La grazia delle cose false

Celebro questa piovosissima giornata della poesia con un gioiello, annerito dal tempo, di Marino Moretti.


Rosa della grammatica latina

che forse odori ancor nel mio pensiero

tu sei come l’immagine del vero

alterata dal vetro che s’incrina.

Fosti la prima tu che al mio furtivo

tempo insegnasti la tua lingua morta

e mi fioristi gracile e contorta

per un dativo od un accusativo.

Eri un principio tu: ma che ti valse

lungo il cammino il tuo mesto richiamo?

Or ti rivedo e ti ricordo e t’amo

perche’ hai la grazia delle cose false.

Anche un fior falso odora, anche il bel fiore

di seta o cera o di carta velina,

rosa della grammatica latina:

odora d’ombra, di fede, d’amore.

Tu sei piu’ vecchia e sei piu’ falsa, e odori

d’adolescenza e sembri viva e fresca,

tanto che dotta e quasi pedantesca

sai perche’ t’amo e non mi sprezzi o fori.

Passaron gli anni: un tempo di mia vita.

Avvizzirono i fior del mio giardino.

Ma tu, sempre fedele al tuo latino,

tu sola, o rosa, non sei piu’ sfiorita.

Nel libro la tua pagina e’ strappata, strappato

il libro e chiusa la mia scuola,

ma tu rivivi nella mia parola

come nel giorno in cui t’ho “declinata”.

E vedo e ascolto: il precettore in posa,

la vecchia Europa appesa alla parete

e la mia stessa voce che ripete

sul desiderio di non so che cosa:

Rosa, la rosa Rosae, della rosa…

Poesie [1919]

Dove stanno bene i fiori

I ciclamini, nei chiostri di marmo.
Le ortensie, nelle rosse Certose.
Le margherite, nei prati.
Le viole, tra le foglie secche
lungo i fossi.
La malva, nelle pentole dei poveri, alle finestre.
Gli oleandri, nei vestiboli dei ricchi.
Le rose, dentro gli orti di campagna.
I tuberosi, nei giardini dei collegi.
Le aquilegie, nei cortili dei castelli antichi.

Le ninfèe, come
bianche lavandaie, sotto i ponti.
Gli edelvai, vicino ai nidi delle aquile.
I convolvoli, nelle siepi delle strade.
I glicini, sui ruderi.
L’edera, come una decorazione verde
intorno agli alberi veterani.
I gigli, sugli altari e in processione.
Le orchidee, simili ad aborti, nei bicchieri.
Le azalèe, nelle chiese protestanti.
Le camelie, nei vasi di maiolica sulle scale.
I narcisi, davanti agli specchi.
I garofani rossi, nella bocca delle amanti.
I crisantemi, sulle tombe e nelle tavole.
I pensè, come maschere curiose alle finestre.
I papaveri, nel frumento.
I begliuomini dai fiori ascellari
simili ad arlecchini, negli orti delle zitelle.
Le violacciocche, lungo i viali delle passeggiate.
I semprevivi, nelle camere dei malati e davanti ai santi.
I gelsomini, alle finestre degli ospedali.
I funghi, nei boschi umidi
nelle travi marcite
e nell’anima mia.

Corrado Govoni (1884-1965)

Identità primaverili

Ho tribolato non poco stamani per scaricare, attraverso l’identità digitale, dal sito del Miur gli ultimi spiccioli della carta del docente, in verità una sommetta di 81 euro, che ho speso presso Il libraccio acquistando dei libri utili al mio lavoro di insegnante; tra gli altri ho scelto un’autobiografia e I soliloqui di Betlemme di Giovanni Papini*(oggetto del mio studio pasqualino e post-pasqualino )e un saggio del professore Antonelli sulla volgare eloquenza in ambito politico. Ad onor di precisione il sito del Miur funziona bene, il problema è farsi riconoscere, infatti, per farla breve, ho dovuto scaricare sullo smartphone l’app delle Poste e creare un ulteriore codice perché mi fosse consentito l’accesso. Nel frattempo ho registrato su un calepino tutti i passaggi necessari per l’accesso futuro, ammesso che la carta del docente sia fruibile anche l’anno prossimo scolastico e le regole di accesso restino le medesime di oggi. Attualmente l’identità digitale è lo zoccolo duro per tutte le società, che offrono servizi in rete, nonché per i mortali utenti, oggetto, sempre più frequentemente, degli attacchi dei pirati virtuali. Comprensibile, pertanto, lo sforzo di blindare in modo certosino le chiavi di accesso ai vari siti. La sensazione prevalente che se ne riceve è comunque di insicurezza: più lucchetti, più pirati specializzati. Meglio non pensarci! Godiamoci due identità primaverili poetiche!

RENZO PEZZANI

Giovanni Papini


È certo la primavera la stagione più triste dell’anno. Ondeggia, incespicante e trasognata tra la bianca severità dell’inverno e la focosa maestà dell’estate, come una “donzelletta” acerba che non è più vera bambina e non è ancora donna fatta. È ridotta, perciò, alle malfide risorse del doppio gioco. In certi giorni un baccanale di sole indora e accende tutte le cime e tutte le superfici, e un’improvvisa afosità simula ipocritamente la gialla offensiva del giugno. Ma poi, il giorno dopo, sipari di nuvolone seppiacee si calano sugli orizzonti come gramaglie, il vento settentrionale uggiola e morde, i piovaschi impazziscono in furori diluviali, i fiumi aprono brecce nelle ripe, sui monti si ammonta un’altra volta la neve, tardiva ed intempestiva, e le prime erbe dei prati, stupite e strapazzate, vorrebbero rientrare sotto la terra. Passata la furia boreale, tornano le giornate grigie e accidiose, con qualche golfo di azzurro che subito si richiude, le strade fradice e sudice, i muri bollati di gore umide, i fossi colmi d’acqua lotosa. Eppoi, in pochi meriggi, tutto s’asciuga, tutto s’infiamma, tutto arde, tutto si riscalda e ci s’accorge, con mortificante sorpresa, che la primavera è finita, senza aver potuto godere, meno che pochi istanti, le sue incantate e decantate meraviglie. (Giovanni Papini)

Travasi

Talvolta l’insania mi spinge a far realizzare agli studenti dei travasi testo letterario-immagine dai risultati non sempre lusinghieri, sebbene quest’immagine sia comunque la migliore, in termini di resa, rispetto alle altre da me visionate. Lo scopo di tale commistione non è certo quello di scovare pittori e pittrici del nostro millennio, ma di capire se gli studenti abbiano afferrato davvero il significato del testo proposto per l’analisi. Per l’esattezza ho dato loro in pasto una poesia del mio amato Corrado Govoni e, dopo che l’hanno analizzata in lungo e in largo e commentata sotto diversi profili, si sono cimentati nella rappresentazione della stessa. Tradurre una poesia in immagini non è operazione semplice; il risultato è che nelle loro rappresentazioni viene ritratto proprio quello che non c’è, perché frutto di diversi assi metaforici che Govoni interseca sapientemente, mentre c’è quello che non sarebbe dovuto esserci.

L’anno moriva assai dolcemente

 Auguri a tutti!57c9133dc529748958be7e9ef4aa7d39L’anno moriva, assai dolcemente. Il sole di San Silvestro spandeva non so che tepor velato, mollissimo, aureo, quasi primaverile, nel ciel di Roma. Tutte le vie erano popolose come nelle domeniche di Maggio. Su la piazza Barberini, su la piazza di Spagna una moltitudine di vetture passava in corsa traversando; e dalle due piazze il romorio confuso e continuo, salendo alla Trinità de’ Monti, alla via Sistina, giungeva fin nelle stanze del palazzo Zuccari, attenuato.

Le stanze andavansi empiendo a poco a poco del profumo ch’esalavan ne’ vasi i fiori freschi. Le rose folte e larghe stavano immerse in certe coppe di cristallo che si levavan sottili da una specie di stelo dorato slargandosi in guisa d’un giglio adamantino, a similitudine di quelle che sorgon dietro la Vergine nel tondo di Sandro Botticelli alla Galleria Borghese. Nessuna altra forma di coppa eguaglia in eleganza tal forma: i fiori entro quella prigione diafana paion quasi spiritualizzarsi e meglio dare imagine di una religiosa o amorosa offerta. (G. D’Annunzio, Il piacere, Libro I)