MargheRITA

Nonostante sia una santa umbra, Rita è festeggiatissima in Sicilia. Senza volere apparire irriverentemente irreligioso, e non lo sono, santa Rita incarna nell’immaginario collettivo femminile siculo il simbolo della donna sfortunata: moglie di un uomo violento, madre di due figli degeneri, prima vedova, poi orfana di figli, Rita coagula attorno alla sua immagine tanti volti di siciliane, che hanno dovuto subire violenze e prepotenze e forse hanno trovato nella fede una possibilità di riscatto. Nel mio paese non è un caso che siano addirittura le donne stesse ad organizzare la festa, cosa che solitamente è riservata ai maschi. Oggi le campane hanno suonato a festa tutto il giorno e le chiese erano stracolme di donne in attesa di farsi benedire le rose, simbolo di uno dei tanti miracoli di Rita. Donne e bambine indossavano proprio l’abito monacale della santa, bianco e nero.

Pure a Palermo la festa è molto sentita e anch’io ho ricevuto una rosa benedetta; me l’ha regalata una collega, che di buon mattino si era recata nella chiesa degli agostiniani. È stato un gesto gentile, che ha colorato di dolcezza l’impegno scolastico odierno. Al termine delle lezioni sono uscito da scuola raggiante di gioia per la mia rosa rossa targata Santa Rita. 

Solitudinis pauperes

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Sotto il tiepido sole di ieri pomeriggio, tra effluvi di zagara di agrumi e di rose canine, abbarbicate sugli sterpi dei muretti a secco, che costeggiano i viottoli di campagna, lenta e neniosa una processione di fedeli si è recata all’Eremo dei Poveri, per tributare alla omnititolata Vergine Maria l’onore del restauro. Contrariamente all’inganno che può generare la foto qui sotto, l’eremo si trova in una vallata, ai piedi di una montagna, lambito dalle acque maleodoranti di un corsetto d’acqua pullulante di zanzare, bisce e anfibi, infatti per accedervi è necessario attraversare un ponticello. Malgrado i limiti, non si poteva rinunciare a un appuntamento con la microstoria del mio piccolo centro e così ho partecipato alla processione. Grande assente la mia amica MariaNeve, impedita, dice lei, da dolori articolari, che le avrebbero impedito la scarpinata, e sicuramente dall’allergia stagionale, che, come minimo, l’avrebbe prostrata, se avesse inalato pollini di zagara, rose, vilucchi e margherite.

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I vecchi raccontano che vi si andava in processione, recitando il rosario, quando l’annata era stata particolarmente magra di pioggia, ma per i poveri era anche meta di pellegrinaggio nel mese mariano; altri, negli anni ’60 e ’70, lo sceglievano come luogo di scampagnata nelle feste di calendimaggio e di ferragosto. Sull’Eremo dei Poveri le fonti, purtroppo, sono scarsissime; secondo il favoleggiamento degli storici improvvisati il sito fu scelto dai monaci cistercensi(?)alla fine del secolo XIII come eremo, ma dell’antica costruzione non è rimasto nulla. Le notizie diventano, invece, certe a partire dal XIX secolo: l’eremo fu edificato per rendere onore alla Vergine Maria dei Poveri, in realtà i poveri morti di colera, e poi, nel XX secolo, di spagnola, infatti è sicuro che ossa umane siano attualmente presenti sotto il pavimento della chiesa e ai lati del sagrato; lo attestano le epigrafi marmoree incastonate sul prospetto dell’edificio. Probabilmente, a causa delle frequenti ondate di colera, cui si aggiunse poi la spagnola, l’eremo fu adoperato dapprima come lazzaretto per i derelitti e per necessità come luogo di sepoltura, anche per evitare che i cadaveri contaminassero gli abitanti del centro cittadino. Con alterne vicende, dalla seconda metà del XX secolo, l’eremo, come ho detto prima, si è convertito in luogo di preghiera, ritiro spirituale e corporale, fino all’incuria devastante per circa vent’anni, che ha avuto come atto finale il crollo del soffitto, l’abbandono da parte dei fedeli e il ri-popolamento di animali e piante. Dopo lunghe traversie burocratiche, gli enti competenti, su pressione del clero e degli indigeni, hanno provveduto a rimettere in sesto l’Eremo.

Un piccolo gioiello nel tessuto della microstoria locale.

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Statuaria pugliese

Pur assediato dalle colleghe miscredenti(poi, però, quando s’ammalano di tumori che non lasciano scampo, alcune eccole prone ad un qualsivoglia altare di santo per invocare la grazia della guarigione o fulminate all’improvviso sulla via di Damasco!)sono riuscito a fotografare alcune statue di santi nelle chiese pugliesi. Un bel bottino.

 

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Sant’Alessandro Sauli

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San Nicola

La Desolata 

Sant’Onofrio “pilusu”

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Santa Agnese

Sant’Antonio da Padova

Maria del Rosario

 

Rivestirsi di luce

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La mia corona d’Avvento 

Rosalilia

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Il carro 2016 della Santuzza

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Primo piano della Santuzza

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Particolare del carro

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L’urna argentea in processione il 15 luglio

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Altare devozionale

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Rosalia pesta la peste

 

 

Fercoli, vare e soste

vareLe soste delle processioni cattoliche lungo l’itinerario di un paese sono un po’ come quelle dei treni nelle stazioni. C’è un percorso stabilito e ci sono delle fermate, sempre le stesse, che obbediscono ad un’economia del tempo da impiegare(una processione non può essere né breve, né lunga)per la preghiera, per gli stacchi della banda dei musicisti e per le soste dei fratelli delle confraternite, che portano per le strade il fercolo con la statua del santo festeggiato.

Nel centro in cui vivo fa eccezione il Corpus Domini, che prevede, nell’arco degli otto giorni dei festeggiamenti, delle soste davanti agli altari allestiti dai fedeli proprio sull’uscio di casa. Sono numerosi i fedeli che, o per devozione autentica o desiderio di apparire mondi e immacolati agli occhi del paese, mobilitano tutto il vicinato e montano degli apparati scenografici notevoli per bellezza e cura dei particolari; numerosi perciò sono gli itinerari della processione lungo la settimana e variabili le soste del fercolo. Tuttavia soste e fedeli fedelissimi sono sottoposti all’autorità presbiteriale coadiuvata da un nutrito numero di consiglieri pastorali, che monitorano il livello della fede, ma anche bisogni ed esigenze, dei vari quartieri attraverso una fitta rete di operatori. Nulla, insomma, è lasciato all’iniziativa estemporanea. 

Per il resto dell’anno, invece, nulla varia e la fissità del rito è cifra della perennità della fede.

Almeno per quanto riguarda il mio centro, gli annali dei devoti, delle pettegole e dei politici anticlericali non riportano episodi di inchini e omaggi davanti alle abitazioni di personaggi collusi con il potere mafioso o pubblicamente decretati mafiosi. Ripeto: il controllo del presbitero e dei suoi collaboratori è capillare. Ora ciò non vuol dire negare la possibilità di inquinamenti mafiosi nelle confraternite religiose e in seno stesso alle chiese locali, alle quali tocca gran parte dell’organizzazione delle feste dei santi, ma elevare a paradigma unico di interpretazione alcuni episodi, documentati e documentabili tra l’altro, di inchini e omaggi a personaggi alquanto discutibili sul piano civile e penale mi pare operazione assai disonesta e lesiva di chi coltiva e nutre un autentico sentimento di fede. Per molti di questi partecipare a una processione religiosa o allestire un altare davanti alla propria abitazione può essere segno tangibile di un sentimento di fede non altrimenti esprimibile. Per altri può essere segno di potere sul territorio, come dicevo poc’anzi.

Ma per punire la tracotanza di alcuni si cancellano i sentimenti di molti?

Tra l’altro, compito precipuo di un operatore evangelico è appunto evangelizzare, portare l’annuncio proprio a chi non vede, non sente, non cammina, eppure crede di camminare, sentire, vedere. Un presbitero non può sottrarsi al suo compito di evangelizzatore(interloquendo anche con un mafioso, un assassino, un mostro), ma deve anche rivendicare l’esercizio della sua autorità spirituale sulle derive ereticali di alcune forme di fede.

 

Il patriarca

Quest’anno, a causa della Pasqua che cade bassa, i festeggiamenti di san Giuseppe si sono svolti un po’in sordina; ad esacerbare gli animi dei tradizionalisti e delle devotissime(già adirati perché l’antica statua del Santo patriarca, minuta, ma pregevole di fattura, è stata sostituita con un’altra, nuova di zecca e gigantesca)ci ha pensato l’arciprete, che ha anticipato di un giorno la festa. Fulmini e tempesta! Quasi un sacrilegio, uno sminuire il patriarca. Pur devoti, molti sono ignoranti di liturgia cristiana e non sanno che esiste pure una gerarchia nella scelta delle feste da celebrare, così sono venute a coincidere la festa di san Giuseppe e la vigilia della Domenica delle palme, o meglio si sarebbero accavallate se l’arciprete non avesse provveduto a tempo.

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Non così è andata in altri centri; posto qui le foto che ritraggono gli altari di san Giuseppe, interamente fatti di pane e ornati di foglie di lauro e agrumi.

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