"Un uomo solo è sempre in cattiva compagnia" Paul Valery

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In queste ore vorrei trovarmi a Modena-Carpi-Sassuolo per una capricciosa incursione sul Festival della Filosofia.
Il tema è quanto mai attuale: comunità.
 Qui il programma dei tre giorni.
 Qui il sito pregevole di radio 3, che seguirà tutte le tappe e gli appuntamenti del Festival.

Come i pellegrini di Lullo

lulloEssere “uno” attraverso l’altro, si diceva nel post precedente.
Non è facile, tuttavia, individuarsi e dare una risposta personale.
La situazione di insicurezza attuale, di incertezza caotica ci appella in prima persona. La tentazione di ognuno, come ad esempio vorrebbe fare Amleto, è di sottrarsi alla risposta, di “secedere”, ritirarsi.
Questa è la tentazione di oggi, della società attuale, in cui tutto sembra compiuto.
Anche il passato recente è nebuloso.
Maledetti i tempi in cui tutto è in disordine, in cui tutto è compiuto!
La conseguenza più immediata è rinunciare a fare, mentre la domanda tragica è sempre la stessa: che cosa farò?
Rispondere, rispondere è necessario, rispondere navigando fino al naufragio.
 
In tale quadro come rideclinare il termine concettuale “secolarizzazione”?
Risulta inadeguata oggi?
Se secolarizzazione è un processo che tradisce e abbandona le radici cristiane, è totalmente inadeguata secondo Cacciari.
La secolarizzazione è un processo immanente al fenomeno stesso; lo dimostra la storia delle dottrine politiche europee, dal monoteismo religioso all’assolutismo monarchico fino alla democrazia, intesa come guida senza guidatore.
Forme politiche che si proiettano su uno sfondo religioso sottoposto ad un processo di secolarizzazione.
Alla luce di ciò, si può chiarire il detto “Rendete a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”.
Gli equivoci abbondano e anche le esemplificazioni.
Ogni lettura di questo passo che porterebbe ad un’equa suddivisione degli ambiti(Gesù/Cesare) è una bellissima visione liberale e tranquillante.
Si tratta di una interpretazione falsa.
La più significativa, secondo Cacciari, è quella data dai Padri della Chiesa(Origene, Ambrogio), che ha conseguenze tremende.
Cosa è di Dio? Cosa gli dobbiamo?
Corpus, anima, voluntas.
Cioè tutto.
Cosa è di Cesare? Cosa gli dobbiamo?
La moneta.
Perché?
Per liberarcene.
Per dare tutto a Dio, dobbiamo svuotarci di tutto, di tutto ciò che è possesso, di tutto ciò che ci impedisce di essere di Dio.
La moneta è segno di malitia, devi lasciarla al diavolo, dice Origene.
Il gesto di tributare a Cesare è la rinuncia al mondo.
Questa è la radicalità del detto di Gesù.
La conseguenza drammatica di ciò è che si esprime una riserva sul potere politico che nessun potere politico, degno di questo nome, potrà mai sostenere e accettare.
Come?
Io non c’entro niente con l’anima e la volontà dei miei sudditi-cittadini?
Al contempo nell’altro versante, quello laico, c’è una disimmetria totale.
Il politico laico esprime pure lui un giudizio su quelle verità religiose: voi religiosi raccontate favole, che possono essere buone soltanto per il popolo, per gli indotti, per gli infanti, per quelli che non hanno logos, perciò vi tollero, ma vi tollero in questa chiave.
Voi potete disporre di un ambito che riguarda soltanto il privato.
Quale religione può accettare ciò?
Si chiede ad essa di funzionare come braccio ideologico, come religio civilis, come instrumentum regni.
Nessun cristiano autentico potrà mai accettare ciò.
Rimane dunque una disimmetria doppia: Gesù vs Cesare, Cesare vs Gesù.
Non si può guarire di questa contraddizione, di questa disimmetria.
E la Chiesa di oggi?
Corre il grande rischio di presentarsi come religio civilis, senza rendersi conto che accoglie il punto di vista dei suoi nemici, degli Spinoza e dei Machiavelli.
Fare unità del mondo è impossibile, si è protagonisti di uno stesso dramma che bisogna riconoscere: capacità di essere attraverso l’altro, né annullandolo, né strumentalizzandolo.
Perciò o si assume questa contraddizione o si sperimenta, da ambo le parti, l’impotenza della vittoria.
Il grande rischio è quello di non fare risuonare più la poderosa potenza escatologica del detto di Gesù, il rischio è ridurre la religio a etica.
Annacquarla.
Com’è concepibile allora un’etica condivisa?
Prima di condividere, dividiamoci, individuiamoci.
Faremo come i pellegrini di Lullo, interrogandoci sulle nostre convinzioni.
Cosa nascerà da questo viaggio?
Motivi di comparazione si profileranno.
Ci approssimeremo, ci divideremo di nuovo.
Sistole e diastole.
Per ogni motivo di vicinanza ce ne sarà uno che ci allontanerà dall’interlocutore.
E perciò bisognerà lavorare sul motivo del distacco per avvicinarci di nuovo.
Sistole e diastole.
Un’etica che superi le divisioni è impossibile.
I valori sono comparabili, ma non scambiabili, né calcolabili o riducibili a uno.
Un ‘etica condivisa fa ricadere nella tentazione della impotenza della vittoria.
Volontà questa scientificamente contraddittoria, e qui bisogna che tutti ritorniamo a Kant che ci ha spiegato, una volta per tutti, che, per fare un sistema scientifico, è necessario che esso sia isolato, non ci può essere un sistema scientifico del mondo, devo invece limitarmi ad ambiti precisi. Non c’è la legge della natura. Gli scienziati sanno che cercheranno per tutta l’eternità la legge unificante.
È una pretesa anch’essa impotente.
Mai il mondo sarà riducibile ad uno, ad un sistema.
***
(Nell’immagine l’albero delle corrispondenze)
 

Fare del mondo una carta

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Che sana invidia per i Veneziani!
Un sindaco-filosofo o un filosofo sindaco.
Riporto, in forma sintetizzata da me e malamente accidentata, una lezione magistrale di Massimo Cacciari sul detto “Rendete a Cesare quel è che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”.
Il filosofo parte da lontano, pertanto sono costretto a postare soltanto la prima parte, in cui si parla della reductio ad unum operata dalla cultura filosofica europea, sia essa religiosa, sia essa laica; in un secondo post, forse più tardi,si focalizzerà l’attenzione sul famoso detto.
La sua carismatica voce la trovate in mp3 qui , sul sito di radiotre, all’interno della trasmissione “Uomini e Profeti”.
 
Viviamo in un mondo un po’ di linguaggi confusi, in cui le dimensioni si sovrappongono, incontri/scontri di civiltà, di elementi non ordinabili, di confusione e di incertezza.
Come orientarsi? Quale mappa tracciare?
 
Questa visione dell’attualità, di inquietudine confusa, va rivista.
Cacciaci sostiene, al contrario, che si stia imponendo un senso comune di marcia e di direzione: fare del mondo un sistema, unirlo, scoprirlo in tutti i suoi aspetti e manifestarlo in una carta.
Farlo sistema manipolabile, trasformabile, comprensibile e dominarlo con un linguaggio, un logos.
Quest’ordine si è manifestato, e continua a farlo, con la sua massima forza e radicalità, altro che confusione!
È necessario, invece, approfondire le ragioni del disagio attuale.
Lo avevano preconizzato, sostiene Cacciari, Leopardi con l’espressione “… e solo il nulla s’accresce” ed Hegel con l’espressione “L’impotenza della vittoria” a proposito di Napoleone: racchiudere il mondo in una carta, farlo a nostra immagine, “globalizzarlo” attraverso una rappresentazione”, lungi dal fare la pace, ha generato l’impotenza a realizzare quello che aveva promesso, ossia l’impotenza della vittoria.
L’Occidente si è affermato, ha vinto.
Il mondo è in una carta.
Il nulla s’accresce.
La complessità del mondo non può essere ridotta ad unità.
Qual è la via alternativa?
Esaltare la dimensione relativistica implicita nella forma democratica, che si va imponendo come unico Logos?
Tutti dobbiamo diventare democratici(intolleranza liberatrice).
Il politeismo dei valori?
Pensiamo di superare l’impotenza della vittoria tramite l’assoluto relativismo?
Esso, a detta di Cacciari, non potrà mai sconfiggere chi sulla medesima scena si presenta come credendo veramente che il suo valore non sia relativo, pertanto nessun discorso relativistico potrà mai sconfiggere chi è convinto del proprio valore.
Ricorrendo ad una teologia naturale? Ad un ecumenismo di maniera?
L’unica prospettiva da studiare è il riconoscimento disincantato della positività del conflitto, sostenere la contraddizione in relazione e non nella relativizzazione: io sono convinto del mio valore e non posso che affermarlo in relazione a un altro.
Tale prospettiva consentirebbe, prima di fare unità, di essere realmente distinguibili e comparabili, ma non riducibili ad uno, né sul versante laico, né su quello religioso: relazione fra distinti che si comparano(ad se per alium).
 
(fine prima parte)
 

ScannedImage-4“La prima innocenza era nel ventre della madre, nel vaso pieno, dove mammelle e ventre facevano grappolo unico e dove la testa, priva di viso e inclinata verso il centro del corpo, componeva con il femore e con le cosce gigantesche, che terminavano in gambe sottili, il corpo-vaso, intorno a cui l’arte, non ancora disgiunta dall’artigianato, segnalerà le sue prime intenzioni.
Oltre al vaso, che come il grembo materno contiene l’oscurità primitiva, il cielo notturno generatore, la forza ctonia della terra capace di dare alla luce, la prima innocenza viene rappresentata come albero della vita che, saldamente piantato con le sue radici nella terra che lo nutre, s’innalza verso l’alto e, con i suoi rami e le sue foglie, genera quell’ombra protettiva dove la materia vivente trova rifugio. Non a caso la parola madera(legno) ha parentele con “madre”, “materia”, a cui pure si connette il greco madarós(umido, inzuppato) e il latino madidus(madido, bagnato).
Al carattere materno dell’albero appartiene non solo il nutrire, ma anche il generare, e come la madre-vaso diventa, diventa con il suo grembo, trono del figlio, così la madre-albero diventa in Cina “l’albero dell’anno”, sotto i cui rami si raccolgono gli animali delle dodici costellazioni che presiedono la nascita di tutte le cose, in Egitto il pilastro Ded che, conficcato nel monte, è “il legno della vita da cui nascono gli dei”, fino alla più recente simbologia cristiana dove il figlio della Vergine nasce nella mangiatoia di legno e muore sulla croce, “albero della vita e della morte”. La materia lignea, infatti, oltre che madre della vita è anche madre della morte, è il sarcofago divoratore di carne, la cassa che racchiude, nella forma dell’albero-pilastro, Osiride nel suo legno”.
(U. Galimberti, La casa di Psiche)

Typhlàs elpídas

Solitamente non amo fare pubblicità di ciò che leggo; mi bastano già i colleghi, le cui recensioni blateranti approdano al vuoto, un modo come un altro per impestare di fiato gli interstizi posti tra il narcisismo e la sicumera professorale. Né amo farlo nel blog. Però non rinuncio alla tentazione di condividere un passo, a mio parere, evangelico. Illuminante.
In questo periodo mi pare di essere un elastico; da una parte il godimento della parola letteraria, dall’altro la passione, mai sopita, per la filosofia.
Posto uno stralcio da La casa di Psiche di Umberto Galimberti, 2005.
 
L’Oriente(Grecia) dice che il dolore in cui si esprime la caducità dell’esistenza non ha una sua realtà, è solo apparenza. Essa nasce da un’errata posizione assunta nei confronti dell’esistenza, per cui è sufficiente cambiare atteggiamento nei confronti del mondo, rinunciare ad esempio alla dimensione volontaristica che vuol dominare tutte le cose, e il mondo del dolore appare per quello che è: pura apparenza.
L’Occidente, al contrario, è persuaso che la caducità dell’esistenza, come del resto di tutte le cose, non è apparenza, ma realtà, da cui il dolore scaturisce come sua conseguenza. È qui che le due grandi visioni del mondo, quella greca e quella giudaico-cristiana, dalla cui confluenza è scaturito l’Occidente, divergono.
Per la tradizione giudaico-cristiana il dolore è la conseguenza di una caduta dovuta a una colpa, che chiede riparazione ed è suscettibile di redenzione. In tale visione il dolore è castigo e a un tempo evento purificatore. In tale prospettiva il dolore non è costitutivo dell’esistenza, ma della colpa dell’esistenza e insieme mezzo del suo riscatto. Una volta secolarizzata, questa visione religiosa del mondo porta all’interpretazione del dolore come un inconveniente dell’esistenza da cui si può anche guarire. La pratica psicoanalitica è per intero inclusa in questa visione religiosa del mondo.
Per la cultura greca il dolore non è una conseguenza di una colpa, ma è il costitutivo dell’esistenza, di cui bisogna accogliere per intero la caducità, senza illudersi con speranze ultraterrene o con ipotesi di salvezza da colpe originarie[…]
La potenza del sapere che guarisce è dunque la versione secolarizzata della potenza della fede che salva, per cui, in presenza del dolore, occorre affidarsi al sapere come un tempo ci si affidava alla fede. L’esito di questo affidamento è in entrambi i casi la rimozione del dolore come costitutivo dell’esistenza, per cui il dolore non ha più circolazione nella vita quotidiana degli uomini, ma viene relegato in quei luoghi dove, come ci insegna Foucault nella Nascita della Clinica, la competenza del sapere esercita il suo potere.
 
CORO: Nei doni concessi non sei magari andato oltre?
PROMETEO: Sì, ho impedito agli uomini di vedere la loro sorte mortale.
CORO: Che tipo di farmaco hai scovato per questa malattia?
PROMETEO: Ho posto in loro cieche speranze( typhlàs elpídas).
CORO: Un grande giovamento hai così donato ai mortali.
(Eschilo, Prometeo incatenato 247-251)
 
(La foto è di Francesco di Lampedusa, che ringrazio)