Gufi e parabole

Riemergo, dopo giorni, dal silenzio di questo sempre più taciturno blog per condividere qualche riflessione sulle prove Invalsi, a cui hanno partecipato i miei secondini liceali. Quest’anno, a differenza dei trascorsi, ho caldeggiato vivamente che si cimentassero nelle prove; con il tempo ho maturato il convincimento che esse, a prescindere dalle preferenze dei singoli docenti in merito alla tipologia di verifiche da assegnare agli studenti, costituiscano un piccolo laboratorio di analisi non tanto di quello che un insegnante ha saputo e potuto fare nell’arco di due anni quanto di confronto con un altro filtro, con cui osservare la fisionomia linguistica dei ragazzi con cui lavoriamo. Personalmente, so che non è facile, ho intenzione di confrontare i risultati conseguiti nelle prove invalsiane con quelli che vengono fuori dalle mie verifiche e dall’osservazione costante dei loro comportamenti cognitivi e linguistici. Non credo che la mia valutazione dei risultati sia perfetta, né d’altra parte lo è di tutto il mondo della scuola; non perfetta, ma sicuramente perfettibile. Confesso che uno dei miei sogni di docente è che le prove scritte, da me corrette, possano essere setacciate successivamente da almeno altri due colleghi o per confermare la mia valutazione o smentirla. Ma sono solo fantasie.

Vediamo un po’ i testi, ché i quesiti sappiam tutti come sono orchestrati.

Due, fra tutti, i testi di rilievo: un articolo giornalistico di Raffaele La Capria, avente come tema la cattività degli animali, nella fattispecie di un gufo, asservita ai bisogni perversamente raffinati degli esseri umani e una poesia di Vincenzo Cardarelli sulla parabola della vita umana, condensata nella metafora dell’ascesa nei giorni della giovinezza e dalla discesa rovinosa nella fase della vecchiaia.

Come sono misteriosi gli uccelli notturni, i gufi, le civette, i barbagianni! Il gufo è uno dei più grandi e merita veramente il suo nome. È sempre difficile avvistarlo. Una sera d’estate, nella casa di campagna, ne ho visto uno volare dal tetto verso gli alberi vicini. Mi sembrò un fantasma familiare, una creatura arrivata dal mondo oscuro della Natura, ma benevola, che portava con sé qualcosa di ignoto. Il suo arrivo suscitò in me sorpresa e meraviglia. Sentii il fruscio delle sue grandi ali, poi vidi nel buio il folto piumaggio, e non diversa da quella di un nume fu la sua apparizione. Pochi momenti ed era già sparito. Raramente la sua maestà si lascia ammirare in tutta la sua piumata bellezza. In un’altra sera, una sera in città, ho visto un gufo reale esposto su un trespolo in una trasmissione televisiva. Era una di quelle trasmissioni culturali che vanno in onda dopo la mezzanotte, e la presenza del gufo, simbolo di saggezza, era come una sigla che voleva dire: trasmissione notturna, o forse culturale. Stava lì nello studio mentre i due presentatori parlavano di Bisanzio, una civiltà dove raffinatezza e crudeltà andavano di pari passo, e accecare un nemico era cosa normalmente praticata, per asservirlo o per renderlo innocuo. I due presentatori parlavano, e dietro di loro sul trespolo, come un idolo, assolutamente immobile, con la testa eretta stava il gufo reale, accecato dalle luci dello studio. Sentivo che la sua immobilità nasceva proprio dalla sua intolleranza per la luce, ed era l’immobilità che assumono certi animali di fronte a un nemico inevitabile e invincibile. Non riuscivo a seguire le parole dei presentatori che parlavano di migliaia di prigionieri accecati dopo una battaglia vinta dai bizantini, perché ero distratto e come ipnotizzato dagli occhi splendenti del gufo. Due occhi grandissimi, due biglie di vetro luminose e trasparenti, di un colore topazio con in mezzo un puntolino nero. E com’era veramente regale quell’uccello, con che dignità stava su quel trespolo, come su un trono. E com’era misteriosa la fissità del suo sguardo! Stava lì, in quel luogo così diverso dai suoi ascosi rifugi notturni e totalmente a lui estraneo, e io in quel momento guardandolo mi sorpresi a pensare a tutte le creature, uomini e animali e uccelli, gettate senza un perché su questa terra, come lui era stato gettato in quello studio televisivo. Mentre il gufo reale immobile sul trespolo teneva per tutto il tempo della trasmissione i suoi grandi occhi luminosi sbarrati sul nulla come quelli dei ciechi, i due presentatori parlavano di Bisanzio, e la crudeltà di cui parlavano, forse a causa di quel gufo accecato dalle luci, mi sembrò più mostruosa e terribile, e perfino la parola, la parola «crudeltà», mi sembrò talmente intollerabile da non poterla sentire nemmeno pronunciare. Mi trasmetteva, sapendo a cosa si riferiva, un malessere fisico. Volevo che tutto finisse al più presto, e avevo già preso il telecomando per spegnere, quando la trasmissione finì. Il padrone del gufo reale — che presumibilmente era stato dato in affitto per quella serata — mentre sgombravano lo studio dall’arredo di scena, si avvicinò al trespolo, e senza tanti riguardi, come chi ha fretta e deve spicciarsi, prese quel nobile e fiero figlio della Natura per i piedi, che aveva grandi e unghiuti e possenti, da predatore notturno, e come fosse un pollo qualsiasi da portare al mercato se lo portò via. Mentre veniva così trascinato penzoloni, a testa in giù, sentii in me tutta l’umiliazione cui era stato sottoposto e pensai ai suoi grandi occhi splendenti, aperti sul mondo assurdo dove chissà perché era precipitato.
Raffaele La Capria – Corriere della Sera

 

Parabola
Anni di giovinezza grandi e pieni!
Mattini lenti, faticoso ascendere
Di gioventù che avanza
Come il carro del sole
Sulla via del meriggio.
A colpi di frusta,
con grida eccitanti,
noi la sproniamo a passare.
Ed illusioni, errori,
non sono allora che stimolo al tempo
e una maniera d’ingannar l’attesa.
Giunti che siamo al sommo, vòlti all’ombra,
gli anni van giù rovinosi in pendìo.
Né il numerarli ha ormai nessun valore
in sì veloce moto.
Vincenzo Cardarelli

Il soldato innamorato e l’antieroe

Ai miei tempi liceali, negli anni ’80, neanche minimamente mi sarebbe passato per la testa di affrontare nello scritto d’italiano il tema dell’omosessualità, ma i tempi sono cambiati e oggi gli studenti sono moderatamente disinibiti. E anche dolcemente ingenui.

Qualche settimana fa, anche per testare negli studenti il grado di ruminazione\metabolizzazione  delle lezioni di epica, in aggiunta alle classiche interrogazioni, ho proposto delle tracce di temi di genere epico-fantasy; in una si chiedeva allo studente di fingersi eroe greco o troiano, narratore interno, e di raccontare, a scelta, alcuni episodi, applicando le tecniche narrative studiate.

Nel complesso gli studenti hanno prodotto dei temi accettabili, ma due hanno attirato la mia attenzione, meritando un voto oltre la sufficienza. 

In un elaborato si racconta dell’innamoramento di un artigiano greco perdutamente cotto di Achille; collateralmente alle scene belliche, il narratore protagonista indugia ampiamente sull’inquietudine del suo cuore che batte per Achille e sulle pulsioni fisiche per la bellezza virile del corpo di questi.

Null’altro elaborato l’eroe-narratore ha scomodato dall’Elicona la musa Clio, chiamata a ricostruire cantando gli eventi storici, sui quali però trionfa l’amore di un soldato greco che, per amore, rinuncia nel bel mezzo della guerra al combattimento e sceglie di fuggire con la sua donna, contravvenendo alle regole dell’eroismo e dell’onore.

Sono rimasto di stucco per la bravura dei due studenti e piacevolmente divertito dalla correzione dei temi. Una strada da battere più spesso di quanto io sia solito fare: dare più spazio alla sensibilità degli studenti.

A portata d’ orecchio

La nuova di oggi è questa: mezza classe con gli auricolari, mentre svolge un compito. La collega, che mi ha chiesto un’ora di vigilanza, conoscendo l’austerità del mio stile, mi ha raccomandato, in limine, di non rimproverare gli allievi, ché si rilassano ascoltando musica, mentre scrivono. Contenta lei, contenta tutti. 

Dal canto mio, per il prossimo compito di latino, ho già in mente di contattare degli istrioni etruschi e dei flautisti greci, perché rendano piana l’analisi sintattico-semantica della versione di latino.

Che poi, dico, ci vuole molto a entrare in contatto con il mondo esterno attraverso degli auricolari collegati al cellulare? È così difficile ipotizzare che una vocina esterna suggerisca anche una piccola parte del compito agli organizzatissimi nativi digitali? Resto perplesso.

Un tempo, durante il compito in classe, ci si passava tra i compagni i bigliettini o si usava il labiale, oggi lo strumento d’aiuto è a portata d’orecchio.

Suonare e cantare

algf636-36Ora che i tempi stringono, per i maturandi e per me, sono piacevolmente costretto a usare massicciamente delle mappe concettuali, che consentono loro di afferrare globalmente il senso di quello che studiamo insieme in classe e di avere il quadro, diciamo esauriente, di un autore o di un percorso tematico. Mi giovo così di fogli-lenzuolo in formato A3, che si arricchiscono via via di nuovi dati, emersi durante la spiegazione; non riesco ancora ad usare bene la lim, vuoi anche per problemi tecnici, e perciò ripiego sull’immarcescibile cartaceo. Agli studenti piacciono comunque i vecchi strumenti ed è piacevole sbirciare i loro fogli, personalizzati da didascalie, rubriche e sottolineature. Per gli ultimi argomenti ci si è messi d’accordo: continuo a spiegare oltre la data canonica, ma loro studieranno soltanto dalle mappe, dalle dispense e dagli appunti forniti. Ho chiarito loro la motivazione di questo faticoso prolungamento delle lezioni, che non è autoincensamento o, peggio ancora, smania di riempimento del programma d’esame, anche perché, essendo interno, io me la canterò e io me la suonerò, come si dice dalle mie parti. La ragione è un’altra: posso permettermi di non far assaggiare loro(e auspico anche di far assaporare)il piatto forte della letteratura del Novecento? Proprio no. Ho preferito scrivere questo post sempliciotto e ingenuo anziché raccontare di tanta spazzatura scolastica umana, che mi sta letteralmente sommergendo.