“Sepolcri” ’18

Il consueto tour tra le chiese(vuote durante le celebrazioni, strapiene di sera)di Palermo alla ricerca di sepolcri...

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San Nicolò all’Albergheria
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San Cataldo
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Santa Maria dell’Ammiraglio
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San Cataldo
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Chiesa del Gesù

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Incoronazione di spine

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Un angelo
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Assunta
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Chiesa di Maria SS. del Lume; scenograficamente fa effetto, ma i fiori sono finti. Orrore!

Tenebre e luce

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Il viola del lutto ricopre già parte della mia parrocchia; tutte le statue dei santi, avvolte da teli violacei, sono irriconoscibili, sembrano mummie. È cominciata la settimana del mistero pasquale: dagli inferi alla luce. E fa sempre un certo effetto quest’inferno che si fa terra, e forse lo è, e l’attesa della luce. Una metafora di quello che viviamo quotidianamente. 

“…quando i vivi superstiti non bastano”

Oggi si celebrano la Giornata mondiale della Poesia e la Giornata Nazionale della Memoria e dell’Impegno… e anche della Primavera, ma qui in Sicilia è ancora inverno. Tuttavia per chi ama la poesia è sempre primavera. Ho scelto una poesia di Ghiorgos Seferis, che ho rinvenuto in un vecchio libro di epica del 1993, mentre preparavo una lezione sull’Odissea. Nella poesia il viaggio di Ulisse diviene metafora della difficoltà della vita del poeta, come dell’eroe, e di ogni uomo.

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Fortunato chi fece il viaggio d’Odisseo.
Fortunato se salda, alla partenza, sentiva la corazza d’un amore distesa nel suo corpo, come le vene dove mugghia il sangue.
D’un amore di ritmo indissolubile, invitto come la musica, perenne perché quando nascemmo nacque e quando moriamo, se muore, non lo sappiamo né altri lo sa.
Prego Dio che m’aiuti a dire, in un momento di gran felicità, quale sia quest’amore:
siedo talora avvolto dall’esilio, e sento il suo remoto muggito come il suono del mare mescolato al fortunale strano.
E si presenta ancora innanzi a me il fantasma d’Odisseo, gli occhi rossi dal salmastro e da una brama matura: rivedere ancora il fumo che affiora dal calore della casa e il suo cane invecchiato che aspetta sulla porta.
Sta, gigantesco, e mormora di tra la barba imbianchita parole della nostra lingua, quale già la parlavano tremila anni fa.
Stende una mano incallita dalle gomene e dalla barra, con la pelle segnata dal tramontano dall’afa e dalle nevi.
Sembra che voglia scacciare di mezzo a noi il Ciclope titanico, monocolo, le Sirene che dànno, se le ascolti, l’oblio, Scilla e Cariddi:
tanti intricati mostri, che ci tolgono l’agio di pensare ch’era un uomo anche lui che lottò dentro il mondo, con l’anima e col corpo.
È il grande Odisseo: colui che disse di fare il cavallo di legno – e gli Achei presero Troia. M’immagino che venga a insegnarmi come fare un cavallo di legno anch’io, per conquistare la mia Troia.
Parlo basso e tranquillo, senza sforzo: sembra che mi conosca come un padre,
o come uno di quei vecchi marinai che appoggiati alle reti (era burrasca e incolleriva il vento) mi dicevano, al tempo dell’infanzia, il canto d’Erotòcrito con le lacrime agli occhi– io tremavo nel sonno udendo il fato avverso d’Aretí discendere i gradini di marmo.
Mi dice l’ardua angoscia di sentire le vele della nave gonfie della memoria e l’anima farsi timone.
Ed essere solo, occulto nel buio della notte, a deriva, come festuca all’aia.
L’amaro di vedere naufragati fra gli elementi i cari, dispersi: ad uno ad uno.
E come stranamente ti fai forte a parlare coi morti, quando i vivi superstiti non bastano.
Parla…rivedo ancora le sue mani che sapevano, a prova, se la gòrgone di prora era ben fatta donarmi il mare senza flutti azzurro nel cuore dell’inverno.

Ghiorgos Seferis
(Traduzione di Filippomaria Pontani)
da Quaderno d’esercizi, 1928-1937

Cene, altari e tavolate

Domani si festeggerà San Giuseppe e già da circa una settimana sono state allestite le “Tavolate di San Giuseppe”, che assumono vari nomi in base alla località, in cui  è radicata questa tradizione: cene, altari, tavolate, tavoli. Sulle mense, spesso aperte al pubblico, si trovano cibi poveri, quasi tutti a base di verdure locali e formaggi. Niente carne, per ovvie ragioni quaresimali. Nel palermitano si usa gustare la pasta con sarde, finocchi e uva passa e, come dolce, la sfincia, una frittella morbida ripiena di ricotta e di canditiUltimamente c’è qualche pasticcere, che si è inventato la sfincia con la panna. Un orrore. Nel mio centro si segue la moda della cucina palermitana, quindi per gustare le verdure cucinate e condite in mille modi è necessario spostarsi nell’entroterra. Stasera, invece, assisteremo alla tradizionale “Vampa”, un grandissimo falò di ramoscelli di ulivo. Quest’anno, però, rigorosamente transennata, dopo il tentativo, lo scorso anno, di un malato di mente di suicidarsi, gettandosi tra le fiamme.

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Sculture di pane ornano l’altare
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Altare di San Giuseppe
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San Giuseppe dormiente
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Arco di pane

Sei fuori(Sanremo 18)

Fisso, anche quest’anno, l’appuntamento con il festival di Sanremo, ma non costante la mia presenza davanti allo schermo. La vita mostra le sue urgenze e al mattino, inoltre, non si può certamente stare a poltrire sotto il piumino, perché la sera la si è prolungata ascoltando le ugole pop nostrane. Però un’idea generale me la sono fatta: Claudio Baglioni ha restituito dignità alla musica italiana del Festival e non tanto e non solo perché ha convocato grandi firme e voci, ma perché ha bandito(quasi)dal palco quel surplus extramusicale, che da anni inquina lo spettacolo sanremese: la satira politica, lo spazio comico affidato all’istrione di turno, la top model straniera incapace di articolare una parola in italiano, le fantomatiche proteste di gruppi, associazioni e ong alla ricerca di fondi e visibilità e tutti quei cavoli a merenda che alla musica poco afferiscono. Perciò si può definire certamente un festival fondamentalmente musicale e pacifico, a prescindere dai gusti musicali degli spettatori. Ed anche equilibrato nella scelta dei partecipanti alla gara: convivono, infatti  tradizione e innovazione, sperimentalismo giovanile e certezza della tradizione melodica italiana. Sicuramente Baglioni ha voluto evitare che il festival risultasse ingessato(già è sufficiente la sua pallida e ieratica presenza sul palco)e, perciò, ha scelto la fastidiosissima voce della Hunziker, che fora i timpani con le sue mitragliate, e un grande attore nostrano, quale Favino, che ha confermato, qualora ce ne fosse stata la necessità, di essere artisticamente versatile.san_remo21260post

Sul versante delle canzoni ho trovato felice già al primo ascolto il pezzo del gruppo “Lo stato sociale”; non si tratta di chissà quali eccellenze vocali, ma il testo è specchio del difetto tutto italiano di indulgere ai difetti e ai vizi dilaganti di questo nostro mondo contemporaneo, incapace di chiudere le porte in faccia agli incapaci e incompetenti sul piano politico, sociale, economico. Qualcuno ha scritto che il gruppo è la metafora dei pentastellati. Pur nel suo evidente populismo il pezzo, grazie alla musica trascinante e alla gag della ballerina ottantaquattrenne, spicca per originalità e verve. Per me è stata una scoperta il giovane Renzo Rubino, che si è esibito con un pezzo intimistico centrato sul tentativo di far dialogare due genitori separati, forse quelli del cantautore stesso. Retorici Moro e Meta, furbissimo Ron con un pezzo di Dalla. Ho trovato infelici, poi, le presenze degli ex-Pooh e di Elio.

Ma questi son gusti personali e perciò non fanno testo.