“Capo montagna dei Capi”

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Quanto tempo sia trascorso dall’ultima visita al santuario di Gibilrossa non è dato sapere; ho cercato di pescare nel pozzo nero della memoria, ma nessun risultato. Riaffiora qualche ricordo fanciullesco, fatto di merende pomeridiane e di ori e argenti luccicanti(sicuramente di ex voto), ma null’altro. Da fonti orali, che si affidano comunque alla memoria dei vecchi, ho saputo che ci si recava al santuario in occasione della festa dell’Assunta, ossia il 15 agosto; il resto lo si può apprendere dal link posto sotto la prima immagine, che oggi è conservata in una delle sale di Palazzo Abatellis a Palermo. Il resto è anche decadenza, incuria e vandalismo. Privato del trittico, che ritrae Maria, Sant’ Agata e santa Barbara, l’eremo resta un luogo senza storia e memoria, un blocco di pietra senza identità. Una grata protegge l’altare e tre statue, ben tre statue, che ritraggono Maria, tra cui una dormitio. La mia è stata una visita veloce ed estemporanea; credo di avere apprezzato più il panorama che il sito, anzi ho provato un’immensa tristezza. Troppa desolazione. Di luoghi e di umanità.

Americanate(?)

In questi giorni di caldo mi sto facendo una cultura di serie americane televisive molto leggere, delle americanate, tanto per intenderci.

La prima volta si è trattato di un incidente pomeridiano causato dalla voglia matta di leggerezza; specialmente dopo gli esami di stato, la mia testa, piena di fanciullini pascoliani, oltreuomini nicciani, superuomini dannunziani e guerre mondiali, si rifiutava letteralmente di impegnarsi in alcunché di intellettuale. Dopo la paccottiglia letteraria, quella che definisco prodotto commerciale di letteratura, tra questi i volgarizzamenti degli studenti agli esami di stato, ecco quella televisiva, fatta di finzioni filmiche ironiche e paradossali, nelle quali il genio americano eccelle.

Le serie da me viste ruotano tutte intorno alle relazioni umane in genere e nella fattispecie familiari. Ricordano, ma solo per tipologia strutturale, per durata e per spirito comico, quelle degli anni ’70 e ’80, ma di quel buonismo pacioso familiare non conservano nulla. Nelle attuali sitcom domina il tema della disgregazione familiare e delle relazioni umane fragili, la rappresentazione di famiglie atipiche, il trionfo dell’individualismo e dell’egoismo più sfrenato. La cifra stilistica che le accomuna è il paradosso e l’iperbole. Le serie in questione riescono molto spesso a strapparti un sorriso, ma costituirebbero sicuramente materia per un trattato sociologico. Si tratta, infatti, di personaggi problematici, che rispecchiano probabilmente la mutazione antropologica e sociale in atto in questa nostra età del post postmoderno. Genitori che non riescono a comportarsi da genitori, madri iper-ansiose, che vorrebbero gestire la vita dei figli fino ad assumere comportamenti stalkerizzanti e persecutori, educatori incapaci, abili magari nell’arte del fancazzismo, ma inadeguati a svolgere il loro compito sociale, figli nevrotici inetti allo studio e all’impegno, impermeabili ai moniti genitoriali e in seria difficoltà nell’affrontare la vita e intrecciare relazioni umane autentiche.

1200px-Two-and-a-half-men.svgLa più spassosa è la serie Due uomini e mezzo, i cui protagonisti sono due fratelli, Charlie e Alan. Questi, dopo la separazione, va a vivere insieme al piccolo figlio, Jack, dal fratello Charlie, single incallito e dongiovanni parossistico. Ogni episodio pone un problema quotidiano da risolvere, che è il pretesto per inscenare il rapporto conflittuale tra i due fratelli e quello tra padre e figlio. Charlie e Alan hanno, infatti, caratteri sideralmente distanti. Il primo è estroverso, brillante, dongiovanni incallito, l’unica preoccupazione è conquistare le donne carine che gli capitano a tiro. Che sia la maestra del nipote o il medico del pronto soccorso, Charlie sfodera le sue armi da conquistatore, suscitando al contempo l’invidia del fratello che, dopo la separazione, non riesce ad avere più successo con le donne. Alan è, invece, cupo, problematico, talvolta succube dei propri sensi di colpa. Un ruolo particolare ha il piccolo Jake, un mostriciattolo di spontaneità, che, nonostante gli sforzi educativi del padre, riesce sempre ad essere un fior di birbone. In un episodio dal sapore terenziano la tata lo costringerà a pulire da cima a fondo la tavolozza del water, che puntualmente diventa laido per l’ eccessiva foga intestinale del piccolo. Soltanto la mascolina tata è riuscita nell’impresa, a differenza degli altri due uomini di casa, il padre, eccessivamente prono ai consigli degli psicologi, e lo zio, indifferentemente permissivo. Le maniere forti trionfano così sul fare moderno dei due fratelli, destinati al fallimento educativo.

Un’altra serie, The middle, ma più amara della precedente, segue le vicende della famiglia Heck, che vive in una piccola cittadina dell’Indiana. La voce narrante è Frankie, che racconta ciò che succede alla famiglia, ogni puntata, infatti, si basa su un argomento differente, ma il punto focale della serie è la difficoltà di essere genitori. Frankie Heck, madre tradizionalista, lavora in una concessionaria d’auto con scarsi risultati nelle vendite e tutti i giorni ha a che fare con Bob, un collega innamorato di lei; è il personaggio di spicco della serie. Madre ansiosa e persecutrice. Suo marito è Mike Heck, il padre della famiglia. Arrendevole e pacifico. Lavora come manager in una cava, anch’essa soggetta alla crisi economica. Poi ci sono i figli: Axl Heck è il figlio maggiore, un teenager disinteressato  che gioca a football americano e basket e gira in boxer per casa. Spesso invita a casa i suoi due migliori amici, Sean e Darrin, e i tre si incollano al divano davanti alla tv. Axl rappresenta lo stereotipo del fratello più vecchio: sarcastico, pigro e critico verso i suoi fratelli. E molto ineducato, direi. Il suo principale divertimento è mettere in difficoltà la sorella Sue, che lui ritiene stupida e incapace. Al liceo Axl finge addirittura di non conoscerla, poiché se ne vergogna profondamente. Sue Sue Heck è la figlia, la più imbranata di casa. Ha una migliore amica, Carly, con la quale condivide le idee più strane. Sue è sempre impegnata in provini per attività extra scolastiche, però l’unica squadra nella quale riesce ad entrare è quella della corsa campestre. Al liceo crea il gruppo di cheerleader della squadra di wrestling, nella quale incontra Matt, che diventerà il suo secondo ragazzo. Ha il nome doppio perché all’anagrafe l’impiegato lo ha scritto due volte. Infine c’è Brick Heck, il figlio più piccolo di casa Heck. È un bambino molto particolare e passa tutto il suo tempo a leggere. Frequenta una classe per bambini speciali, ma non riesce a farsi nessun amico con cui giocare. Spesso ripete a bassa voce chinando la testa verso il basso le ultime parole delle frasi che pronuncia e presenta i sintomi di una forma di autismo. Di fatto, però, è il migliore elemento della famiglia, forse perché grazie ai suoi disturbi stupisce tutti con i suoi colpi di genio. abc-conferma-la-nona-stagione-per-the-middle

 

 

 

Pigli culinari estivi

Tempo d'estate, tempo d'insalate.

E non potrebbe essere altrimenti, se si considera che al tramonto, com'è naturale, si bolle più che a mezzogiorno. Anzi l'aria è ancora più rarefatta e pesa come un coperchio su una pentola di chioccioline appena ripulite che,
libere dalla bava rassodata, tentano inutilmente di sollevarlo per la fuga.

Dunque stamani, quando la luce del giorno era ancora nella fase crepuscolare, si sono lessati, ma non scotti, due etti e mezzo di riso da insalata con una spruzzata di dado vegetale, fatto in casa, e una spolverata di pepe bianco a fine cottura. Nel frattempo si sono tagliati in quarti 5 fette di una melanzana tunisina, una manciata di funghi porcini e 4 zucchini, destinati ad una griglia ustionante come il sole di questi giorni. Conditi con pochissimo olio extravergine e qualche foglia di basilico, ma solo a grigliatura ultimata, sono stati a dimora in attesa che il riso cuocesse e poi raffreddasse. Raggiunta la temperatura ambiente(cioè sempre calda), si è proceduto con l'incorporamento di tutti gli ingredienti: riso, funghi, melanzane e zucchini. Per colorare la pietanza, una pioggerella di mais, una grandinata di prosciutto cotto a dadini e 4 cucchiai di maionese leggera(dicono). Altre foglioline di basilico a guarnizione e, ben sigillata dentro una ciotola stile tupperware, ma in vetro, l'insalata è stata ibernata nel frigo che, rispetto all'esterno, pare un Cocito elettrico.

Si deve pur sopravvivere, no?

Domenica di Carmelo

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Si può dire che oggi è il mio primo giorno di vacanza dopo quasi un mese di commissione d’esame. 

Il silenzio del mattino è stato squarciato dall’alborata delle sette, dedicata alla Madonna del Carmelo, a cui il mio paesello è assai devoto. E subito dopo da fragorosi tuoni, che hanno alleggerito l’afa dei giorni scorsi grazie a una spruzzata di pioggia. 

Prevedo già l’arrivo della telefonata di MariaNeve, che mi invita a partecipare alla processione religiosa di stasera; lei fa parte della confraternita femminile del Carmelo ed è suo obbligo partecipare, pena il pagamento di una multa di 10 euro. Conoscendo la sua taccagneria, sono sicuro che non  rinuncerà, a meno che non la colga uno dei suoi attachi di cervicali. Ma in ogni modo MariaNeve riuscirebbe a farla franca: o accamperebbe il pretesto dell’accudimento della Madre tiranna o circuirebbe con moine varie il capo dei capi della congregazione. È anche vero che rinunciare equivarrebbe a perdersi un’altra occasione di taglio e cucito sui compaesani o dì teatrino durante la processione: in una occasione ricordo che uscì fuori dalla squadriglia delle sorelle di fede, si pose  a spartifila e fece una piazzata a tutti quelli che non mantenevano la diritta, o perché persi nei loro pensieri o impegnati a chiacchierare. L’ordine durò giusto il tempo della piazzata e poi tutto tornò come prima. Io, in quel momento, avrei voluto che l’asfalto si fosse spaccato a metà, inghiottendomi voracemente. 

Con MariaNeve la parola d’ordine è imprevedibilità.

Zap zap

Dopo più di dieci anni di onorata carriera il mio notebook ha esalato l’ultimo respiro: lentezza nell’avvio(anche 20 minuti), svenimenti improvvisi, attacchi cardiaci, crisi catatoniche durante la navigazione e, ultimamente, immagini e icone sgranate o danzanti sullo schermo come su una pista da ballo. A nulla i controlli dell’ antivirus, che ad oggi non segnala la presenza di morbi vari. Così oggi pomeriggio, sotto un sole cocente, appena stemperato dall’aria condizionata dell’automobile, con una parte del bonus destinato ai docenti e una cospicua sommetta accumulata nei mesi invernali, dopo prolisse, sfiancanti e noiose consultazioni con esperti di informatica disinteressati, ho ordinato il nuovo notebook. Tra due giorni il marchingegno infernale, eppure utile, rimpiazzerà il vecchio. Sono, tuttavia, dispiaciuto. Mi rincresce separarmi da uno strumento, che in un certo senso fa parte della mia vita. Quasi tutti i vecchi post li ho scritti zappando impietosamente la sua tastiera, anzi posso dire che il vecchio notebook e il blog hanno la stessa età.

Mi auguro che la stessa fine non tocchi al blog.

Voci precedenti più vecchie

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