Precettor di didattico rito

Giuseppe_Parini_pastel_on_paperVa a gonfie vele il mio lavoro di precettore pubblico con il giovanotto di belle speranze, che mi hanno affidato per l’istruzione domiciliare. Mi piace crogiolarmi nell’inetta proiezione soggettiva di paragonarmi a un novello Ripano Eupilino o a Livio Andronico. In realtà io non sono né l’uno, né l’altro; diversi i tempi, altre le stoffe. Però, oggi, dopo le crasse risate che ci siamo fatti per l’inciampo dello studente sulla parola “droghiere”, usata da Maupassant nel racconto “La collana di diamanti”, significato che lui ha inteso nel senso di “venditore di stupefacenti” e non di “generi alimentari”, ho compreso che a scuola, nel contesto-classe, non è realizzabile il principio pedagogico di individualizzazione dell’insegnamento e che, perciò, ci prendiamo in giro quando ci riempiamo la bocca, e le carte, di espressioni come “personalizzazione dei percorsi educativo-didattici”. Io credo che non ne abbiamo neanche l’idea, a parte l’oggettiva difficoltà nel tentare di metterla in pratica. Soltanto nella relazione educativa “uno a uno” risultano efficaci quei principi. In classe si fa, invece, quel che si può, perché non è pensabile, né fattibile che un insegnante moltiplichi se stesso per venti sensibilità, teste, storie, vissuti umani e culturali sideralmente distanti e diversi. Certamente sarebbe improponibile solo sognare un ritorno al precettore privato, ma è anche vero che tanti fallimenti educativi della scuola pubblica sono da imputare anche all’impossibilità di confezionare vestitini culturali adeguati ai singoli bisogni dei nostri alunni.

Isaia e dintorni

Oggi ritiro spirituale in vista del Natale. Meditazione su Isaia. I miei occhi monelli, come al solito, ogni tanto hanno cercato qualche distrazione fotografica. Grande assente MariaNeve. Tutti a chiedere di lei. Neanche fosse una star, o forse lo è ed io non lo so.

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Il dolce San Martino

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Ricevo e pubblico la foto del dolce di San Martino, che l’amica Ornella mi ha gentilmente inviato. Lo ha realizzato una sua familiare. Non conoscevo questa tradizione davvero speciale.

In rete si legge che in Veneto è una tradizione diffusa: “La tradizione risale a moltissimi anni fa e inizia con la fondazione della chiesa dedicata a San Martino nel 1540. La festa prevede che, l’11 novembre, i bambini girino per le calli di Venezia a fare un gran baccano “battendo sanmartin” ovvero dandoci dentro con pentole e campanacci. Il tutto agghindati da corone di carta variopinta in testa. A tavola, invece, la festa si anima grazie al biscotto di frolla con la forma del santo a cavallo a brandire una spada, ritraendo il celebre “episodio del mantello”.

Fotoemoticon

Chi ha installato nel proprio smartphone l’applicazione WhatsApp non può sfuggire alla croce e delizia dei gruppi. Ne esistono di vari tipi e non starò qui ad elencarne la fenomenologia(scolastici, amicali, parrocchiali, etc…). Un gruppo di tal genere è una risorsa, ma anche una gran rottura di maroni. A tutte le ore il WhatsAppista è sottoposto ad un bombardamento di messaggi dal numero indefinito, assimilabile alla polvere cosmica dell’universo. Per sopravvivere alla tempesta, il WhatsAppista saggio silenzia i bip bip provenienti dai vari gruppi e si riserva di rimandare a un tempo indeterminato la lettura dei messaggi. Di particolare rilievo sono le fotoemoticon, vere e proprie fotografie, riportanti in qualche modo un’immagine che richiama il messaggio scritto, l’intenzione del mittente, i suoi sentimenti. La maggior parte delle fotoemoticon sono tratte da internet, un inesauribile serbatoio. Ma anche qui occorre saggezza. Per i più inviare tali immagini è un automatismo; basterebbe un minimo di riflessione, prima di inviarle.

E invece?

Ecco qualche esempio!

Stamani pioveva a dirotto…invece…img_7767

img_7768Per la serie glicemia alle stelle…

img_7770

img_7769Sgrammatica

L’esorciccia

Spiritpact-5871528ea2e73Non erano ancora state passate in rassegna le nozze di Mercurio con la filologia di Marziano Capella, quando il suono delle ultime parole del professore fu coperto da quello di una sirena del 118. Incoraggiati dalla curiosità del loro prof, che interruppe la celebrazione, gli studenti allocati nella zona più luminosa dell’aula, simili a giraffe lamarckiane, allungarono il loro collo verso le vetrate alla ricerca di notizie e volti.

Chi veniva soccorso?

Il calare improvviso del silenzio, dopo il grido della sirena, riportò le teste sulle pagine del libro, le nozze furono celebrate e la campanella del cambio d’ora gridò imperiosa il trascorrere del tempo.

Uscito dall’aula, ancora impolverato di anticaglie, il prof. intravide nel corridoio un essere umano ibrido, a metà tra un piteco e una donna attempata dagli occhi nerissimi, immobili sui due bulbi venati di sangue. L’effigie lo turbò per il tempo che attraversò il corridoio per raggiungere la zona comando e poco dopo la cancellò. Doveva trattarsi di una mamma. Chissà cosa era successo.

Poco dopo, mentre si godeva il dolce far niente di una buca scolastica, il prof fu scosso dallo squillo del proprio cellulare e dalla voce, quasi implorante, della Capa, che lo invitava a trovare una soluzione per una studentessa.

La soluzione era già bella e pronta in verità: un cambio di aula. Non di classe, ma di aula. La classe, insomma, tutta intera doveva spostarsi in un’altra aula per incompatibilità di una sola studentessa con l’aula. La Capa fu reticente in merito alla motivazione del cambio, rassicurando il sottoposto docente che il genitore avrebbe rivelato in camera caritatis il mistero. Nessuna malattia, allergia, febbre terzana e quartana, peste, etc…

Spiriti e venerdì.

Sì, uno spirito gagliardo assai.

Nata di venerdì, la ragazza, dotata di poteri sovrannaturali, vedrebbe ovunque gli spiriti dei morti. E uno spirito malefico, albergante nell’aula incriminata, si sarebbe materializzato davanti a lei, ordinandole di uscire immediatamente pena il tormento perenne cui l’avrebbe sottoposta con le sue urla strazianti di spirito infernale, se fosse rimasta lì. Questo il resoconto della posseduta. Com’è, come non è, costei, mentre lo spirito la tiranneggiava, accusò un forte dolore al petto e svenne. Ecco la sirena del 118!

Rinsavita, la posseduta era rimasta nel corridoio(Ma quale mamma! Era lei, la posseduta!), lontana così da Alichino. Poi si era ricoverata col genitore dalla Capa, per richiedere il cambio d’aula.

Il giorno successivo, effettuato il passaggio dell’intera scolaresca dall’inferno al presunto paradiso, pochi secondi dopo il suo ingresso, la posseduta aveva inscenato la stessa pantomima.

A questo punto, quando il genitore chiese al prof che soluzione trovare per la figlia, questi, fuori dalla grazia di Dio, rispose:

La faccia curare!

E, nell’occasione, si curi anche lei!