Inghiottitoi

Giustamente gli amici della rete, che ringrazio di cuore, si chiedono che fine io abbia fatto, data la latitanza nel mio e nei blog che frequento. A me piacerebbe narrare imprese e fatti mirabolanti, ma dirò semplicemente che la vita reale mi ha inghiottito in un vortice di impegni gravosi, che non mi permettono di dedicare tempo al blog e alla scrittura, per la quale nutro un rispetto religioso. Già il fatto stesso di scrivere un post così disadorno e banale costituisce una specie di profanazione di quel rispetto e ciò, ben inteso, non perché mi consideri uno scrittore. Paradossalmente l’impegno più leggero è quello scolastico(incredibile a dirsi), nonostante la mole di lavoro burocratico aumenti a dismisura. Ho da pochissimo terminato gli scrutini finali, nel corso dei quali, per la tendenza a rappresentarsi gli studenti come cittadini perfetti e integerrimi, si è litigato oltremodo sui voti di condotta e di educazione civica, ma il vitello grasso da spartirsi è ancora troppo abbondante per dire di avere messo un punto, infatti a breve si celebreranno i riti vari degli esami di maturità. Confido, però, nella possibilità di trovare materia umana macchiettistica con cui ironizzare, materia che invece si è ampiamente prodotta in occasione delle recenti amministrative, infatti congiuntura fatale ha voluto che mi recassi alle urne insieme all’amica Marianeve. Contrariamente alle mie abitudini ho votato nel tardo pomeriggio, fascia oraria da Lei prediletta per intavolare discorsi e innescare polemiche con amici e conoscenti. In ordine Marianeve ha contestato l’inefficienza del presidente di seggio, l’assembramento caotico dei votanti e la sonnolenza degli scrutinatori; ha avuto finanche il coraggio di interloquire con il maresciallo dei CC per esortarlo a rimettere ordine. Ma il fatto più sorprendente è di averla persa di vista per più di mezz’ora: mentre ero chiuso nel seggio, costei si è letteralmente volatilizzata. L’ho ritrovata appunto 30 minuti dopo nell’atrio della scuola, mentre dispensava gli ultimi saluti a non so quale amica d’infanzia incontrata al seggio. E non è finita: ieri a spoglio completato Marianeve ha sollevato dubbi sulle percentuali dei votanti e degli aventi diritto al seggio. Oggi non le ho risposto al telefono. Devo ancora riprendermi dal pomeriggio domenicale. 🤣

Apnee

In queste ore telefono e casella di posta elettronica sono letteralmente infuocati per i messaggi di alunni e genitori, che comunicano alla vittima sacrificale del consiglio di classe, ossia il coordinatore, la positività al Covid 19 versione ‘22. Ma mi pervengono anche da quelle classi che non coordino, perché giustamente molti colleghi non hanno fornito il loro numero telefonico ad alunni e genitori e quindi costoro, rosi dall’ansia, avvertono l’esigenza di “dirlo” a qualcuno degli insegnanti e perciò a chi se non a “quello” di lettere, che per tradizione è una sorta di confessore senza stola sacerdotale? Non va meglio neanche sul versante dei colleghi: anche le chat dei professori non hanno pace. Nella mia scuola ce ne sono ben 4, una generale, tre da plesso. Chiaramente sono tutte silenziate. Stamani alle 10 circa i messaggi da leggere erano ben 47 e la diatriba verteva su scuola in presenza o didattica a distanza, come se ciò dipendesse da una nostra scelta autonoma. Qualcuno ha anche raggiunto toni da cortile, postando foto di assembramenti cittadini e scolastici pre-natalizi a prova dell’ incoscienza generalizzata. A mio parere la questione è un’altra: premesso che la Dad è stata ed è una c…ta pazzesca e che la vera scuola si realizza nella relazione educativa in presenza, siamo sicuri che tra ansia, mascherine e classi frammentate, un po’ in presenza, un po’ in classe, la qualità degli apprendimenti di questa terza via d’emergenza possa dirsi ottimale? La scuola ha bisogno di non essere tempestata da una mutevole congerie di misure organizzative, necessita di comunicazioni chiare e di alunni e docenti non in apnea. Diciamocelo francamente! Non è scuola vera quella in Dad, ma non lo è neanche quella in mascherina che stiamo vivendo da settembre. La saggezza pretende però che ci si adatti allo status attuale. E se Dad deve essere anche soltanto per un mese con tutto il carico di tristezza e depressione conseguenti, ma senza il coperchio dell’ansia che ci schiaccia e con la speranza di guardarsi di nuovo in faccia, che ben venga!

La terza

Ed anche la dose numero tre mi è stata iniettata. Dopo Astrazeneca mi è toccato il vaccino Moderna.

Ieri ho prenotato e oggi pomeriggio ho raggiunto una sede vaccinale sperduta tra le campagne viciniori. Stamani ho fatto una prima esplorazione al ritorno da scuola per accertarmi del sito e non girovagare a vuoto alla ricerca dell’hub e ne ho ricevuto un’impressione positiva, ma alle sei di sera il paesaggio, ridente di giorno, mi è apparso spettrale e squallido. Forse a ciò hanno contribuito la scarsa illuminazione esterna, i capannoni artigianali e il freddo pungente che mi son beccato nell’attesa di un’eventuale reazione x dopo la somministrazione, infatti da incallito spirito libero ho preferito attendere fuori dalla struttura e non nella zona predisposta dall’asp.

Mi ha tenuto compagnia uno dei miei nipoti, che a tutti i costi non ha voluto che andassi da solo a vaccinarmi, temendo chissà quale reazione. Nonostante le mie manovre di depistaggio, costui è riuscito a sapere dove e quando, servendosi di spie in famiglia. Per la eventuale quarta dose la mia bocca sarà cucita a dovere.

I classici 15-20 minuti di post vaccino sono trascorsi velocemente e non senza qualche momento ilare: io e il nipote abbiamo incoraggiato una giovanissima mamma con figlia al seguito che si è segnata con la croce del rosario davanti all’ingresso dell’hub. Per lei e la figliola si è trattato della prima dose, procrastinata di mese in mese per paura . informazioni poco corrette apprese sui social e, aggiungo io, una certa dose di ignoranza.

Nel mio piccolo ho cercato di rincuorarle, ma le due si sono avviate tremebonde come vittime per un sacrificio. Le quattro chiacchiere, sono certo, non sono servite a nulla.

Conta, invece, che si siano vaccinate.

Falsari della parola

Nella sfigata mattinata di un tipico lunedì di pioggia battente improvvisa e di traffico automobilistico degno di un Caronte infernale, potenziato da un ponte in rovina su un’arteria stradale vitale per Palermo, ho sperimentato quanto il linguaggio dei politici e di molti informatori, e non solo, sia degno dei migliori falsari di dantesca memoria. 

Nel corso di un’ennesima peregrinazione presso un polo medico di eccellenza, al quale il mio caro papà(invalido e ormai handicappato)si è evidentemente affezionato, ho toccato con mente e parola che il green pass non è quello che dovrebbe rappresentare. Col verde del semaforo passi, col green pass non passi. Di verde non ha nulla, né della luminosità di un semaforo, né di un ameno poggio verde ridente in epoca green; una metafora infelice, privata di ogni rapporto referenziale con l’oggetto, che nei fatti non ti consente di varcare la soglia di un ospedale come accompagnatore di un paziente, handicappato in carrozzina, e per giunta con un bel pannolone da incontinenza. Gli operatori, dopo aver rilevato la temperatura mia e del mio creatore, mi hanno subito richiesto l’attestazione di un tampone per poter varcare l’ingresso e a nulla è valso che esibissi l’attestazione dell’handicap di mio padre, che ha diritto ad essere assistito da un familiare. Risultato? Sono rimasto fuori dalla struttura, mentre un’operatrice si è presa cura di guidare la carrozzina di mio padre per i meandri dell’ospedale. Ho atteso in fibrillazione per circa 30 minuti, timoroso che mio padre potesse aver bisogno anche solo di un bicchiere d’acqua o di andare al cesso; i miei timori si sono rivelati in parte infondati: papà se l’è tenuta addosso l’urina e l’operatrice ha lasciato da solo mio padre, che stoicamente ha trattenuto la piscia nella vescica. Sia chiaro! Non contesto per nulla la scelta del dirigente sanitario, ma almeno avvertire il paziente nel corso del triage telefonico, avvenuto qualche giorno prima dell’esame diagnostico, della necessità del tampone per l’accompagnatore(non per il paziente(mah!), peraltro eseguibile in un capannone montato ad hoc nei pressi dell’ingresso. Potreste obiettare che, stando così le cose, avrei potuto “tamponarmi”, ma sarebbe trascorsa almeno un’ora, considerata la fila dei tamponandi. Ho preferito, invece, rendere veloce l’esame diagnostico per “liberare” mio padre sofferente.

Attenzione! Sia chiaro che io non contesto il green pass, né tanto meno la vaccinazione(sono pronto a farmi inoculare 20 vaccini),ma la designazione di un oggetto con un nome falso, infatti si tratta esclusivamente di un’attestazione di vaccinazione, spacciata per pass da mere ragioni economiche; ciò vuol dire che, se voglio strafogarmi di cibo al ristorante in piacevole compagnia per svago e gola, il pass mi fa passare, se invece accompagno un handicappato all’ospedale il pass è meno utile della carta per il deretano(così mi ha risposto l’operatore). Manca la chiarezza e l’onestà di dire come stanno le cose: il green pass è un’attestazione di vaccinazione, che ci rende ugualmente contagiabili e contagiosi, nel caso il virus trovi una crepa nel sistema immunitario. Virologi e ospedalieri lo hanno chiarito ampiamente, ma non i politici che ci rappresentano(?). Però secondo la vulgata politica il pass funziona meglio sui treni velocissimi e al ristorante. Vergognoso! Indecente! Inaccettabile! E funziona anche a scuola. Ma per il personale tutto, non per i gigliucci da coltivare. Questi sono mondi, immagini iperuraniche della salute, non contagiabili dal virus e soprattutto non contagiosi come noi, immondi vermi dell’insegnamento, novelli untori del terziario.

RispondiInoltra

L’invisa

Tra i pasticci indigesti che il Miur ha servito quest’anno sulle mense didattiche di alunni e docenti c’è stata, e purtroppo ci sarà, l’educazione civica, che considerata come disciplina in sé merita il massimo rispetto da parte di tutti e che, peraltro, da sempre attraversa gli argomenti proposti ai ragazzi mediante le varie materie di insegnamento. Anziché provvedere all’istituzione di una nuova materia d’insegnamento con uno specifico monte orario e con personale avente titolo di insegnamento della disciplina, le elette menti hanno creduto opportuno erodere almeno un minimo di 33 ore al monte orario di ciascun istituto secondario di secondo grado per devolverlo in beneficenza alla nuova materia; ciò vuol dire che ciascun docente ha ceduto una fettina delle proprie sacre ore intoccabili e ineffabili per concorrere alla farcita, allo spezzatino composito, alla macedonia di frutti, che è appunto l’educazione civica. Così ciascun consiglio in sede di programmazione, armato di coltelli e pugnali, ha dovuto partorire un progetto ancora più vergognosamente male assortito della diabolica prescrizione ministeriale. Asinologia applicata ha ceduto 4 ore proponendo l’approfondimento dei diritti degli asini a tirare calci se eccesssivamente stimolati, biologia delle tinture cinesi, disquisendo sulle diseguaglianze che colpiscono i calvi rispetto ai lungo-chiomati, 3 ore, statistica della peluria ascellare, parlando della minoranza dei glabri della Papuasia, 2 ore, tecnica delle lamentazioni esistenziali con un bel progetto Depressione da post COVID 7 ore e così via fino al raggiungimento di un contenitore di 33-35 ore. Progetto civico che via via nel corso dell’anno ha assecondato più le misteriose vie delle predilezioni personali dei docenti e degli alunni che gli orizzonti ministeriali. Progetto che si è perso tra le nebbie cimmerie delle sudate carte virtuali, tranne che nelle fasi delle valutazioni quadrimestrali. Ed ecco allora la corsa a rabberciare ore, minuti e secondi per rispettare gli impegni e procedere alla valutazione. Ma l’epifania dell’educazione civica si è celebrata nel quadro dei voti assegnati, un florilegio di 9 e 10 da fare invidia ai migliori college svizzeri. Laddove è stato possibile, i più cattivi tra noi abbiamo abbassato l’asticella delle eccellenze civiche, sgonfiando il pallone degli entusiasmi parossistici dei colleghi invasati. Tra l’altro il voto di educazione civica fa media e mi pare che la scuola non sia un mercatino…