L’inquietudine delle “Rosalie”

Per il secondo anno consecutivo un gruppo di giovani artisti palermitani ha allestito una mostra dedicata a Santa Rosalia, la patrona di Palermo, omaggiata con uno spettacolare “festino” il giorno 14 luglio. Le opere vengono esposte in uno strettissimo vicolo di fronte alla cattedrale e svolgono, attualizzandolo, un tema centrale o collaterale alla storia della Santuzza. Quest’anno il filo conduttore ha riguardato la peste, o meglio le forme di peste che, secondo i giovani artisti, attanagliano la società contemporanea. Purtroppo non ho visto di presenza le opere, sebbene sia mia intenzione fare un salto nel centro storico, prima che chiudano i battenti della mostra. Ne posto qui alcune, cominciando da quella che ritengo più attuale. A seguire le altre.

Vangelo secondo me
La gloria? La fama?
L’oro
Le tragedie del mare? La situazione climatica?
Palermo dove sei?
L’omologazione? L’eterno godimento?

Crisi generale di sgomento

La finestra di oggi è una dolorosa veduta di Notre Dame Herbert Katzman, 1948

Veduta di Notre Dame Herbert Katzman, 1948

È davvero esecrabile a tutti i livelli il falso sgomento generale davanti all’incendio della cattedrale di Parigi. In una cultura globale, che mortifica continuamente il passato inneggiando all’utile economico, mi è difficile credere alla sincerità di certe esternazioni, anche di persone autorevoli. Ne è prova la scuola, che ha perduto quasi del tutto la funzione di trasmissione culturale che, se non l’unica, è comunque fondamentale per il mantenimento in vita della memoria storica e artistica. A questo punto non so se mi abbia amareggiato più il coro lamentoso dei tanti cultori di Notre Dame, nutriti di sentimentalismo alla Esmeralda, o l’incendio della cattedrale in sé. Di sicuro c’è che la ricostruiranno. Non siamo, d’altro canto, in Italia(vedi Genova e sorelle), ma in Francia.

Castelli, prigioni e libertà

Ho scelto di entrare in quel castello, che è il carcere di Volterra, io sento che sono ancora all’inizio e non ho fatto ancora assolutamente nulla, non ho capito ancora nulla, non sono arrivato ancora a nessun risultato, però ogni volta che guadagno un millimetro o un centimetro, mi sembra di scoprire l’intero universo come funziona… avevo bisogno di mura che mi contenessero, il mio problema era quanto sono prigioniero io, quindi mi interessa il carcere come metafora, come idea che abbiamo dentro di noi…Come fa l’uomo a liberarsi? Quali sono le sue prigioni? Dobbiamo passare dall’homo sapiens all’uomo felix, prendere consapevolezza delle libertà che abbiamo come esseri umani. La speranza è quando torni a te stesso e non torni uguale a prima. (Armando Punzo)

Sono alcuni stralci del dialogo tra Domenico Iannaccone e Armando Punzo estrapolati dal programma I Dieci comandamenti, che è andato in onda ieri sera su RaiTRE con il sottotitolo Anime salve, dedicato ai detenuti del carcere di Volterra, dove il regista ha fondato La compagnia della fortezza, sperimentazione fortunatissima del teatro in carcere. Ho scelto di postare questi pensieri, non miei, ma che sento tali, per augurare a chi passi di qui i miei migliori auguri, sicuramente atipici, ma rispondenti al mio disarticolato sentire generale.  Mi pare che le parole dello straordinario Armando Punzo contengano un messaggio in un certo senso estendibile alla generalità di quanti possano leggere queste mie pagine e che ben si attaglia all’atmosfera culturale e alla cornice storica dell’Italia di questi giorni. Certamente dell’Italia che vorremmo e che in qualche nicchia c’è, esiste e resiste. Siamo un po’ tutti stanchi e avviliti per le narrazioni egocentrate, arroganti e penose provenienti dai luoghi istituzionali; ci aspetteremmo rappresentanti del bene pubblico capaci di ammettere umilmente di essere ancora all’inizio, di non avere capito nulla, di non essere approdati ad alcun risultato, al massimo di avere conquistato soltanto qualche millimetro o centimetro. Invece le dobbiamo ascoltare da un regista e direttore artistico, appunto Armando Punzo, che nella pratica teatrale realizza un dettato costituzionale. Inoltre penso che tali parole possano essere di augurio per le nostre vite, spesso inconsapevoli prigioni di cui ci riteniamo vigili guardie. La prigionia della professione, del ruolo, della famiglia, della cultura fine a se stessa, la prigionia dei consumi, del corpo, del tempo… Auguro a tutti, in primis a me stesso, di iniziare ad attraversarle, di renderle quanto più possibile trasparenti, trasformandole in occasioni di libertà. Non trovo per l’incipiente e imminente e apparente passaggio altre parole o auguri.

Rosalia bambina

Il tema della fanciullezza della Santuzza ha avuto anche un risvolto sociale: il dovere morale di tutelare l’infanzia, ma anche le persone che cercano rifugio nel nostro Paese. Si comprende chiaramente come quest’ultima interpretazione costituisca una vera e propria forzatura politica. A prescindere dalla condivisione di ciò, si può comunque apprezzare il valore artistico e culturale dell’iniziativa. Posto qui alcune foto fornitemi dai miei amici. Da anni non partecipo al Festino, non tollerando la calca della folla e la temperatura afosa di luglio, ma alle foto non rinuncio.

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Con un pugno di stelle

ecco_come_nato_il_piccolo_principe_00Il principino entra sulla scena con un pugno di stelle e le depone in un angolo del palcoscenico. Le stelle si accenderanno dopo che il principino e l’aviatore avranno consumato la loro esperienza; il primo vagando di pianeta in pianeta, di asteroide in asteroide alla ricerca delle motivazioni che spingono gli uomini e l’universo tutto ad affannarsi alla ricerca del potere, del successo, della morale universale, l’altro a ritrovare nell’esperienza del deserto il senso profondo del vivere.

Si dipana così, in una scenografia essenziale, la scrittura teatrale de “Il piccolo principe”, realizzata da registi e attori panormitani; vi ho condotto i miei primini, che a giudicare dal silenzio pare abbiano seguito con interesse lo spettacolo, un misto di teatro nel senso letterale del termine, danza, mimica, animazione per mezzo di audiovisivi, musica. Una miscellanea sobria e raccolta in un piccolissimo teatro della città.

Anch’io ho tratto profitto da questa pausa curricolare. Sulla scena ho rivisto la rosa, la volpe, il serpente, l’elefante, il deserto, il cappello e, insieme, la miseria e la grandezza degli uomini.

Prendersi cura degli altri, delle cose e, in una parola, del mondo, ci può salvare dall’indifferenziato del deserto esistenziale.