Echi di Eco

IMG_20160221_200325

Ad Eco devo una parte della mia formazione e quindi un omaggio in un post gli spetta di diritto. Ultimamente di lui ho apprezzato la capacità divulgativa, tuffandomi con piacere nella lettura de La filosofia e le sue storie, edito da Laterza. Il pregio dell’opera consiste anche nel riconoscimento del valore della letteratura, che conserva un suo piccolo spazio nel corso della trattazione filosofica. E ciò mi pare abbia un valore non di poco conto.

Corvi. Di ieri, di oggi.



Lo stato è comunanza di stirpi e di villaggi in una vita pienamente realizzata e indipendente. Questo è opera dell’amicizia(philia), perché l’amicizia è scelta deliberata di vita comune. Dunque, fine dello stato è il viver bene… E proprio in grazia delle opere belle(kalòn praxeon) e non della vita associata si deve ammettere l’esistenza della comunità politica”(Aristotele, Politica III, 1280b).

Di Margaret Doody e della creatura letteraria generata dalla sua penna, niente meno che il detective-filosofo Aristotele, mi ha parlato un sopraffino lettore, un collega di storia dell’arte, il cui entusiasmo è stato tanto incoraggiante per l’acquisto del libro quanto abissale la mia ignoranza sull’esistenza di una preparatissima professoressa canadese di letteratura comparata, che si diletta nella scrittura di gialli ambientati nella polis ateniese del IV secolo a.C.
Ho voluto cominciare dall’ultimo, Aristotele e la favola dei due corvi bianchi, pubblicato da Sellerio nel 2012.
Prima di iniziare a leggerlo, nutrivo delle riserve, ritenendo si trattasse della solita operazione commerciale d’oltreoceano, ma mi sono dovuto ricredere subito.
L’ambientazione è perfettamente ricostruita secondo le conoscenze di cui si è in possesso sulla gloriosa città dell’Attica, linguaggio e costumi ricalcano adeguatamente una comunità di cittadini, il cui legame politico con la città si è ormai allentato, infatti dietro le quinte della scena democratica ateniese, e non solo, si muove uno sciame di personaggi che a tutto è interessato tranne che al benessere della polis e al rispetto delle leggi civili e religiose.
Sembrano muoversi, invece, con intento costruttivo e spirito investigativo-speculativo i filosofi che frequentano il Liceo di Aristotele, ma sarebbe un errore considerarli tout court saggi. Diverse, infatti, sono le loro esperienze di vita, differenti le soluzioni proposte alla disputa filosofica che, di volta in volta, li vede impegnati e a cui è legata, in qualche modo, la soluzione del caso poliziesco.
La Doody, infatti, salda insieme speculazione filosofica, scegliendo appositamente per ogni giallo un libro dello Stagirita, indagine poliziesca e, nel caso dei due corvi bianchi, anche la favola letteraria.
L’argomento del romanzo in questione è costituito dal denaro e dalle implicazioni di esso nella gestione della vita politica; ciascun personaggio dà in qualche modo un contributo alla disputa, ma l’ultima parola spetta ad Aristotele sotto il versante della filosofia e su quello investigativo a Stefanos e Teofrasto, i suoi bracci destri nelle indagini poliziesche, che confermano, attraverso la soluzione del caso, la tesi del maestro.
Lo specimen riguarda due cugini, il vedovo Caronide e il ricco Simmaco, il primo presunta vittima delle macchinazioni del secondo, che vorrebbe pappargli le ultime briciole di beni rimastigli in possesso.
Le indagini di Aristotele e Stefanos faranno emergere una realtà ben lontana da come Caronide e Simmaco l’hanno rappresentata; il vedovo disperato si scopre essere un profanatore empio, disposto a infrangere ogni legge religiosa pur di rimanere attaccato avidamente ai suoi beni, mentre il ricco e gaudente Simmaco un contrabbandiere di merci ed evasore fiscale.
Adeguatamente incastonata nel giallo con classico metodo ecfrastico è la favola dei due corvi bianchi, che il filosofo centellina ai suoi alunni e amici nel corso della disputa filosofica e dell’indagine poliziesca.
Ai duri di comprendonio e ai tardi di logica la favola dei corvi svela non soltanto la morale da meditare, ma anche la presa di consapevolezza della sostanza politica del caso risolto: “La vita umana vera e propria si estrinseca in seno alla polis, all’interno del nostro stato, –afferma Aristotele- il mondo più ampio di cui entriamo a far parte… Nessun uomo è padrone assoluto di se stesso, e una famiglia non è padrona assoluta dei suoi membri e delle sue risorse, né della comunità che sta intorno o al di sopra di essa…L’uomo che si crede veramente estraneo alla sua comunità non è un vero uomo. È una bestia o è un dio. Oppure uno che si crede un dio, vale a dire un pazzo o un criminale. Io non credo affatto d’essere al di sopra o al di fuori della società”.
Mi ha colpito della Doody lo spregio della volgarità del linguaggio che di solito caratterizza i contemporanei personaggi del giallo, nessun riferimento alle loro abitudini sessuali e ai gusti culinari dei detective.
E ciò si spiega se si tiene conto proprio dell’ambientazione del giallo, non per dimostrare che Aristotele e i suoi fossero liberi dalle passioni dell’uomo comune, ma perché sarebbe stato anacronistico affrontare tali intimità in un contesto che è essenzialmente filosofico e politico.
In ciò la scrittrice dimostra soprattutto la competenza nel sapere che nel mondo antico la mistura di elementi narrativi eterogenei sarebbe stata un’infrazione alle leggi dell’armonia e del decoro letterario.
Cosa che a noi contempoiranei è quasi del tutto estranea.
Cosa che ci fa sentire quel mondo ancora più lontano di quanto non lo sia già.
Denaro e contagio della corruzione ci sono invece più familiari, come le cronache politiche di queste ore ci stanno ampiamente raccontando.
È proprio nella favola dei due corvi bianchi che Aristotele rappresenta in modo paradigmatico la parabola discendente del comportamento umano: la presunzione della superiorità del singolo, la scoperta di una techne che gli consenta di saggiare l’intelligenza, la conseguente ricerca dell’utile economico, l’avidità alimentata dal successo, il contagio di altri uomini-corvi, la corruzione dilagante, la rovina di sé e della comunità.

L’immagine è stata tratta da http://giuliorincione.blogspot.it/2011/04/aristotele. All’autore dell’acquerello vanno i miei complimenti per la bravura nella rappresentazione del filosofo.

1 + 1/16


Nonostante abbia trascorso cinque giorni in viaggio d’istruzione, tuttavia non mi è mancata la compagnia dei libri.
Anzi, diro di più.
Ne ho comprati due e letto soltanto uno e un sedicesimo dell’altro.
Non so voi, ma per me è un vezzo scrivere sul libro ancora intonso la data e il luogo.
Cosa ho acquistato?
A Pesaro “Fai bei sogni”, il nuovo “romanzo” del simpaticissimo Massimo Gramellini, a Recanati “Il nulla e la poesia” di Emanuele Severino.
I due libri acquistati sono però lapalissianamente diversi, così come il loro uso.
Severino per lo studio, Gramellini per il piacere di leggere.

Il primo è un dialogo tra la poesia di Leopardi e la filosofia occidentale, di cui è analitico rapsodo Severino; finora ho studiato soltanto il primo capitolo, “Leopardi e i Greci”, ma ne mancano all’appello altri quindici da diluire con il contagocce. Di particolare rilievo il rinvenimento di Eschilo e di Eraclito nella “poesofia” del Recanatese.
La narrazione di Severino è prosa poetica, che afferra il lettore e lo trascina nel vortice del pensiero senza tempo.

Il secondo è un delicatissimo racconto autobiografico del dolce e ironico Gramellini, che ricostruisce gli eventi salienti della sua vita di uomo e di scrittore e della sua formazione umana a partire dalla morte della madre, avvenuta in circostanze enigmatiche, mentre il giornalista-scrittore era ancora bambino.
Si tratta di un racconto dal tono tenero e al contempo ironico, ma con un culmine abbastanza tragico per la scoperta delle “vere” ragioni della scomparsa della madre.
Non è certo rasserenante per la psiche e per la rete di relazioni affettivo-sociali di un essere umano credere, o fingere di credere, ipotizziamo per trentacinque anni, a una verità e poi di botto scoprirne un’altra e con tanto di prove e testimonianze.
Cambia ogni prospettiva, come ci si vede, come si vivono le relazioni con gli altri, l’idea che si ha del mondo e degli affetti più cari.
Il colpevole diventa vittima, la vittima colpevole, l’offeso il vituperatore.
Il libro, sotto il profilo dei topoi letterari, non affronta nulla di nuovo ed è intelligentemente distante dal dilemma tragico antico, però Gramellini ha il pregio della schiettezza, del guardare in faccia la realtà, di ricostruire il proprio vissuto per farne dono alla parte più candida e insieme atra dell’uomo, il crogiolo dei propri sentimenti.
Non si tratta di una ricerca filosofica solipsistica, votata alla pura contemplazione dell’esistere; invece è una indagine-ricerca leggera, simpatica, ironica, pur con qualche picco di malinconica meditazione sul senso dell’essere e dell’essere-relazione con sé e gli altri.
Pregio e difetto del libro è l’uso a tempesta dell’antitesi, pertanto è possibile trovare accostate a frasi poetiche, un po’ zuccherose, altre profondamente prosastiche e desublimanti, ma ciò credo sia frutto proprio del temperamento di Gramellini.
Chi lo legge o lo segue in tv non gliene può fare un torto.
Lo accetta così com’è.

“Molto più importante di quello che sappiamo o non sappiamo è quello che non vogliamo sapere”
(Eric Hoffer)

Il cranio di Bonaviri


Qualche tempo fa ho parlato del medico e scrittore Giuseppe Bonaviri(1924-2009), che ho conosciuto indirettamente grazie alla trasmissione radiofonica Fahreneit di RadioTre; ho tentato di recuperare il post, un brano di Bonaviri sull’arrivo della primavera, ma invano. Sicuramente nel passaggio da una piattaforma all’altra il post è stato cancellato.

Finalmente ho letto uno dei suoi romanzi, pubblicato da Sellerio nel 2006, L’incredibile storia di un cranio. Non è un romanzo, ma una breve favola fantascientifica e teologica, che ha per protagonisti tre giovani ricercatori, la catanese Porporina, il cretese Jehova e l’egiziana Iside.
I tre scienziati, esperti rispettivamente in cosmologia, in transferasi antirigetto e biologia botanica, nella primavera del 2005, si ritrovano insieme a Cambridge, nello stato del Massachusetts, per partecipare a una ricerca che intende avvalersi del loro contributo scientifico. Il team è guidato da altri due stranissimi personaggi, Samuel Newton, il direttore del centro sperimentale, e l’ornitologo Osborne, esperto in biclonazione, nella fattispecie tra piante e uccelli, ma vorrebbe estendere il suo progetto scientifico applicandolo anche agli esseri umani, infatti a tre bambini, Lazzarillo, Ububu e Marcello, intenderebbe inoculare dei filamenti vegetali per creare degli uomini-alberi. Tuttavia, ben presto, sia gli esperimenti di clonazione(innestare prima su un’allodola e poi sui tre bambini dei fibroblasti vegetali) sia la collaborazione scientifica fra i tre giovani ricercatori prendono un’altra piega, infatti Iside ha portato con sé dalla sua terra il cranio di un soldato morto in battaglia(Toto), presumibilmente durante il secondo conflitto mondiale, verso il quale prova un’attrazione fisica irrefrenabile, a tal punto che “simula” un orgasmo con il teschio, affinchè possa far rivivere il giovane soldato. Del fatto Iside mette a conoscenza i colleghi Porporina e Jehova, con i quali, soprattutto per il condiviso amore per “il cielo e la terra”, consuma un amplesso in un triangolo carnale che Bonaviri descrive con candore angelico. L’affiatamento fra i tre imprime una svolta alla ricerca scientifica del direttore Newton e dell’ornitologo Osborne, che accettano la proposta “innovativa” dei giovani studiosi: effettuare una multiclonazione, per la quale sarà adoperato il grembo di Iside, che mescoli insieme elementi botanici(genzianella e imprecisati fiori funerei), animali(rondine), materia galattica(cristalli preziosi provenienti da Andromeda, dove si dice si rifletta il pensiero di Dio) e dna umano ricavato dall’unico ciuffo di capelli attaccati al teschio del soldato morto in battaglia. L’esperimento va a buon fine: Iride partorisce un nuovo Toto, i cui capelli tralucevano per minime particelle d’oro e di zaffiro che vi erano incluse. I ciuffetti di capelli sulla nuca e sulle tempie erano misti a genzianelle, ora di cinque ora di sette petali carnosi. Sulla fronte si vedevano, quasi staccati dal tessuto cutaneo, carnei steli di fiori funerei[…] la nerezza dei petali era evidente, in quelli presenti sulle ciglia, la tenebrosa lucidità rifulgeva per il sole che ora vi batteva dalle finestre.[…]Esaminando le spalle e i contorni del piccolo Toto, notarono, con grande sorpresa, che sulle parti laterali delle scapole c’erano due alucce di carne tenera, anzi tenerissima, con, verso l’apice, delle penne di un verde chiaro, come quelle delle ghiandaie, un po’ ruvide al tatto. All’approssimarsi del parto di Iside si consuma il dramma di Jehova, una sorta di compulsione ossessiva, che lo condurrà dapprima a vagare dilaniato dai sensi di colpa e poi a sparire nel nulla durante il viaggio di ritorno verso la terra del padre Gorgonio. Soltanto le due protagoniste, Porporina e Iside, faranno ritorno nella terra dei padri.

La favola è una tessitura di passione scientifica e di miti antichi e primordiali, dove dominano l’acqua, come principio della vita, e la madre-Terra, miti cristiani frammisti a quelli pagani.
Favola plurisensoriale, sinestetica, dal forte sapore simbolico, con una demonizzazione della figura maschile, il cui fallo è simbolo dello strazio fra cielo e terra.
Per la scelta oculata dei nomi dei personaggi c’è un continuo richiamo alla tradizione scientifica, all’antica religione egizia e alla tradizione giudaico-cristiana; vi confluisce pure la mole di immagini e movenze letterarie, italiane ed europee, di cui Bonaviri si dimostra esperto conoscitore. Echi danteschi e montaliani nella descrizione angelicata e al contempo ferina delle due protagoniste, visioni cavalcantiane miste a estasi di sensi, giochi di luce e di spiritelli nella rappresentazione delle emozioni dei protagonisti. La tradizione classica campeggia, invece, nell’epilogo: gli Ateniesi che attendono il ritorno di Jehova assistono a un prodigio ornitologico che sembrerebbe foriero di sventura, l’unica nota di dolcezza è la musica melodiosa di uno zufolo, suonato da un bambino di sette anni. Un novello puer preannunciante una palingenesi morale o la fine del mondo?
Bonaviri non fornisce alcuna risposta; soltanto nelle Conclusioni pare profilarsi l’ipotesi di uno sbrindellamento della terra intorno all’anno 2188.

Fra i temi portanti del libro di Bonaviri il dialogo fra religio, fede e scienza(vengono citati anche Giovanni Paolo II e Benedetto XVI), la passione per la ricerca scientifica che può divenire parossistica e sfrenata tanto quanto la chiusura religiosa, l’amore entusiasmante per la natura e l’universo tutto, colto e rappresentato nelle sue innumerevoli pieghe e pulsioni, la possibilità di una connessione fra conoscenza scientifica e simbolismo teologico-filosofico, che sembra risemantizzare la migliore tradizione ermetica umanistico-rinascimentale.
Il pregio della favola mediterranea di Bonaviri è poi squisitamente letterario; penso che per L’incredibile storia di un cranio lo scrittore di Mineo possa enumerarsi tra i grandi che hanno permesso il dialogo tra scienza(e fanta)e letteratura. La sintassi è limpidissima ed elegante, le scelte lessicali il frutto di un lavoro di cesello che è insieme scientifico e altamente poetico, come se il panteismo filosofico, di cui l’autore è portavoce, si manifestasse nella scrittura stessa.
Mi pare degno di rilievo, anche sotto il profilo contenutistico, l’incipit della favola, quando Bonaviri, che è il narratore, introduce la figura di Porporina; c’è un’insistenza sulla descrizione del vento nel catanese che non è soltanto un omaggio alla terra siciliana, ma anche un richiamo allo pneuma universale di ascendenza biblica e pagana che in quei luoghi sembra scatenare la sua potenza: Tutto si infoglia, perfino i bambini che spensieratamente giocano, tanto da apparire buffi burattini color vinoso. Ma certe volte il vento, lamentandosi per i botri da cui nasce, oppure agglobandosi e chiudendosi a vortice, passando per la valle del Bove, aprendosi e quindi mugolando, arriva a Catania come largo fiume sospeso. Finito il suo impeto, il vento prende sonno puranche nei borghi solitari, nelle grotte e perfino in mezzo ai castagni.[…] Quando viene notte, fuoriuscendo da buchi interrati, o da grotte, o, puranche, da cavità di alberi, simili a peti, o flatulenze sfiatanti, dei piccolissimi demoni o streghe si diffondono ad apportare la paura pura, incontrollabile, inconsolabile, senza confini. Se Mongibello è in eruzione, trasporta lapilli o polvere nera sui giardini di aranci e mandarini che rosseggiano nell’aurora insieme ai campanili dei paesi su cui cadono polverulenze e lapilli.

“Di lassù fossimo il fondo”

 
 
Vi  incontrai tutti domani
come la mia morte
con i suoi baffi appiccicati al cuore
ce ne andremo ieri
nel fresco deserto dove germogliano le sue orme

Adagiammo il passo dentro antiche tracce
invisibili e profonde
trascolorammo tra vigneti sognati
tenerissime rocce ferite a ruscelli
da qualche era inquieta

Tra le rovine di un tempio
appena edificato
da qualche millennio
andammo
a mormorarci parole
che non potremo mai aver detto

Lungo la notte
da una sorgente prosciugata
attingeremo veleni per spezzare la sete
che all’alba non avemmo più

E domani ci affacciammo
all’orlo di un pozzo
per scrutare sotto
in basso
un altro cielo
mentre da quel laggiù
i volti imploranti
di tutti noi bambini
scongiuravano muti
che di lassù
noi fossimo il fondo

Sarebbe sufficiente la poesia su riportata per designare la fattura del romanzo “La notte dei due silenzi” di Ruggero Cappuccio, Sellerio 2007. O forse basterebbe per esprimere la difficoltà del lettore nel sostenerne la statura filosofica, linguistica e teatrale. Si tratta, infatti, di un romanzo polifonico e stratificato, cui fa da garante della comprensione un filo di narrazione oggettiva, affidata a più di un personaggio, ma che sfugge ugualmente all’intendimento del lettore. A un intreccio tutto sommato semplice, la storia d’amore, nel cuore del secolo XIX , tra Chiara e Alessandro, appartenenti alla nobiltà del Regno delle Due Sicilie, il loro brevissimo matrimonio, la morte di lei per vaiolo, non fa riscontro una struttura narrativa compatta, poiché nel romanzo si intrecciano in maniera comunque equilibrata più generi letterari e diversi registri linguistici: l’epistola, la registrazione oggettiva di qualche fatto, il discorso filosofico, il diario, la mimesi e il monologo teatrali. Allo stesso modo la lingua obbedisce flessibilmente agli statuti dei personaggi e agli eventi narrati, facendosi poesia, prosa filosofica, sfogo letterario autobiografico, discorso politico, battuta teatrale e giallo. Il lettore comunque riesce a padroneggiare la struttura prismatica del romanzo e di gran parte dell’intreccio riesce a tenerne il filo, poi però, già estenuato da una lingua tesissima, di cui Cappuccio dimostra di conoscere tutte le valenze espressive, si smarrisce insieme ai personaggi nella ricerca, inconclusa, della verità, ammesso che possa svelarsi.
Quale verità? Quale ricerca?
Proprio nell’incipit del romanzo è presente la chiave investigativa: Eugenio(fratello minore di Alessandro, che dopo la scomparsa/morte della moglie Chiara, s’è imbozzolato in un silenzio assoluto)si mette in contatto epistolare con un vecchio amico scienziato e filosofo francese, Descuret, perché questi possa in qualche modo aiutarlo a capire e a rompere il silenzio di Alessandro. La situazione “patologica” del giovanissimo vedovo, descritta minuziosamente da Eugenio nelle epistole,  è tale che Descuret si reca in viaggio ad Amalfi, dove è ambientato gran parte dell’intreccio, per seguire da vicino, rigorosamente in silenzio, la fenomenologia del pathos di Alessandro. Mentre Eugenio e Descuret avviano la loro investigazione sulla solitudine silenziosa di Alessandro, il libello di un Anonimo, finito addirittura tra le mani del re delle Due Sicilie, non solo desta il fantasma dello scandalo nobiliare, inammissibile per sua maestà borbonica, ma fa crescere il sospetto che Chiara non sia morta a causa del vaiolo e sia ancora viva, nascosta nel chiostro monastico, dove si era recata per guarire dalla malattia, sotto le spoglie della sua governante, la d’Albret; il libello dell’Anonimo, oltretutto, non solo instilla il dubbio su Chiara, ma racconta per filo e per segno la particolarissima relazione sentimentale tra i due giovani sposi.
Per ordine di sua maestà, sarà una messinscena teatrale con protagonisti Alessandro, che finalmente scioglie la sua lingua, e Chiara/d’Albret, a tentare di risolvere l’enigma.
Ma c’è soluzione per gli enigmi della coscienza?
Il lettore, a fine romanzo, rimane ancora una volta, come già nel corso della narrazione, del tutto spiazzato, perciò deve più volte tornare indietro e tessere, insieme ai personaggi e ai narratori, il filo sottile che conduce ad un labirinto disorientante, dove s’acquattano sfingiaci i mostri della doppiezza umana, scanditi dallo scorrere della sabbia del tempo nelle clessidre umane.
La medesima operazione deve effettuare il lettore per muoversi tra i significati di una lingua che è insieme narrativa e metaletteraria, teatrale e poetica.
Una lingua “tensiva”, nodosa, a volte espressionistica, quasi un palcoscenico dove a recitare sono tropi e figure retoriche della migliore, o peggiore, tradizione barocca.

 

"Un uomo solo è sempre in cattiva compagnia" Paul Valery

72

In queste ore vorrei trovarmi a Modena-Carpi-Sassuolo per una capricciosa incursione sul Festival della Filosofia.
Il tema è quanto mai attuale: comunità.
 Qui il programma dei tre giorni.
 Qui il sito pregevole di radio 3, che seguirà tutte le tappe e gli appuntamenti del Festival.

Come i pellegrini di Lullo

lulloEssere “uno” attraverso l’altro, si diceva nel post precedente.
Non è facile, tuttavia, individuarsi e dare una risposta personale.
La situazione di insicurezza attuale, di incertezza caotica ci appella in prima persona. La tentazione di ognuno, come ad esempio vorrebbe fare Amleto, è di sottrarsi alla risposta, di “secedere”, ritirarsi.
Questa è la tentazione di oggi, della società attuale, in cui tutto sembra compiuto.
Anche il passato recente è nebuloso.
Maledetti i tempi in cui tutto è in disordine, in cui tutto è compiuto!
La conseguenza più immediata è rinunciare a fare, mentre la domanda tragica è sempre la stessa: che cosa farò?
Rispondere, rispondere è necessario, rispondere navigando fino al naufragio.
 
In tale quadro come rideclinare il termine concettuale “secolarizzazione”?
Risulta inadeguata oggi?
Se secolarizzazione è un processo che tradisce e abbandona le radici cristiane, è totalmente inadeguata secondo Cacciari.
La secolarizzazione è un processo immanente al fenomeno stesso; lo dimostra la storia delle dottrine politiche europee, dal monoteismo religioso all’assolutismo monarchico fino alla democrazia, intesa come guida senza guidatore.
Forme politiche che si proiettano su uno sfondo religioso sottoposto ad un processo di secolarizzazione.
Alla luce di ciò, si può chiarire il detto “Rendete a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”.
Gli equivoci abbondano e anche le esemplificazioni.
Ogni lettura di questo passo che porterebbe ad un’equa suddivisione degli ambiti(Gesù/Cesare) è una bellissima visione liberale e tranquillante.
Si tratta di una interpretazione falsa.
La più significativa, secondo Cacciari, è quella data dai Padri della Chiesa(Origene, Ambrogio), che ha conseguenze tremende.
Cosa è di Dio? Cosa gli dobbiamo?
Corpus, anima, voluntas.
Cioè tutto.
Cosa è di Cesare? Cosa gli dobbiamo?
La moneta.
Perché?
Per liberarcene.
Per dare tutto a Dio, dobbiamo svuotarci di tutto, di tutto ciò che è possesso, di tutto ciò che ci impedisce di essere di Dio.
La moneta è segno di malitia, devi lasciarla al diavolo, dice Origene.
Il gesto di tributare a Cesare è la rinuncia al mondo.
Questa è la radicalità del detto di Gesù.
La conseguenza drammatica di ciò è che si esprime una riserva sul potere politico che nessun potere politico, degno di questo nome, potrà mai sostenere e accettare.
Come?
Io non c’entro niente con l’anima e la volontà dei miei sudditi-cittadini?
Al contempo nell’altro versante, quello laico, c’è una disimmetria totale.
Il politico laico esprime pure lui un giudizio su quelle verità religiose: voi religiosi raccontate favole, che possono essere buone soltanto per il popolo, per gli indotti, per gli infanti, per quelli che non hanno logos, perciò vi tollero, ma vi tollero in questa chiave.
Voi potete disporre di un ambito che riguarda soltanto il privato.
Quale religione può accettare ciò?
Si chiede ad essa di funzionare come braccio ideologico, come religio civilis, come instrumentum regni.
Nessun cristiano autentico potrà mai accettare ciò.
Rimane dunque una disimmetria doppia: Gesù vs Cesare, Cesare vs Gesù.
Non si può guarire di questa contraddizione, di questa disimmetria.
E la Chiesa di oggi?
Corre il grande rischio di presentarsi come religio civilis, senza rendersi conto che accoglie il punto di vista dei suoi nemici, degli Spinoza e dei Machiavelli.
Fare unità del mondo è impossibile, si è protagonisti di uno stesso dramma che bisogna riconoscere: capacità di essere attraverso l’altro, né annullandolo, né strumentalizzandolo.
Perciò o si assume questa contraddizione o si sperimenta, da ambo le parti, l’impotenza della vittoria.
Il grande rischio è quello di non fare risuonare più la poderosa potenza escatologica del detto di Gesù, il rischio è ridurre la religio a etica.
Annacquarla.
Com’è concepibile allora un’etica condivisa?
Prima di condividere, dividiamoci, individuiamoci.
Faremo come i pellegrini di Lullo, interrogandoci sulle nostre convinzioni.
Cosa nascerà da questo viaggio?
Motivi di comparazione si profileranno.
Ci approssimeremo, ci divideremo di nuovo.
Sistole e diastole.
Per ogni motivo di vicinanza ce ne sarà uno che ci allontanerà dall’interlocutore.
E perciò bisognerà lavorare sul motivo del distacco per avvicinarci di nuovo.
Sistole e diastole.
Un’etica che superi le divisioni è impossibile.
I valori sono comparabili, ma non scambiabili, né calcolabili o riducibili a uno.
Un ‘etica condivisa fa ricadere nella tentazione della impotenza della vittoria.
Volontà questa scientificamente contraddittoria, e qui bisogna che tutti ritorniamo a Kant che ci ha spiegato, una volta per tutti, che, per fare un sistema scientifico, è necessario che esso sia isolato, non ci può essere un sistema scientifico del mondo, devo invece limitarmi ad ambiti precisi. Non c’è la legge della natura. Gli scienziati sanno che cercheranno per tutta l’eternità la legge unificante.
È una pretesa anch’essa impotente.
Mai il mondo sarà riducibile ad uno, ad un sistema.
***
(Nell’immagine l’albero delle corrispondenze)