Il ’22

Auguri a tutti quelli che, come me, possono ancora immaginare che le diafane nubi imprimano le loro tenere gote sul cielo; che le aurore e i tramonti del sole siano torce in fiamme, ceppi per le decapitazioni del sole o letti della funebre notte; che la luna-chiocciola lasci su nel cielo la sua scia luminosa; che delle barche, logorate dal sole e dalle intemperie, siano ugualmente belle da ammirare, mentre immobili giacciono in secca in un canale senza uscita; che la pioggia autunnale sia il pianto dell’estate che va via; che i galletti ventaroli sui tetti delle case montino la guardia dei venti giorno e notte; che l’edera si abbarbichi sulle gronde a segnare percorsi di speranza e i glicini mostrino la loro uva in fiore nelle primavere non mature; che le colombe a passeggio sui tetti possano assomigliare a due suore scalze, che passeggiano per la via; che i gatti possano scorticare il silenzio delle stelle con i loro sviolinanti miagolii…

Chi lo desideri, continui nei commenti ad immaginare…personalmente ho preso spunto da un poeta che apprezzo sommamente.

Io non vedo altre vie d’uscita per la libertà del nostro essere più profondo.

Auguri a tutti!

Dove stanno bene i fiori

I ciclamini, nei chiostri di marmo.
Le ortensie, nelle rosse Certose.
Le margherite, nei prati.
Le viole, tra le foglie secche
lungo i fossi.
La malva, nelle pentole dei poveri, alle finestre.
Gli oleandri, nei vestiboli dei ricchi.
Le rose, dentro gli orti di campagna.
I tuberosi, nei giardini dei collegi.
Le aquilegie, nei cortili dei castelli antichi.

Le ninfèe, come
bianche lavandaie, sotto i ponti.
Gli edelvai, vicino ai nidi delle aquile.
I convolvoli, nelle siepi delle strade.
I glicini, sui ruderi.
L’edera, come una decorazione verde
intorno agli alberi veterani.
I gigli, sugli altari e in processione.
Le orchidee, simili ad aborti, nei bicchieri.
Le azalèe, nelle chiese protestanti.
Le camelie, nei vasi di maiolica sulle scale.
I narcisi, davanti agli specchi.
I garofani rossi, nella bocca delle amanti.
I crisantemi, sulle tombe e nelle tavole.
I pensè, come maschere curiose alle finestre.
I papaveri, nel frumento.
I begliuomini dai fiori ascellari
simili ad arlecchini, negli orti delle zitelle.
Le violacciocche, lungo i viali delle passeggiate.
I semprevivi, nelle camere dei malati e davanti ai santi.
I gelsomini, alle finestre degli ospedali.
I funghi, nei boschi umidi
nelle travi marcite
e nell’anima mia.

Corrado Govoni (1884-1965)

Palpitano pensieri di primavera stanchi

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Ho scritto questo post qualche giorno fa con l’intenzione di pubblicarlo giorno ventuno marzo per celebrare la primavera e la poesia; ma il ventuno, sicuramente per il tempo per niente clemente e per l’uggia di una pioggia minuta e costante, ho dimenticato che fosse il primo giorno di primavera. Lo posto oggi, avendo davanti agli occhi lo stesso cielo cinerino del ventuno.

Nelle ore di questo otium forzato sono frequenti le mie scorribande tra gli scaffali delle biblioteche virtuali alla ricerca di testi mai studiati e ignorati da chi ritiene di avere in mano la direzione del canone letterario. Sui manuali di letteratura, ormai ridottisi ad un copia-incolla generalizzato, vengono proposti agli studenti sempre gli stessi testi e sinceramente, dopo anni di insegnamento, la monotonia comincia a pesarmi, perciò, complice il tempo a disposizione, ho deciso di esplorare le poesie di Canto novo di D’Annunzio. Mi ha particolarmente attratto questo sonetto, che non canta sicuramente un grande tema universale, ma si impone per la tessitura di parole e immagini particolari e per il gioco di mimetizzazione letteraria di citazioni evocative, in cui il poeta abruzzese eccelle. Senza forzature eccessive è possibile leggervi in filigrana Baudelaire(il ronzio dei versi) e Carducci(forse San Martino), ossia innovazione e tradizione, sentimento della modernità e omaggio alla tradizione poetica. L’io lirico è attanagliato da un’arsura insieme fisica(quella della stagione estiva)e spirituale, generata dalla prepotenza della vis poetica, che tenta di trovare un via di fuga dal capo del poeta; la similitudine del turbine lucente di scarabei, che richiama lo sciamare dei versi, immette però il lettore in un’atmosfera di putredine e di morte interiore, quasi di soffocamento nel tedio estivo ed esistenziale. Il travaglio del parto poetico, che sciama senza sosta nel laboratorio cerebrale del poeta, si esteriorizza nella ricerca di refrigerio dalla secchezza sotto le fronde di un indefinito albero, mentre all’orizzonte il mare nel suo moto rivela le sue scaglie lucenti come lame. L’immobilità quasi metafisica della luce viene spezzata dal volo di uno stormo di gabbiani che, dileguandosi per l’aria, trasmettono un stanco palpito di vita che suona come canzoni poetiche, simili a voci di naufraghi che echeggiano da lontano. In quel volo improvviso di gabbiani si libera il canto del poeta, dopo aver a lungo turbinato nel suo capo. Un canto muto, stanco, che non svela però le sue note, così come senza strido volano i gabbiani.

Mi ronzano pe ’l capo sonnolente
in quest’arsura immensa i versi a sciame
senza pietà, qual turbine lucente
di scarabei da putrido carcame.
Io cerco a bocca aperta, avidamente,
un po’ di rezzo qui sotto le rame:
dinanzi, l’Adriatico silente
ha barbagli terribili di lame.
Via ne ’l maligno immobile splendore
de l’aria si dileguano i gabbiani,
senza uno strido, in lunghe righe bianche;
e or sì or no per entro a ’l salso odore,
come voci di naufraghi lontani,
palpitan ali di canzona stanche.
(G. D’Annunzio, da “Canto novo”)

Travasi

Talvolta l’insania mi spinge a far realizzare agli studenti dei travasi testo letterario-immagine dai risultati non sempre lusinghieri, sebbene quest’immagine sia comunque la migliore, in termini di resa, rispetto alle altre da me visionate. Lo scopo di tale commistione non è certo quello di scovare pittori e pittrici del nostro millennio, ma di capire se gli studenti abbiano afferrato davvero il significato del testo proposto per l’analisi. Per l’esattezza ho dato loro in pasto una poesia del mio amato Corrado Govoni e, dopo che l’hanno analizzata in lungo e in largo e commentata sotto diversi profili, si sono cimentati nella rappresentazione della stessa. Tradurre una poesia in immagini non è operazione semplice; il risultato è che nelle loro rappresentazioni viene ritratto proprio quello che non c’è, perché frutto di diversi assi metaforici che Govoni interseca sapientemente, mentre c’è quello che non sarebbe dovuto esserci.

Le genziane sopite

Nevai

Io fui nel giorno alto che vive
oltre gli abeti,
io camminai su campi e monti
di luce –
Traversai laghi morti – ed un segreto
canto mi sussurravano le onde
prigioniere –
passai su bianche rive, chiamando
a nome le genziane
sopite –
Io sognai nella neve di un’immensa
città di fiori
sepolta –
io fui sui monti
come un irto fiore –
e guardavo le rocce,
gli alti scogli
per i mari del vento –
e cantavo fra me di una remota
estate, che coi suoi amari
rododendri
m’avvampava nel sangue –

Antonia Pozzi, 1934

Tutto è cominciato così, una spruzzata e niente più.

Ora è così, almeno nella parte più alta del paesello. Appositamente l’ho scattata in bianco e nero.

Una fontana nella parte più antica del paesello.

Aghi di ghiaccio.