Rosalia bambina

Il tema della fanciullezza della Santuzza ha avuto anche un risvolto sociale: il dovere morale di tutelare l’infanzia, ma anche le persone che cercano rifugio nel nostro Paese. Si comprende chiaramente come quest’ultima interpretazione costituisca una vera e propria forzatura politica. A prescindere dalla condivisione di ciò, si può comunque apprezzare il valore artistico e culturale dell’iniziativa. Posto qui alcune foto fornitemi dai miei amici. Da anni non partecipo al Festino, non tollerando la calca della folla e la temperatura afosa di luglio, ma alle foto non rinuncio.

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“Sepolcri” ’18

Il consueto tour tra le chiese(vuote durante le celebrazioni, strapiene di sera)di Palermo alla ricerca di sepolcri...

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San Nicolò all’Albergheria

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San Cataldo

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Santa Maria dell’Ammiraglio

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San Cataldo

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Chiesa del Gesù

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Incoronazione di spine

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Un angelo

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Assunta

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Chiesa di Maria SS. del Lume; scenograficamente fa effetto, ma i fiori sono finti. Orrore!

Tenebre e luce

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Il viola del lutto ricopre già parte della mia parrocchia; tutte le statue dei santi, avvolte da teli violacei, sono irriconoscibili, sembrano mummie. È cominciata la settimana del mistero pasquale: dagli inferi alla luce. E fa sempre un certo effetto quest’inferno che si fa terra, e forse lo è, e l’attesa della luce. Una metafora di quello che viviamo quotidianamente. 

“…quando i vivi superstiti non bastano”

Oggi si celebrano la Giornata mondiale della Poesia e la Giornata Nazionale della Memoria e dell’Impegno… e anche della Primavera, ma qui in Sicilia è ancora inverno. Tuttavia per chi ama la poesia è sempre primavera. Ho scelto una poesia di Ghiorgos Seferis, che ho rinvenuto in un vecchio libro di epica del 1993, mentre preparavo una lezione sull’Odissea. Nella poesia il viaggio di Ulisse diviene metafora della difficoltà della vita del poeta, come dell’eroe, e di ogni uomo.

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Fortunato chi fece il viaggio d’Odisseo.
Fortunato se salda, alla partenza, sentiva la corazza d’un amore distesa nel suo corpo, come le vene dove mugghia il sangue.
D’un amore di ritmo indissolubile, invitto come la musica, perenne perché quando nascemmo nacque e quando moriamo, se muore, non lo sappiamo né altri lo sa.
Prego Dio che m’aiuti a dire, in un momento di gran felicità, quale sia quest’amore:
siedo talora avvolto dall’esilio, e sento il suo remoto muggito come il suono del mare mescolato al fortunale strano.
E si presenta ancora innanzi a me il fantasma d’Odisseo, gli occhi rossi dal salmastro e da una brama matura: rivedere ancora il fumo che affiora dal calore della casa e il suo cane invecchiato che aspetta sulla porta.
Sta, gigantesco, e mormora di tra la barba imbianchita parole della nostra lingua, quale già la parlavano tremila anni fa.
Stende una mano incallita dalle gomene e dalla barra, con la pelle segnata dal tramontano dall’afa e dalle nevi.
Sembra che voglia scacciare di mezzo a noi il Ciclope titanico, monocolo, le Sirene che dànno, se le ascolti, l’oblio, Scilla e Cariddi:
tanti intricati mostri, che ci tolgono l’agio di pensare ch’era un uomo anche lui che lottò dentro il mondo, con l’anima e col corpo.
È il grande Odisseo: colui che disse di fare il cavallo di legno – e gli Achei presero Troia. M’immagino che venga a insegnarmi come fare un cavallo di legno anch’io, per conquistare la mia Troia.
Parlo basso e tranquillo, senza sforzo: sembra che mi conosca come un padre,
o come uno di quei vecchi marinai che appoggiati alle reti (era burrasca e incolleriva il vento) mi dicevano, al tempo dell’infanzia, il canto d’Erotòcrito con le lacrime agli occhi– io tremavo nel sonno udendo il fato avverso d’Aretí discendere i gradini di marmo.
Mi dice l’ardua angoscia di sentire le vele della nave gonfie della memoria e l’anima farsi timone.
Ed essere solo, occulto nel buio della notte, a deriva, come festuca all’aia.
L’amaro di vedere naufragati fra gli elementi i cari, dispersi: ad uno ad uno.
E come stranamente ti fai forte a parlare coi morti, quando i vivi superstiti non bastano.
Parla…rivedo ancora le sue mani che sapevano, a prova, se la gòrgone di prora era ben fatta donarmi il mare senza flutti azzurro nel cuore dell’inverno.

Ghiorgos Seferis
(Traduzione di Filippomaria Pontani)
da Quaderno d’esercizi, 1928-1937

Cene, altari e tavolate

Domani si festeggerà San Giuseppe e già da circa una settimana sono state allestite le “Tavolate di San Giuseppe”, che assumono vari nomi in base alla località, in cui  è radicata questa tradizione: cene, altari, tavolate, tavoli. Sulle mense, spesso aperte al pubblico, si trovano cibi poveri, quasi tutti a base di verdure locali e formaggi. Niente carne, per ovvie ragioni quaresimali. Nel palermitano si usa gustare la pasta con sarde, finocchi e uva passa e, come dolce, la sfincia, una frittella morbida ripiena di ricotta e di canditiUltimamente c’è qualche pasticcere, che si è inventato la sfincia con la panna. Un orrore. Nel mio centro si segue la moda della cucina palermitana, quindi per gustare le verdure cucinate e condite in mille modi è necessario spostarsi nell’entroterra. Stasera, invece, assisteremo alla tradizionale “Vampa”, un grandissimo falò di ramoscelli di ulivo. Quest’anno, però, rigorosamente transennata, dopo il tentativo, lo scorso anno, di un malato di mente di suicidarsi, gettandosi tra le fiamme.

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Sculture di pane ornano l’altare

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Altare di San Giuseppe

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San Giuseppe dormiente

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Arco di pane