita come progressivo itinerario esplorativo dentro e fuori di sé, mentre il genere letterario di riferimento ingloba il racconto d’avventura e di formazione sentimentale.4879fb3883196992e0f64aadaa81dafc

Un giorno, siamo negli anni ’30 a cavallo fra le due Guerre e perciò in piena ascesa dei totalitarismi(ma la storia nella trama rimane comunque in penombra), la vita serena e abitudinaria delle attempate sorelle Ursula e Jane, che vivono in una splendida casa sulle coste della Cornovaglia, subisce un brusco cambiamento, infatti ritrovano sulla spiaggia un naufrago, il giovane polacco Andrea. Ursula e Jane, animate da uno slancio di generosità materna(non c’è inizialmente altra motivazione a sostenerle), accolgono il giovane naufrago nella loro casa e, sebbene abbiano carattere e temperamento differenti, Ursula timidamente passionale, Jane saggiamente razionale, sublimano il loro desiderio di amare riservando ad Andrea cure, attenzioni e dedizione assoluta. Ursula, però, rimane del tutto affascinata dalla bellezza di Andrea, oltrepassando il limite della cura materna nei confronti del giovane, infatti se ne innamora nascostamente e silenziosamente, convertendo l’iniziale apprensione materna in una sorta di contemplazione platonica da lontano e di nascosto del bel naufrago. D’altro canto il decoro morale imposto dai costumi del tempo, parte integrante della visione di Ursula, non può che trattenerla sulla soglia dell’amore. Un episodio, però, innesca il cambiamento e imprime una svolta alla storia. Mentre un pomeriggio la saggia Jane suona il pianoforte, il giovane Andrea, inorridito dalla cacofonia delle note, dapprima si tura le orecchie, non tollerando l’incompetenza della donna nel modo di suonare, poi rivela il suo talento musicale suonando il violino di un musicista del villaggio. È proprio il violino la chiave di volta della vicenda, infatti Andrea incontra la pittrice Olga(nasce tra i due una corrispondenza di affinità più che elettive), che riconosce le qualità del giovane talento e, con l’intermediazione del proprio fratello, musicista rinomato, fa di tutto per farlo studiare a Londra, dove si afferma come grande violinista. Per questo motivo Andrea è costretto a lasciare in fretta e furia la casa di Jane e Ursula senza neanche un saluto e alcun preavviso della sua partenza. Per le due sorelle la fuga di Andrea è un colpo, ancora di più per Ursula, che dovrà lottare con sé stessa per porre un argine ad un amore impossibile. La scena finale, però, ricomporrà l’equilibrio iniziale della storia, configurandosi come acquisizione di consapevolezza da parte di Ursula.  

Tutte le scene del film sono poeticissime, nessuna traccia di mielosità o di drammaticità isterica, ottime la fotografia e la colonna sonora, splendide le inquadrature, sia degli interni, sia del paesaggio, ma la nota particolare del film consiste nella maestria dell’interpretazione di Maggie Smith e Judi Dench. Di rilievo l’antitesi dei due ritratti femminili, quelli di Ursula e Jane, a loro volta contrapposti a quello della effervescente( e al contempo intellettualmente onesta)Olga.

Il film, poi, ha fatto innescare in me delle riflessioni e dei ricordi per così dire personali. Non capita tutti i giorni, diciamocelo con tutta franchezza, di vedere una coppia sbilanciata negli anni; nel film Ursula ha almeno quarant’anni più di Andrea. Da qui il carattere di favola, bella a metà, del film. Tutto è possibile, però. Nella mia esperienza di vita conosco due coppie, che hanno operato questa scelta, sfidando luoghi comuni e convenzioni: dei miei cugini(lui 52, lei 64)e una collega che, allora trentaseienne, nel 1991 sposò, dopo la maturità, un suo alunno. Fatevi voi i conti!  

Solo Pif

La-mafia-uccide-solo-destate-2-nuove-clip-foto-e-locandina-del-film-di-Pif-Non mi vergogno di dichiararlo, ma a suo tempo, quando è uscito nelle sale, non ho visto La mafia uccide solo d’estate di Pif; così ieri sera, complice un sabato casalingo, ho potuto seguirlo comodamente a casa in TV. Che dire? Mi è piaciuto moltissimo; la cinematografia e le fiction hanno ampiamente trattato il tema della mafia, ma quello di Pif è un film divertente, ironico, intelligente, artistico con la A maiuscola. Unico, si potrebbe dire. Tre i punti di pregevolezza del film: una rappresentazione/narrazione della mafia improntata sull’anti-epos attraverso il ricorso all’ironia e allo straniamento; un controcanto alla ferocia dei mafiosi musicato dalla storia d’amore tra Arturo e Flora; infine il doppio binario didattico-formativo, uno con destinatario il fruitore, realizzato attraverso l’inserimento di tessere documentarie tratte dalla storia, l’altro, materializzato nell’ultima parte, tra Arturo, diventato padre, e il piccolo figlio, che diventa l’erede della memoria storica nell’auspicio che si potenzi la coscienza storica e civile. Ma la perla del film è racchiusa nella statura morale e civile del personaggio Arturo, la stessa che un cittadino onesto auspicherebbe per le generazioni future.   

…ma questo Globo ove l’uomo è nulla

scansione0005Presto detto sia! Il problema è nel background del fruitore, perché un conto è assistere alla visione del film di Martone, Il giovane favoloso, completamente asciutti di poesia, filosofia e biografia leopardiane, un altro è, invece, averne assorbito una gran parte, e continuare a farlo sempre sempre, senza mai stancarsi. Proprio questo retroterra può costituire un limite all’interpretazione del film di Martone, sia che ad esso si accosti un imberbe, ben nutrito dei pregiudizi sul poeta di Recanati, cui anche la vulgata scolastica, nell’estrema difesa comunque  di un grande, ha contribuito in tanti anni di divulgazione del mito leopardiano, sia che l’interprete sia uno abbastanza avveduto e ben consapevole di certi snodi leopardiani. Consapevole del fatto che non sia possibile sovrapporre come in un’operazione di decalcomania due statuti rappresentativi differenti, dialoganti per l’oggetto(Leopardi e il suo mondo), eppure cozzanti per linguaggi, scopo e destinatari, ossia film da una parte e biografia, poesia e filosofia leopardiane dall’altra, proverò tuttavia a esprimere un breve giudizio sul film di Martone, o meglio su ciò che il regista fa emergere del poeta Leopardi, del suo tempo e del suo messaggio.

Il filo conduttore di tutto il film è la contaminazione tra biografia, poesia e filosofia leopardiane, contaminazione che rende squilibrata la struttura e parzialmente semplificante la ricezione per il pubblico imberbe con un ago della bilancia che pende sul lato biografico e poetico a danno di quello filosofico, che fa, invece, tutt’uno con i primi due. Chi, infatti, si accosta a Leopardi non può di solito separare nettamente filosofia da poesia, poesia da biografia, tecnica poetica da reale prova poetica e via di seguito, a meno che non si rinunci a una comprensione esauriente del mondo leopardiano. Chi sa gestire i diversi fili della sceneggiatura riesce in qualche modo a tessere la trama dei significati, chi, come dicevo prima, ha la mente ricolma di luoghi comuni e pregiudizi, dopo la visione del film, non potrà che consolidarli attraverso quella semplificatoria equazione malattia=disagio=pessimismo, che ingombrante peso ha avuto nell’interpretazione della poesia leopardiana e nella sua commercializzazione scolastica. Come già è stato evidenziato da molti, fatta salva la bravura geniale di Elio Germano, l’operazione di Martone non aggiunge e non toglie nulla a ciò che il pubblico sa di Leopardi, anzi attraverso la tecnica della citazione diretta e dell’allusione il pubblico medio e altresì quello berchettianamente parigino trova occasione per misurarsi con la sua memoria, recitando i versi di Leopardi(in sala ed anche ad alta voce!)e annegando nella loro sofficità sonora. Così ci si ritrova un Leopardi che sulla scena recita L’infinito, mentre si aggira ebbro di furor poetico tra le frasche dell’ermo colle e sforza la vista degli occhi e della mente  per oltrepassare il limite, o La sera del dì di festa nel chiuso della sua camerettaoppure ci si rimembra di una certa Silvia, la cui morte è oggetto della narratio di Martone, dopo che questi ne ha mostrato le faticose opre da uno spazio-finestra oggetto della contemplazione leopardiana; oppure ancora una corpulenta gallina ovaiola che razzola in su la via, anche se non dopo una tempesta. Pregnante, ma ridicola per gli effetti speciali hollywoodiani, la scena della Donna-Natura che gigante si presenta all’Islandese, incarnato però sulla scena dal poeta, e che dà prova della potente forza della materia attraverso un processo di auto-annientamento; anche nella parte finale, sotto un reboante sterminator Vesevo, la rappresentazione strizza l’occhio al meglio degli effetti speciali, ma la voce che recita il sublime fiore del deserto redime la scena da ogni giudizio frettoloso di condanna e assolve Martone per il tramite della poesia leopardiana. Assoluzione che non consente, tuttavia, di definire Il giovane favoloso un capolavoro; a livello didattico la visione del film, se preceduta da una o più lezioni propedeutiche, può risultare utile per far cogliere ai ragazzi alcuni snodi fondamentali del mondo leopardiano: 

  • la figura oppressiva e castrante di Monaldo, letteralmente innamorato di Giacomo;
  • la sconfinata erudizione di Leopardi per il tramite della biblioteca che nelle intenzioni di Monaldo avrebbe assicurato al figlio un posto di rilievo nell’ambito dell’intellettualità pontificia, ma che si rivela volano per la fuga e la ricerca della libertà individuale e della gloria;
  • il carattere retrivo e polveroso di quella cultura romantico-borghese di primo Ottocento, incapace di comprendere il genio leopardiano e di accettare la filosofia dell’arido vero;
  • il tratto fanciullesco della sensibilità leopardiana, che si materializza nell’attenzione certosina alle voci, ai silenzi e alle forme della natura;
  • il disagio della condizione fisica e psicologica, che non diventa mai rinuncia alla vita.

Può, invece, nuocere assai agli studenti l’indugio eccessivo del regista sulla rappresentazione della figura fisica di Leopardi, che raggiunge movenze ai limiti della caricatura soprattutto nella seconda parte del film ; temo che proprio quest’immagine possa restare impressa nell’immaginario dei nostri studenti. Ma noi, tornati in classe, con i ferri del nostro mestiere sapremo come intervenire.

 

 

E ora i voti, per gioco, eh?
Regia 7
Sceneggiatura 7
Elio Germano 10
Michele Riondino 10
Massimo Popolizio 10
Isabella Ragonese 9
Fotografia ECCELLENTE
Montaggio 8
Musiche 8
Scenografia 8

 

 

Gli uccelli

uccelliDopo molti anni ho rivisto Gli uccelli, uno dei classici sempreverdi di Hitchcock, che trasse parte del soggetto da un racconto di Daphne du Maurier; credo di averlo visto, per la prima volta, da adolescente, quando RaiUno, il lunedì sera, dedicava la prima serata alla proiezione di un buon film. Allora i miei occhi furono catalizzati dalla ferocia degli uccelli, per lo più corvi e gabbiani, e impressionati dalle loro violente beccate sui corpi dei personaggi, pertanto passò in secondo piano  l’interpretazione generale del film, che ha dato, invece, vita a un conflitto di visioni, alcune delle quali, a dire il vero,  sono un po’ strampalate. In ogni caso vale la pena conoscerle e farsi poi un’idea.

Ieri sera ho continuato ad apprezzare la fotografia della pellicola, ma ho ignorato corvi, gabbiani, sangue e “paura” e mi sono deliziato nell’osservazione di due scene in particolare: una si svolge a Bodega Bay, presso il Tides Café, dove gli avventori, dapprima increduli di fronte a quanto di innaturale sta accadendo, tentano di spiegarsi la causa dell’attacco da parte dei “dolci uccelli”; l’altra è la scena finale, quando Mitch(Rod Taylor), insieme alla madre e alla sorellina Cathy, accompagna all’ospedale la bionda e algida Melania(Tippi Hedren).Le due scene offrono, a mio parere, più di uno spunto di riflessione e risultano, in qualche modo, dialoganti, se si considerano gli uccelli e la loro inaspettata e violenta ferocia una metafora del male che, con le stesse modalità di attacco dei volatili, piomba sugli esseri umani, nel film i personaggi, che si sbizzarriscono nel fornire, ciascuno secondo le proprie conoscenze ed esperienze, una spiegazione non sempre sostenuta da argomententazioni forti. Particolare, sempre nella scena del caffé, il ruolo di Melania che, come Mitch e a differenza degli altri, non esprime le sue ragioni, limitandosi tutt’al più a narrare quanto è accaduto. Al Tides, invece, tutti hanno qualcosa da dire sull’impazzimento degli uccelli: la vecchia esperta ornitologa, incarnando la visione naturalistico-catastrofista, tesse un elogio degli uccelli e ne amplifica la possibile quantità numerica, minacciosa per la stessa sopravvivenza degli esseri umani; il religioso, invasato di alcool ed esperto di scritture sacre, sciorina versetti di Ezechiele e Isaia, propendendo per una visione apocalittica del fenomeno; l’esperto di mare evidenzia la novità dell’attacco dei gabbiani al suo peschereccio; non manca, infine, una visione per così dire xenofoba, infatti un’avventrice del Tides accusa Melania, proveniente da San Francisco, di essere la causa del male, come se la giovane donna avesse condotto con sé dalla sua città il germe della follia e della catastrofe. 

Nessuna delle interpretazioni sembra però plausibile, se si analizza il prosieguo del film; il capolavoro di Hitchcock insiste, invece, sul silenzio esegetico, proponendo nella scena finale non uno svelamento delle cause del male, ma un attraversamento, fisico e insieme morale, della carica invasiva dello stesso. Mitch attraversa a sangue freddo, e quasi ieraticamente,  il male, limitandosi a scansarlo, e riesce a raggiungere il garage  per recuperare l’automobile. La quale condurrà lui e le tre donne(Melania delle tre è la più bisognevole di cure mediche)all’ospedale sotto lo sguardo minaccioso e “rumoroso” di corvi e gabbiani. Il male così resta lì battendo le sue ali.

Superato, ma non sconfitto. Quello che conta, sembra suggerire Hitchcock, è superarlo, anche attraversandolo. 

Gli “inciuci” del Lincoln di Spielberg

lincolnPer puro caso(costretto ad accompagnare una mia classe al cinema)ho visto “Lincoln” di Spielberg. Per quasi tutto il primo tempo ho sofferto. Non mi sono alzato dalla poltrona per obbligo di lavoro, ma, se fossi andato al cine da privato cittadino, il rischio ci sarebbe stato. La prima parte è caotica, prosaica, noiosa e concitata al contempo. Il film prende corpo nei giorni che precedono le manovre, e poi l’approvazione, del tredicesimo emendamento. A partire dagli inciuci di Lincoln e dei suoi non sempre onorevoli clientes, la fruizione spicca il volo e l’operazione cinematografica di Spielberg(pur con qualcosa da emendare)davvero diventa arte filmica e narrazione, racconto con chiaroscuri di epicità ed elegia, storia e politica, passione, in senso lato, e tenerezza. L’immagine indelebile rimarrà quella di un personaggio-Lincoln dalla statura, fisica e morale, gigantesca. Padre tenero e severo, marito esemplare e paziente. Politico concreto, che non indugia a sporcarsi le mani, pur di raggiungere lo scopo prefissatosi. E di che spessore! Penso che Spielberg non abbia voluto tanto ricostruire uno spaccato della storia americana quanto far riflettere i fruitori del film sull’onesto dilemma che ogni politico dovrebbe porsi: l’ottenimento di un successo civile-politico etc… può giustificare il ricorso anche a mezzi disonesti, quali la corruzione, l’imbroglio, l’intimidazione e il “rabbonimento” dell’avversario? La purezza, categoria morale, può assurgere anche a categoria politica? Il regista sembra rispondere che ciò non sia possibile, tant’è che Lincoln è rappresentato anche come sotterraneo tessitore di accordi politici e compromessi interpersonali. Lo giustificherebbe, e quindi assolverebbe, lo scopo ultimo? Ossia l’abolizione della schiavitù? Bel fim. E attuale. Come da sempre, e ciclicamente, si è posto il nodo politica-morale.

La Melato

mariangela-melato-01Sono contento di averla vista recitare in Filumena Marturano proprio qualche settimana fa in tv; già da ragazzino ho capito che la Melato aveva qualcosa di speciale. Allora mi colpiva il suo aspetto tendenzialmente androgino, potenziato dalla voce ruvida. Per non parlare delle parti sui generis assegnatele tra gli anni ’70 e ’80. Di lei ho sempre apprezzato l’intelligenza e la versatilità, mai prostituita al suo essere donna di grande fascino. Il primo film che ho visto con lei attrice è La poliziotta, che alla fine degli anni ’70 le emittenti locali proponevano quasi a intermittenza regolare. Poi i cult. Da adulto ho compreso che quella voce inconfondibile e la mascolinità erano(e sono)il segno di un’attrice unica nel panorama italiano, paragonabile per bravura ad Anna Magnani, a Silvana Mangano e a Monica Vitti.

Ha scritto un bel tributo Concita De Gregorio.