“…quando i vivi superstiti non bastano”

Oggi si celebrano la Giornata mondiale della Poesia e la Giornata Nazionale della Memoria e dell’Impegno… e anche della Primavera, ma qui in Sicilia è ancora inverno. Tuttavia per chi ama la poesia è sempre primavera. Ho scelto una poesia di Ghiorgos Seferis, che ho rinvenuto in un vecchio libro di epica del 1993, mentre preparavo una lezione sull’Odissea. Nella poesia il viaggio di Ulisse diviene metafora della difficoltà della vita del poeta, come dell’eroe, e di ogni uomo.

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Fortunato chi fece il viaggio d’Odisseo.
Fortunato se salda, alla partenza, sentiva la corazza d’un amore distesa nel suo corpo, come le vene dove mugghia il sangue.
D’un amore di ritmo indissolubile, invitto come la musica, perenne perché quando nascemmo nacque e quando moriamo, se muore, non lo sappiamo né altri lo sa.
Prego Dio che m’aiuti a dire, in un momento di gran felicità, quale sia quest’amore:
siedo talora avvolto dall’esilio, e sento il suo remoto muggito come il suono del mare mescolato al fortunale strano.
E si presenta ancora innanzi a me il fantasma d’Odisseo, gli occhi rossi dal salmastro e da una brama matura: rivedere ancora il fumo che affiora dal calore della casa e il suo cane invecchiato che aspetta sulla porta.
Sta, gigantesco, e mormora di tra la barba imbianchita parole della nostra lingua, quale già la parlavano tremila anni fa.
Stende una mano incallita dalle gomene e dalla barra, con la pelle segnata dal tramontano dall’afa e dalle nevi.
Sembra che voglia scacciare di mezzo a noi il Ciclope titanico, monocolo, le Sirene che dànno, se le ascolti, l’oblio, Scilla e Cariddi:
tanti intricati mostri, che ci tolgono l’agio di pensare ch’era un uomo anche lui che lottò dentro il mondo, con l’anima e col corpo.
È il grande Odisseo: colui che disse di fare il cavallo di legno – e gli Achei presero Troia. M’immagino che venga a insegnarmi come fare un cavallo di legno anch’io, per conquistare la mia Troia.
Parlo basso e tranquillo, senza sforzo: sembra che mi conosca come un padre,
o come uno di quei vecchi marinai che appoggiati alle reti (era burrasca e incolleriva il vento) mi dicevano, al tempo dell’infanzia, il canto d’Erotòcrito con le lacrime agli occhi– io tremavo nel sonno udendo il fato avverso d’Aretí discendere i gradini di marmo.
Mi dice l’ardua angoscia di sentire le vele della nave gonfie della memoria e l’anima farsi timone.
Ed essere solo, occulto nel buio della notte, a deriva, come festuca all’aia.
L’amaro di vedere naufragati fra gli elementi i cari, dispersi: ad uno ad uno.
E come stranamente ti fai forte a parlare coi morti, quando i vivi superstiti non bastano.
Parla…rivedo ancora le sue mani che sapevano, a prova, se la gòrgone di prora era ben fatta donarmi il mare senza flutti azzurro nel cuore dell’inverno.

Ghiorgos Seferis
(Traduzione di Filippomaria Pontani)
da Quaderno d’esercizi, 1928-1937

La parola di fronte

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E. HOPPER, Stanza a Brooklyn, 1932

 

 

 

dicono che via sia una parola

che dice ancora

quando non c’è più niente da dire,

che non dà nome

a cio che è senza nome

ma come un abbraccio l’accoglie

e perdonandogli ogni colpa

l’invoca e – ma forse straparlo –

è pure pronta a celebrarlo

(Enrico Testa)

Chiodo(poetico)(s)c(hi)accia chiodo

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Già dall’alba di stamani mi son messo di buona lena a tessere le fila del lavoro scolastico di gennaio. Ho ultimato la correzione di un pacco di compiti sulla Divina Commedia e sto approfondendo una poesia di Cavalcanti, che sarà oggetto di una delle prove quadrimestrali. Per le versioni dal latino sto già sfogliando i miei  vecchi libri. Pur possedendo una miriade di guide e prove, come un mulo mi ostino ad elaborare i compiti da me medesmo meco soprattutto se si tratta di italiano. Penso che ogni classe abbia una fisionomia che le è propria e perciò i compiti devono essere calibrati su misura; nella fattispecie la classe da sottoporre alla prova è di quelle sveglie, perciò assegnerò un testo così arduo che non vorrei trovarmi al posto degli alunni il giorno del compito. Dopo aver costruito lo scheletro dei quesiti sulla poesia, m’è balenata in mente una sintesi balzana e folle della ballata cavalcantiana(di cui non menziono il titolo per ovvie ragioni di riservatezza): scrostando con il Rio Azzurro dell’estro il materiale calcareo dei manuali scolastici e delle pagine critiche, sono giunto, ancora una volta, alla conclusione che i poeti sono uomini e donne come tutti noi: nella ballata si inscena una tipica situazione sentimentale ed erotica, che suole essere denominata chiodo schiaccia chiodo. Y* si innamora di X, ma nel frattempo, in attesa che X corrisponda amorosamente alle mire espansionistiche, Y se la gode eroticamente con T e Z. Anzi, prima del momento lussurioso, Y rivela a T e Z di essere innamorato di X e chiede loro consigli per la conquista amorosa. Siamo nel Trecento e pare oggi. Quale sarebbe la reazione degli alunni se il quadrilatero YXZT fosse rappresentato proprio così nella cruda verosimiglianza realistica? Ma queste son idee mattutine, che evaporano ai primi tiepidi caldi invernali.

*Ho usato lettere alfabetiche al posto di nomi per il semplice fatto che non ho voluto colorare al maschile o al femminile eventuali responsabilità di natura libidinosa. 

Gli occhi degli altri

ts966v3-21Ieri sera ho seguito su Rai Tre una delle puntate, in replica, de “Gli occhi cambiano”, il programma televisivo realizzato da Walter Veltroni. Sapere, ridere, tifare, amare, immaginare e cantare sono i sei verbi per raccontare come la Rai abbia testimoniato, e allo stesso tempo formato, alcuni sentimenti profondi degli italiani. La struttura delle repliche è bipartita: viene proposto un tema “culturale” nel senso più ampio della parola, “visto” appunto dagli occhi degli Italiani, e non solo, e narrato, attraverso spezzoni di filmati, attinenti al tema scelto, da una voce onnisciente, che interviene non invasivamente nel tessuto filmico-documentale. Al termine di questa sorta di documentario viene trasmesso un film a coronamento del tema scelto. Se si riesce a resistere al tono sonnolento del narratore/commentatore e se ne accetta, narrativamente e ideologicamente parlando, il patto, si può fruire di una vera e propria perla televisiva. Tutte le puntate si possono rivedere comodamente anche dallo schermo di un pc su RayPlay.

Ieri sera la trasmissione verteva sul verbo immaginare, sulla letteratura e le arti e sul loro rapporto con il cinema e la tv e, perciò, il mio interesse si è mantenuto particolarmente vivo. Nella fattispecie gli intervistati, tra gli altri Celine, Marquez, Capote, Montale, Fellini, Sergio Leone, Andy Warhol, Calvino, Eco, erano chiamati a esprimere la loro opinione sulla relazione tra letteratura, realtà e immaginazione. Le risposte, seppure differenti nelle parole, andavano tutte nella stessa direzione: la letteratura non può essere riproduzione della realtà, pur non opponendosi alla realtà, tuttavia si nutre di immaginazione creativa, che non rinuncia tuttavia a interpretare il reale proprio a partire dalla immaginazione.

Ho registrato e trascritto alcune frasi, che in qualche modo testimoniano il perché ami la letteratura e, in fondo, perché la insegni.

Dopo i pensieri… più in alto ancora c’è l’immaginazione(Fellini).

Sono cieco e ignorante, ma intuisco che sono molte le strade(Borges).

Quando ci si comporta in modo assolutamente crudele nei confronti di qualcuno, non si riesce più a immaginare cosa significhi essere un altro, a mettersi nei panni di un altro. Se uno potesse capire cosa succede nel cuore del prossimo, sarebbe decisamente più difficile essere crudeli; in questo senso gli atti di crudeltà significano non avere una buona immaginazione, ecco perché il romanzo è una forma morale, perché di fatto ti apre la possibilità di capire cosa c’è nel cuore degli altri(Mc Ewan).

Non accetto la definizione di realismo magico. Sono un realista triste. Ho l’impressione che dietro la realtà immediata, quella che vediamo, esista un’altra realtà, che solo l’intuizione poetica riesce a captare ed è appunto questo che poi appare fantastico nel libro(Marquez).

Reale e immaginazione sono l’acqua e la farina con le quali si fa il pane della creazione, stabilire i confini è difficile, come nei sogni. Bisogna farsi pervadere dalla bellezza del racconto, davvero amare per riuscire a guardare con gli occhi degli altri. Bisogna essere davvero liberi per amare i sogni degli altri, gli occhi degli altri.