Il fuoco “intelligente”

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Foto modificata allo scopo di rendere visibile l’insopportabilità della situazione

Non bastando l’afa di questi giorni a rendere l’aria irrespirabile, gli incendiari di vita e di professione ritengono opportuno peggiorarne la situazione, chiudendo le montagne e le valli in vere e proprie cinture di fuoco appiccate ad hoc. Da due giorni il fuoco “intelligente” brucia sterpaglie e cespugli di macchia mediterranea, spostandosi magicamente di fianco in fianco, come se un esperto fuochista ne tracciasse l’itinerario. Anche quando gli incendi sembrano domati, spuntano qua e là fumarole, che saturano l’aria di fumo insopportabile. Di là dagli interessi particolaristici di mandanti ed esecutori di queste fiamme diaboliche, si ha come l’impressione di trovarsi di fronte a figuri sadici, che provano un piacere beone nel devastare la natura, costituita che sia di cespugli, alberi o erba. La loro stoltezza è aggravata dall’inconsapevolezza di essere anche dei masochisti: fanno male a sé, ai loro figli, ai loro parenti, alla loro semenza e all’umanità tutta intera. Per non parlare di uccelli, roditori e piccoli rettili che in quei cespugli hanno tane e nidi.

Si prova rabbia, ma anche pietà, tanta pietà per questi miserabili, che non hanno il senso della vita.

Gli occhi degli altri

ts966v3-21Ieri sera ho seguito su Rai Tre una delle puntate, in replica, de “Gli occhi cambiano”, il programma televisivo realizzato da Walter Veltroni. Sapere, ridere, tifare, amare, immaginare e cantare sono i sei verbi per raccontare come la Rai abbia testimoniato, e allo stesso tempo formato, alcuni sentimenti profondi degli italiani. La struttura delle repliche è bipartita: viene proposto un tema “culturale” nel senso più ampio della parola, “visto” appunto dagli occhi degli Italiani, e non solo, e narrato, attraverso spezzoni di filmati, attinenti al tema scelto, da una voce onnisciente, che interviene non invasivamente nel tessuto filmico-documentale. Al termine di questa sorta di documentario viene trasmesso un film a coronamento del tema scelto. Se si riesce a resistere al tono sonnolento del narratore/commentatore e se ne accetta, narrativamente e ideologicamente parlando, il patto, si può fruire di una vera e propria perla televisiva. Tutte le puntate si possono rivedere comodamente anche dallo schermo di un pc su RayPlay.

Ieri sera la trasmissione verteva sul verbo immaginare, sulla letteratura e le arti e sul loro rapporto con il cinema e la tv e, perciò, il mio interesse si è mantenuto particolarmente vivo. Nella fattispecie gli intervistati, tra gli altri Celine, Marquez, Capote, Montale, Fellini, Sergio Leone, Andy Warhol, Calvino, Eco, erano chiamati a esprimere la loro opinione sulla relazione tra letteratura, realtà e immaginazione. Le risposte, seppure differenti nelle parole, andavano tutte nella stessa direzione: la letteratura non può essere riproduzione della realtà, pur non opponendosi alla realtà, tuttavia si nutre di immaginazione creativa, che non rinuncia tuttavia a interpretare il reale proprio a partire dalla immaginazione.

Ho registrato e trascritto alcune frasi, che in qualche modo testimoniano il perché ami la letteratura e, in fondo, perché la insegni.

Dopo i pensieri… più in alto ancora c’è l’immaginazione(Fellini).

Sono cieco e ignorante, ma intuisco che sono molte le strade(Borges).

Quando ci si comporta in modo assolutamente crudele nei confronti di qualcuno, non si riesce più a immaginare cosa significhi essere un altro, a mettersi nei panni di un altro. Se uno potesse capire cosa succede nel cuore del prossimo, sarebbe decisamente più difficile essere crudeli; in questo senso gli atti di crudeltà significano non avere una buona immaginazione, ecco perché il romanzo è una forma morale, perché di fatto ti apre la possibilità di capire cosa c’è nel cuore degli altri(Mc Ewan).

Non accetto la definizione di realismo magico. Sono un realista triste. Ho l’impressione che dietro la realtà immediata, quella che vediamo, esista un’altra realtà, che solo l’intuizione poetica riesce a captare ed è appunto questo che poi appare fantastico nel libro(Marquez).

Reale e immaginazione sono l’acqua e la farina con le quali si fa il pane della creazione, stabilire i confini è difficile, come nei sogni. Bisogna farsi pervadere dalla bellezza del racconto, davvero amare per riuscire a guardare con gli occhi degli altri. Bisogna essere davvero liberi per amare i sogni degli altri, gli occhi degli altri.

Melanzane & 💦

L’estate è anche la stagione delle conserve. Così ieri mattina, sfidando l’afa divorante, affamata di respiri, si è pensato bene di friggere dodici melanzane, tagliate a tocchetti, e di cucinare un intingolo di agrodolce, sedano, cipolla, capperi e olive bianche per preparare la classica caponata siciliana. Grazie all’intensità dell’irraggiamento solare i frutti e gli ortaggi danno il meglio di sé, si aggiunge la fortuna di avere acquistato le melanzane direttamente da un ortolano, che si dice non usi veleni vari per la sua produzione agricola. E in effetti la prove sembrerebbero evidenti: le melanzane erano tutte di poco volume e multiformi, ossia non create con lo stampino. Inoltre il vestito, attaccato al picciolo, ricopriva un terzo della bacca violacea commestibile, testimoniando così la sua origine rustica. Chiaramente il sole non è l’unico fattore determinante per la maturazione completa della bacca, infatti senza una costante innaffiatura si ottiene una melanzana rinsecchita e soprattutto amarognola al gusto. L’acqua, perciò, è l’altra protagonista. Acqua che non scarseggia nelle campagne e nelle montagne siciliane, contrariamente a quanto accade in altre parti d’Italia secondo quanto riferito dai notiziari.

Personalmente la mia opinione è un’altra.

Secondo la mentalità falsamente catastrofista dei politici regionali in costante ricerca di fondi si vivrebbe un periodo di siccità perniciosa per le colture. Diciamocelo francamente: sì, la siccità gioca un ruolo determinante nel ridurre a secco invasi, laghi, fiumi e dighe, ma non si può negare che parte della responsabilità nella manutenzione e raccolta delle acque piovane ricada proprio sui manovratori della cosa pubblica. È sotto gli occhi di tutti che le tubature periferiche degli acquedotti siano delle autentiche gruviere, che fanno disperdere l’ oro trasparente(forse).

Nel mio centro si fruisce dell’acqua diretta a giorni alterni, così da anni tutti ci si è abituati a mantenere dei recipienti di riserva da usare nel giorno di secca. Che succede, però, in quello dell’erogazione diretta? In almeno due strade, nell’arco di ventiquattr’ore, corrono fiumiciattoli d’acqua che sgorgano dall’asfalto, novella sorgente tinta di nero. Noi cittadini, fingendo che chi di dovere non se ne sia accorto, abbiamo rilevato l’esistenza della perdenza, segnalando all’autorità competente, ma invano. In tal modo ogni quarantotto ore si ripete lo strazio di veder fluire l’acqua limpida, che presto si tinge di polvere e asfalto.

Oltre alla manutenzione, l’altro punto dolens è costituito dalla mancanza di cultura nella conservazione delle acque piovane. La nostra mentalità consumistica, insieme alle strutture architettoniche moderne, non sempre attrezzate alla raccolta delle acque, è ben lungi dalla consapevolezza che l’acqua, come altri beni naturali, se non sarà adeguatamente preservata, rischierà di diventare un pericolo, che già minaccia la nostra stessa sopravvivenza sulla terra. Sordi al suo grido di vendetta, che si palesa nelle piogge alluvionali e al contempo nel farsi desiderare massacrandoci con periodi di magra, continuiamo a sprecarla, inquinarla, avvelenarla, curandoci minimamente di rispettarla.

È ormai sopita da tempo, nella coscienza degli Italici petti(e non solo), la cultura della preservazione e del rispetto degli elementi naturali: trionfano atteggiamenti e comportamenti di rapina, sciupio, spreco, maltrattamento, violenza, affarismo. E lo stesso vale, se si mira l’orizzonte dei rapporti sociali e umani. Manca una visione cosmica, quasi religiosa direi, che dovrebbe allarmare tutti, soprattutto gli educatori.

Falcone e Borsellino 

Falcone e Borsellino, murales all’istituto nautico di Palermo


Non sono proprio nitidi i ricordi di quel maggio-luglio 1992, ma due fotogrammi restano indelebili. Il giorno 22 maggio tornavo a casa in licenza dal Col di Lana di Trapani; poche ore dopo l’autostrada saltava in aria. Il dato che ancora oggi mi sconvolge è la precisione chirurgica con cui agirono la mafia e le forze con essa collusa. Ancora oggi si resta sconvolti, guardando le immagini di repertorio girate dall’alto: una devastazione intorno superiore o pari a quella provocata da un terremoto. Di quel luglio, invece, ricordo il boato tremendo, mentre armeggiavo in cucina con piatti e bicchieri. Tutti, a casa, restammo pietrificati, consci, pur non sapendo cosa fosse accaduto, che era accaduto qualcosa di terribile, che non poco avrebbe incrinato la fiducia nelle istituzioni. 

Questi i brandelli di ricordi, riportati alla luce dalle immagini che in questi giorni il servizio pubblico televisivo, per fortuna, manda in onda. 

A volte mi afferra la tentazione di insegnare a scuola solo ed esclusivamente antimafia. Un mio collega lo fa da anni, fregandosene altamente di programmi e indicazioni didattiche nazionali.

Solitudinis pauperes

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Sotto il tiepido sole di ieri pomeriggio, tra effluvi di zagara di agrumi e di rose canine, abbarbicate sugli sterpi dei muretti a secco, che costeggiano i viottoli di campagna, lenta e neniosa una processione di fedeli si è recata all’Eremo dei Poveri, per tributare alla omnititolata Vergine Maria l’onore del restauro. Contrariamente all’inganno che può generare la foto qui sotto, l’eremo si trova in una vallata, ai piedi di una montagna, lambito dalle acque maleodoranti di un corsetto d’acqua pullulante di zanzare, bisce e anfibi, infatti per accedervi è necessario attraversare un ponticello. Malgrado i limiti, non si poteva rinunciare a un appuntamento con la microstoria del mio piccolo centro e così ho partecipato alla processione. Grande assente la mia amica MariaNeve, impedita, dice lei, da dolori articolari, che le avrebbero impedito la scarpinata, e sicuramente dall’allergia stagionale, che, come minimo, l’avrebbe prostrata, se avesse inalato pollini di zagara, rose, vilucchi e margherite.

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I vecchi raccontano che vi si andava in processione, recitando il rosario, quando l’annata era stata particolarmente magra di pioggia, ma per i poveri era anche meta di pellegrinaggio nel mese mariano; altri, negli anni ’60 e ’70, lo sceglievano come luogo di scampagnata nelle feste di calendimaggio e di ferragosto. Sull’Eremo dei Poveri le fonti, purtroppo, sono scarsissime; secondo il favoleggiamento degli storici improvvisati il sito fu scelto dai monaci cistercensi(?)alla fine del secolo XIII come eremo, ma dell’antica costruzione non è rimasto nulla. Le notizie diventano, invece, certe a partire dal XIX secolo: l’eremo fu edificato per rendere onore alla Vergine Maria dei Poveri, in realtà i poveri morti di colera, e poi, nel XX secolo, di spagnola, infatti è sicuro che ossa umane siano attualmente presenti sotto il pavimento della chiesa e ai lati del sagrato; lo attestano le epigrafi marmoree incastonate sul prospetto dell’edificio. Probabilmente, a causa delle frequenti ondate di colera, cui si aggiunse poi la spagnola, l’eremo fu adoperato dapprima come lazzaretto per i derelitti e per necessità come luogo di sepoltura, anche per evitare che i cadaveri contaminassero gli abitanti del centro cittadino. Con alterne vicende, dalla seconda metà del XX secolo, l’eremo, come ho detto prima, si è convertito in luogo di preghiera, ritiro spirituale e corporale, fino all’incuria devastante per circa vent’anni, che ha avuto come atto finale il crollo del soffitto, l’abbandono da parte dei fedeli e il ri-popolamento di animali e piante. Dopo lunghe traversie burocratiche, gli enti competenti, su pressione del clero e degli indigeni, hanno provveduto a rimettere in sesto l’Eremo.

Un piccolo gioiello nel tessuto della microstoria locale.

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Voci precedenti più vecchie

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