Alba arancia

38313342844_ea27943e3fUno dei piatti più prelibati della gastronomia siciliana è costituito dagli arancini. Tutti sappiamo che si tratta di supplì di riso in forma di arancia, contenenti all’interno sugo e o altra carne tritata, non tutti i siciliani però sanno che si dice, per l’appunto, arancini e non “arancine”. In tutta l’isola, infatti, il nome del piatto è un sostantivo femminile; si tratta di un ipercorrettismo che trova giustificazione nel frutto da cui prende il nome e che resiste nella tradizione linguistica locale a dispetto di un libro di Camilleri intitolato Gli Arancini di Montalbano.

Dunque arancini e non “arancine”. Però la Crusca propone una soluzione grammaticalmente diplomatica e perciò condivisibile. 

Isaia e dintorni

Oggi ritiro spirituale in vista del Natale. Meditazione su Isaia. I miei occhi monelli, come al solito, ogni tanto hanno cercato qualche distrazione fotografica. Grande assente MariaNeve. Tutti a chiedere di lei. Neanche fosse una star, o forse lo è ed io non lo so.

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Scatti d’Avvento cum corona

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Candela al limone

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Si corre

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Corona d’Avvento da me allestita per le monache; le candele provengono da un monastero di Pisa.

Il dolce San Martino

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Ricevo e pubblico la foto del dolce di San Martino, che l’amica Ornella mi ha gentilmente inviato. Lo ha realizzato una sua familiare. Non conoscevo questa tradizione davvero speciale.

In rete si legge che in Veneto è una tradizione diffusa: “La tradizione risale a moltissimi anni fa e inizia con la fondazione della chiesa dedicata a San Martino nel 1540. La festa prevede che, l’11 novembre, i bambini girino per le calli di Venezia a fare un gran baccano “battendo sanmartin” ovvero dandoci dentro con pentole e campanacci. Il tutto agghindati da corone di carta variopinta in testa. A tavola, invece, la festa si anima grazie al biscotto di frolla con la forma del santo a cavallo a brandire una spada, ritraendo il celebre “episodio del mantello”.

“Capo montagna dei Capi”

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Quanto tempo sia trascorso dall’ultima visita al santuario di Gibilrossa non è dato sapere; ho cercato di pescare nel pozzo nero della memoria, ma nessun risultato. Riaffiora qualche ricordo fanciullesco, fatto di merende pomeridiane e di ori e argenti luccicanti(sicuramente di ex voto), ma null’altro. Da fonti orali, che si affidano comunque alla memoria dei vecchi, ho saputo che ci si recava al santuario in occasione della festa dell’Assunta, ossia il 15 agosto; il resto lo si può apprendere dal link posto sotto la prima immagine, che oggi è conservata in una delle sale di Palazzo Abatellis a Palermo. Il resto è anche decadenza, incuria e vandalismo. Privato del trittico, che ritrae Maria, Sant’ Agata e santa Barbara, l’eremo resta un luogo senza storia e memoria, un blocco di pietra senza identità. Una grata protegge l’altare e tre statue, ben tre statue, che ritraggono Maria, tra cui una dormitio. La mia è stata una visita veloce ed estemporanea; credo di avere apprezzato più il panorama che il sito, anzi ho provato un’immensa tristezza. Troppa desolazione. Di luoghi e di umanità.