La Melato

mariangela-melato-01Sono contento di averla vista recitare in Filumena Marturano proprio qualche settimana fa in tv; già da ragazzino ho capito che la Melato aveva qualcosa di speciale. Allora mi colpiva il suo aspetto tendenzialmente androgino, potenziato dalla voce ruvida. Per non parlare delle parti sui generis assegnatele tra gli anni ’70 e ’80. Di lei ho sempre apprezzato l’intelligenza e la versatilità, mai prostituita al suo essere donna di grande fascino. Il primo film che ho visto con lei attrice è La poliziotta, che alla fine degli anni ’70 le emittenti locali proponevano quasi a intermittenza regolare. Poi i cult. Da adulto ho compreso che quella voce inconfondibile e la mascolinità erano(e sono)il segno di un’attrice unica nel panorama italiano, paragonabile per bravura ad Anna Magnani, a Silvana Mangano e a Monica Vitti.

Ha scritto un bel tributo Concita De Gregorio.

“La messa è finita” di Moretti

E sempre a proposito di film provo a dire, ché già tanto è stato scritto e recensito, ciò che penso del film La messa è finita di Nanni Moretti, regista e attore verso il quale ho sempre nutrito un misto di attrazione(per la bravura) e di repulsione(noioso).
L’ho gustato proprio ieri sera.
Un’amara allegoria delle tendenze spirituali degli Italiani(e non solo)a metà degli anni ’80, quando si è quasi del tutto svelata l’epifania della crisi delle ideologie rosse e bianche: un’Italia spiritualmente smidollata, incapace di fare luce sui percorsi di vita del singolo e della collettività.
O, in altre parole, una tendenza al bozzolismo psicologico, figlio del capitalismo all’ultimo grido, che mina i fondamenti dell’istituzione-cardine dell’Italia, la Famiglia, e che riduce a larva qualsiasi tentativo di relazione autentica tra gli esseri umani.
Che sia quella tra genitori e figli, tra fratelli o tra seguaci dello stesso partito o della stessa parrocchia, poco importa.
Tutto il film è segnato dalla progressiva presa di coscienza da parte di Don Giulio che ogni tentativo di spiegare a se stessi e agli altri, attraverso gli strumenti della tradizione, il senso dell’esserci e del relazionarsi è destinato a un eclatante fallimento.
Ciascuno è destinato a restare solo, a muoversi entro un deserto di segni svuotati del significato che la cultura di appartenenza gli ha fornito.
A chiedere e a non avere risposte, se non quelle spicciole, offerte dai santoni del momento storico o dalle nuove impalcature di pensiero.
Poco credibile risulta anche l’appello finale di Don Giulio all’amore durante la celebrazione del matrimonio di Cesare.
La messa è finita, appunto la missione alla quale tutti i personaggi sembravano essere stati, in qualche modo, chiamati.
E con i personaggi anche tutti noi.
Film amaro.

Anna e il Re



Per l’ennesima volta mi sono sciroppato, ma lo dico in senso positivo, il film Anna and the King(1999) del regista Andy Tennant e con la magistrale interpretazione di Jodie Foster nel ruolo di Anna Leonowens.
Come è risaputo, la pellicola trae ispirazione dal romanzo Anna e il re del Siam di Margaret Landon, che insieme al marito fu missionaria presbiteriana presso una scuola in Thailandia tra il 1927-1937. Leggeva molto sul paese che la ospitava e in modo particolare sulla sua storia. Durante questo periodo scoprì i libri autobiografici di Anna Leonowens, una vedova gallese che era stata governante e segretaria alla corte di re Mongkut nel 1860.
Quando torno’ in America, nel 1937 iniziò a scrivere articoli sulla donna che l’aveva affascinata e a fare ricerche per raccogliere materiale per un libro. Diventò così una scrittrice ricordata soprattutto per Anna e il re del Siam, il suo best-seller del 1944, il suo romanzo sulla vita di Anna Leonowens che ha venduto oltre un milione di copie ed è stato tradotto in più di venti lingue.
Dalle mie ricerche in rete il libro risulta non disponibile per la vendita, ma conto ugualmente di recuperarlo.
Tanto fascino esercitato in me dalla visione del film mi conduce con forza a quelle pagine.
Sul versante cinematografico ho letto delle recensioni terrificanti sul conto di Jodie Foster come interprete della storia e non meno impietosi sono i critici verso il regista.
Al contrario trovo il film strepitoso, anzi dirò di più: Anna and the king può essere annoverato tra i classici del cinema, infatti ci sono la Storia e le microstorie (quella di Anna e quella di Dama Tuptim), la guerra, la pietà e la crudeltà, l’amore e l’odio, la vendetta e il perdono, e poi, nota assolutamente moderna, l’incontro/scontro fra due culture diversissime, il cui punto di sutura può consistere nel reciproco riconoscimento delle proprie alterità.
Ieri sera mi sono soffermato su una scena didattico-educativa: dopo una lite manesca fra l’erede al trono e Luis, suo figlio, Anna, madre e maestra, punisce con determinazione incrollabile e allo stesso modo i due bambini, non esitando tuttavia a consumare il pasto con l’erede ribaldo, dopo che questi ha eseguito la consegna prevista dalla punizione.
Quindi severità e magnanimità.
E tutto ciò sotto lo sguardo imparziale del Re, che non muove un dito per il figlio.
Inverosimile?
Oggi parrebbe così, ma è proprio anche a partire da ciò che possiamo definire classica un’opera:poter sperare di vedere un mondo migliore di quello che i fruitori stanno vivendo nella loro realtà quotidiana.
Senza per questo foderarsi gli occhi di prosciutto o gongolare beatamente in un immaginario idilliaco e romantico.

Caratterizzare un personaggio

Oggi voglio parlare di fruizione televisiva. Intanto non so come sia andata a voi con il digitale terrestre, ennesima presa in giro all’italiana. Certamente la qualità delle immagini è migliorata notevolmente, sebbene talvolta si verifichino brevi momenti di “segnale debole o assente”, che poi producono il medesimo effetto, ma, detto ciò, quale rivoluzione avrebbe determinato il digitale terrestre? In provincia, rispetto al capoluogo, non è cambiato nulla, anzi la situazione è peggiorata. Non è più possibile seguire almeno un’edizione del notiziario regionale, infatti le storiche tv locali sembrano siano state risucchiate dall’inghiottitoio del digitale, mentre al contrario proliferano indefinibili canali televisivi, con la denominazione di Italia e un’infinita sequenza di numeri cardinali, dal 2 a salire, che trasmettono musica, aste di quadri, gioielli e prodotti di vario tipo, show di balere e cantanti improvvisati di scarso valore artistico. Per non parlare poi della geminazione dei canali Mediaset e dei relativi accoliti, che occupano più di un numero digitale, e di La7, che si riproduce mostruosamente su più canali. Molte tv satellitari, dai nomi poco televisivi(Vero, Real Time), sono migrate anche sul digitale, quindi è possibile seguirle su doppio canale. Insomma il quadro è deludente, perciò, tirando le somme, personalmente ripiego su qualche bel film. Sto così rivedendo i gloriosi film legati a 007(fino agli anni ’70, mi piacciono di meno i successivi), gli intramontabili e sporadicamente alcuni di recente produzione, che non ho avuto modo di conoscere, quando furono proposti sul grande schermo. Tra gli intramontabili come non citare quelli la cui regia è affidata a Billy Wilder? Ieri sera è stato uno scialo seguire “Testimone d’accusa”, per la cui trama rimando qui. Mettendo a confronto il vecchio e il nuovo, ho notato innanzitutto la tendenza dei registi del passato a mettere in luce la caratterizzazione dei personaggi, il cui profilo viene curato nei minimi dettagli, per cui è inevitabile che certi personaggi rimangano indelebilmente impressi. Nel film “Testimone d’accusa” Wilder tratteggia magistralmente, per esempio, la governante di Emily French, Janet McKenzie; nel corso della requisitoria più volte il giudice è costretto a stoppare la vecchia e pettegola Janet alla cui testimonianza lei aggiunge considerazioni o digressioni del tutto fuori tema rispetto al dibattimento. Anche l’esodo dalla scena rispetta il modello della pettegola moralista: impettita e tronfia, sguscia via dal tribunale non senza prima sostare al centro dell’aula per fulminare con uno sguardo di condanna colui che crede assassino di Emily French. Altro esempio di personaggio a tutto tondo è l’avvocato di Mr. Vole, Sir Wilfrid; il suo amore viscerale per il trionfo della giustizia è tale che, sebbene il proprio cliente venga assolto, tuttavia continua a nutrire dei dubbi anche dopo il verdetto. L’epilogo finale, meraviglia di sceneggiatura, confermerà i suoi sospetti.
Sul fronte del nuovo, ho visto un film pregevole, LE RICAMATRICI, pellicola che mi era sfuggita. Il tema della maternità e l’amicizia tra due donne, una giovane impiegata che, proprio a partire dall’evento di una gravidanza inaspettata(?), e come nella peggiore delle ipotesi il padre è un uomo sposato, che non intende abbandonare la moglie né riconoscere il figliolo, coltiva il proprio sogno, ossia diventare una ricamatrice d’eccellenza, e quella di una donna, artigiana navigata d’alta moda, abbastanza affermata, che perde il proprio figlio per via di un incidente con la moto. Tra le due donne si instaura dapprima un rapporto di lavoro che gradualmente sboccia in un’autentica amicizia di mutuo e umanissimo scambio: la giovane ricamatrice, Claire, apprende tramite Mme Melikian l’arte del ricamo, ma anche quella di amare la creatura che le cresce in grembo e, a sua volta, Mme Melikian riesce a elaborare tramite Claire il lutto per la perdita del figlio, sfuggendo così alla depressione e alla morte per suicidio. Eccellente film, ma i personaggi? Non sarebbe possibile parlare di caratterizzazione, tanto è vero che personalmente non sarei in grado di stabilire quali siano i profili umani e morali dell’una e dell’altra. Peccherò di presunzione, ma mi pare che il cinema contemporaneo non sempre si dedichi alla costruzione di personaggi, il cui profilo possa fissarsi indelebilmente nella memoria del fruitore. Sicuramente perché la sensibilità è cambiata, ma talvolta sembra che sia più un vezzo dire “la sensibilità indefinibile di noi post moderni” che la sostanza delle cose. Per dire l’ultima su “Le ricamatrici”, della giovane rimane impresso l’abbigliamento, il cui colore preferito è il verde(scelta simbolica?) nelle sue varie tonalità, della ricamatrice navigata la tristezza sul volto, pur con qualche sorriso nello scioglimento finale. Quindi temi eccelsi, arte della recitazione discreta, ma caratterizzazione scarsa.

Di mosche e d’Argento

Di mosche e d'Argento
 

Di Dario Argento ho visto soltanto Inferno e, ieri sera, Phenomena.
Di Inferno ho qualche ricordo fugace: mi piacquero le tre Madri e la musica di sottofondo, per il resto non mi è rimasto nulla.
Phenomena, invece, mi ha appassionato moltissimo e sono rimasto incollato davanti allo schermo fino a notte fonda; il genere slasher non rientra tra i miei generi preferiti, ma questo film di Argento, a mio parere, va ben al di là dei confini delimitati dalla critica cinematografica.
Il titolo stesso allude alla capacità della protagonista, Jennifer, affetta da sonnambulismo, di avere sviluppato una capacità percettiva assimilabile a quella degli insetti e, come alcuni di essi, vive di notte.
Durante una crisi notturna Jennifer s’imbatte in una scimmia, che la conduce da un entomologo; famoso per le sue ricerche eterodosse, il professor John McGregor  è stato isolato dalla comunità scientifica. Tra i due si stabilisce un’intesa perfetta e, pian piano, lo studioso si convince dei poteri paranormali della giovane. Si tratta di un’intesa culturale ed emotiva: tra la giovane che apprende e il professore che, scoprendo, rafforza  le tesi scientifiche, su cui ha lavorato da anni. Fondamentale è la scena degli animali, accuditi dall’entomologo, in stato di agitazione per la presenza di Jennifer.
la-grande-sarcofaga-ovvero-la-mosca-che-aiuta-jennifer-connelly-a-scoprire-l-assassino-in-phenomena-4167Gli episodi più belli del film sono, infatti,  proprio quelli in cui si osserva la vita degli insetti, soprattutto i sarcofagi; in tal modo lo spettatore acquisisce una mole di notizie sugli stadi della mosca sarcofaga, capace addirittura di individuare, anche a molti chilometri, la presenza di un cadavere. Su intuizione del professore sarà una mosca sarcofaga a guidare Jennifer nel luogo in cui vengono torturati, uccisi e posti a macerare i corpi dei cadaveri, di cui è autore l’assassino. A questo punto le immagini diventano disgustose ed è un susseguirsi di colpi di scena mozzafiato, però la curiosità scientifica, l’indagine sensoriale di Jennifer, l’amicizia tra i due diversi, isolati dalla comunità e considerati pazzi, l’uno per le ricerche condotte, l’altra per il sonnambulismo, e non ultima la dedizione della scimmia nei confronti del suo diletto protettore assolvono il film da qualsivoglia accusa di truculenza gratuita e splatter.
Non è un caso che lo stesso Dario Argento, stando a quanto ho letto, ha definito Phenomena il suo film preferito.