Zero, Amo 1

Senza che ci sia una particolare ricorrenza, ho ricevuto in regalo l’ultimo cd di Renato Zero, Amo Capitolo 1; sinceramente, prima del dono, neanche ero a conoscenza che il cantautore avesse pubblicato un nuovo disco, ma qualche nota, l’altra mattina, mi è arrivata alle orecchie anche grazie al commento che un dj ha posto a chiosa di un brano trasmesso e da me mai ascoltato prima di allora, Angelina(ho poi scoperto). Il dj(ometto il nome del network, perché non merita neanche un filo di pubblicità)con tono platealmente canzonatorio ha dichiarato tutto il suo stupore per il fatto che Renato Zero abbia scritto una canzone, dedicandogliela, alla sua portinaia, appunto Angelina. Il dj non ha criticato la fattura del testo, né tanto meno la qualità della musica o dell’arrangiamento. No, proprio no. Il tono del commento era palese:disgusto classista per la portinaia misto a stupore per la scelta di Zero. Tutto ciò l’ho ricostruito a posteriori, quando ho ascoltato la canzone che, a dire il vero, non mi piace granché; da qui però a provare disgusto o stupore ne passa. Angelina è una canzone che vorrebbe far vibrare le corde del cuore e si inquadra in quel filone patetico-lacrimoso, che occupa una parte considerevole nella produzione di Zero. Non la migliore, a mio parere, del cantautore. Ma il giudizio classista proprio non lo tollero. In ogni caso, ascoltato tutto il cd, non posso esprimere un giudizio interamente positivo. Ultimamente, come tanti altri suoi colleghi, Zero si atteggia più a padre predicatore che a cantante: questo voler dispensare a tutti i costi saggi consigli sulla vita o somministrare pillole di filosofia spicciola in musica mi ha stancato. L’unica canzone di rilievo del cd Amo è, per miei gusti, “Un’apertura d’ali“: ottimo arrangiamento, pur con metafore già sentite, che riecheggiano immagini ben note di Carducci e Montale. Per tacere di altri. 

Tra onde e grandine

Stamani, come succede quasi giornalmente, mentre mi recavo al lavoro(sotto una sferzante e pericolosa grandinata), ho ascoltato la rassegna stampa di radiotre; tra gli articoli proposti mi è parso degno di considerazione quello di Massimo Gramellini, Conclave 1 Parlamento 0. Un po’ ingenuamente, ma non ci giurerei, il giornalista sostiene che i politici italiani, a differenza dei vecchi reclusi nella Sistina, che in poche ore sono riusciti a sfornare una papa sotto l’egida di una probabile renovatio gesuitico-francescana, continuino a ignorare di essere indigesti agli Italiani come una peperonata a colazione e si ostinino a non riconvertirsi a livello esistenziale, come invece viene proposto ai cassintegrati. Si può aggiungere che la Chiesa è comunque uscita vittoriosa dal conclave, perché, di là dalle singole eminenze nere che la dilaniano, tende a conservare se stessa nella globalità del suo manifestarsi nella storia, nel suo essere appunto “cattolica”; agisce così da ben duemila anni. Ciò che le dà forza è proprio l’ancoraggio alla Parola e la fissità delle regole di fronte al transeunte della storia e degli uomini. Non si dice, forse, “morto un papa, se ne fa un altro”? I papi muoiono o “si emeritano”, ma la Chiesa rimane. I politici nostrani, a quanto pare, pur morti, vogliono eternarsi. Anche a costo di nuocere gravemente allo Stato.

Mo Yan, la rana e i girasoli

Riporto qui, dopo l’ascolto di Fahreneit, le notizie fresche che sono riuscito a raccogliere su Mo Yan, Nobel per la Letteratura 2012.
Le altre chiaramente sono reperibili su Wikipedia.
Iniziamo dalle curiosità biografiche.
Mo Yan, figlio di contadini, militante da giovane nell’esercito, cosa che gli ha permesso di frequentare le scuole e le università, è uno pseudonimo che lo scrittore ha scelto e vuol dire “Non chiacchierare troppo!” in riferimento al rimprovero che spesso gli muoveva la madre, perché da piccolo, come tutti i bambini, raccontava candidamente ai conoscenti e ai parenti i fatti di casa. In compenso Mo Yan, dopo l’infanzia, ha coltivato il dono della scrittura.
Lo scrittore cinese, uno dei favoriti più quotati alla vigilia e con alle spalle una carriera di premi prestigiosi, non è il più amato in Cina, né ha venduto milioni di copie nonostante i miliardi di abitanti del suo paese; è la prima volta che il Nobel viene assegnato a un cinese non dissidente e questo fatto, a detta dei sinologi, potrebbe allentare la tensione ideologica della Cina con l’Europa del Nord, avvicinando il paese asiatico alle politiche culturali europee.
La scelta di quest’anno ha puntato non sulla possibilità delle vendite, ma sulla qualità dei romanzi, quasi a contrastare la titanica avanzata di tanta letteratura erotica femminile dalle numerose sfumature. Mo Yan è uno scrittore già conosciuto in Italia ed è sfegatato cultore de “Il visconte dimezzato”; dopo aver letto il capolavoro di Calvino, pare che abbia detto “Perché non l’ho scritto io?”. Gran parte della sua produzione è stata etichettata con la categoria di realismo magico e, secondo altri studiosi, di realismo allucinatorio. I sinologi consigliano di iniziare a leggere Mo Yan a partire dal romanzo “Sorgo rosso”(1994), che lo ha reso famoso nel consesso letterario mondiale, ma mi sembra allettante la raccolta “L’uomo che allevava i gatti e altri racconti”( 1997). Lo stile di MoYan è vario: prosa torrenziale in alcune opere, secca in altre; estremamente versatile nell’uso di differenti registri linguistici e nella pratica variegata del genere-romanzo. Nel racconto La rana ha preso posizione contro la politica cinese del figlio unico; in un altro racconto narra di una bimba abbandonata dal padre, perché femmina, in un campo dei girasoli, ritrovata poi da un uomo che la porta con sé, ma, quando egli scopre che è femmina, vorrebbe anche lui disfarsene come già il padre. L’amore per quell’innocente lo fa però desistere. 

K.Lit

Ho appreso oggi, dal sito di Fahreneit, nota trasmissione di radiotre, che in questi giorni a Thiene, il 7 e l’8 luglio, si terrà il K.Lit, che riunisce per due giorni i blog letterari più importanti d’Europa. K-lit sta per Key Literature e indica, partendo da K nel senso di chiave di accesso, la letteratura delle tastiere dei nostri computer. Non sono un frequentatore assiduo di blog letterari, per il semplice fatto che molto spesso mi annoiano; ho necessità di leggerli a piccole dosi e una tantum. Riconosco, però, che gli autori sono bravi o così sembra che siano stando a ciò che leggo. Non nego anche che mi piacerebbe partecipare al Festival K-Lit come ascoltatore: anche dalle “cose” che riteniamo noiose c’è sempre qualcosa da imparare. E poi, ripercorrendo un po’ la mia storia bloggara, ho iniziato a scrivere sul blog per gareggiare con un collega di lettere e progredire nella chiarezza espressiva, non priva però di una stilla di letterarietà che non guasta mai uno scritto per così dire pubblico come quello su web. Non è sempre stato semplice riuscirci, né lo è attualmente, ma almeno si prova.

Il salotto dei ben parlanti



Ripassare attraverso un luminare di filologia romanza nozioni, concetti e teorie di stampo linguistico fa sempre bene a tutti, in primis a noi docenti.
Così, ieri pomeriggio, non mi sono sottratto, come molti, all’ascolto di Fahreneit, la nota trasmissione radiofonica che, stando al titolo, dovrebbe parlare di libri, ma che ultimamente, in modo più o meno velato, affronta temi politici, sociali ed economici con coloriture marcatamente rosse. Il problema non è il colore, ma la sostanza: vorrei sentir parlare di letteratura, non di economia e politica. Chiusa parentesi.
Era ospite, nel primo pomeriggio, il professore Lorenzo Renzi che, per pubblicizzare il suo nuovo saggio, Come cambia la lingua.L’italiano in movimento, ha risposto con chiarezza e competenza alla tempesta astronomica di domande pervenute alla redazione della trasmissione.
Anch’io mi sono cimentato, tant’è che, per partecipare al dibattito, mi sono creato un profiletto su FB, che riporta logo e nick del mio blog; il mio intervento riguardava l’errore relativo alla confusione tra i verbi “avallare” e “avvallare”, ma la conduttrice non ne ha tenuto conto, impegnata, invece, a sgranare il rosario infinito di quelle anime gementi e piangenti in hac lacrimarum valle sull’uso improprio di “piuttosto”, di “qual è” con ‘, di “un” maschile apostrofato e così via.
Chiusa la seconda parentesi polemica.
Il professore Renzi con simpatia e bonomia indulgente ha spiegato che l’errore linguistico di oggi, paragonato a un giovane baldanzoso che vorrebbe accomodarsi nel salotto dei ben parlanti, diventerà un giorno la regola di domani.
Nulla di nuovo sotto il sole.
Personalmente sono anche disposto ad avallare, non avvallare, la sua tesi darwiniana, però mi ha destato preoccupazione il fatto che non si sia sfiorato il mondo della scuola.
Dove inserire la scuola?
Nel salotto dei ben parlanti o nell’anticamera riservata agli ospiti di non degno riguardo?
Insomma, nella prassi didattica quotidiana, il suo bel discorso rischia di apparire alquanto fumoso e fuorviante; personalmente non perdo occasione di ripetere ai miei alunni che la regola linguistica necessita di contestualizzazione, che l’errore di ieri è diventato regola di oggi e che quello di oggi probabilmente diventerà regola di domani, ma come risolvere la questione nella stretta attualità?
La focalizzazione del problema non può riguardare soltanto il bellettrismo lessicale, i bene parlanti, ma la comunità linguistica attuale nella totalità delle sue sfaccettature.
A scuola si insegna(o si dovrebbe) a scrivere e a parlare “bene” secondo quanto è richiesto dall’attuale comunità linguistica secondo i parametri della chiarezza e della semplicità espressiva, come d’altro canto richiesto dalla più vasta comunità scientifica.
Un altro conto è l’incursione linguistica dello scrittore di grido che, per conseguire un effetto di mimesi linguistica, scimmiotta il parlato e, se gli va bene, detta regole per il futuro.
Si tratta di un processo lento e problematico.
Vent’anni fa segnavo come errore l’uso di “lui” e “lei” come soggetto, oggi è quasi improponibile; lo stato di salute di una lingua di un determinato periodo storico, il contesto comunicativo, lo scopo, il registro, il destinatario etc… rendono o non rendono errore un oggetto linguistico.
Ma sempre attraverso il filtro del buon senso e della ragionevolezza.
Non si può sciogliere un nodo del genere attraverso il ricorso a un simpaticissimo quanto riduttivo gioco ossimorico ieri/oggi.
Per la serie, siccome il congiuntivo è in crisi e lo scrittore X lo ha esodato dai suoi testi, ergo aboliamo il congiuntivo!