afFIORamenti

Oggi è stata una giornata di fiori: poetici e reali. Con i liceali del primo anno si è discusso di violette di febbraio come simbolo del desiderio, sempre ardente, di giovinezza da parte degli uomini e finalmente anche le fresie, quelle reali, sono sbocciate pur con ragguardevole ritardo, se si considera che la terra sicula è prodiga di fiori finanche a gennaio; probabilmente sul ritardo ha influito la sistemazione dei vasi in posizione non eccessivamente soleggiata e la poca profondità degli stessi, infatti gli steli sono cresciuti in maniera gigantesca allettandosi impietosamente. Ricordo di avere piantato bulbi di vari colori, ma attualmente predomina il bianco delle corolle appena orlate di un impercettibile lillà. Attendo intanto la fioritura degli altri boccioli, sperando mi riservino colori più vivaci. Il prossimo anno mi organizzerò diversamente, confinando i vasi in un luogo lontano dai miei occhi, in modo tale che lo strazio dell’attesa sia compensato dall’improvvisa scoperta della fioritura. In ogni caso è sempre fonte di gioia vedere nascere da un umile fusto verde, anche mal ridotto, un fiore così delicato; è allo stesso tempo una prova di resistenza a questa parentesi di solitudine e isolamento, un attrito di delicatezza alla generale volgarità dilagante a tutti i livelli. Con l’occhio rivolto a domani inneggio anche alla Terra, pur consapevole che un delicato fiore bianco nulla possa contro per esempio le isole di plastica che lucide fluttuano tra le acque degli oceani.

Sepolcri fai da te

Non essendo possibile quest’anno il giro attraverso i sepolcri(altari della riposizione)allestiti nelle chiese, me li sono autoprodotti in casa; pur avendo piantato i semi di grano in notevole ritardo, grazie alle temperature miti la germogliatura è ugualmente avvenuta e, dopo anni di tentativi a vuoto che mi avevano scoraggiato e spinto a non rinnovare la tradizione, il risultato è pressoché accettabile. Per una buona riuscita dei sepolcri è necessario usare contenitori né profondi, né bassi; un bordo di circa 6 cm evita che i germogli si allettino. Come base di coltura ho usato dell’ovatta, ma c’è chi adopera del terriccio. Ho innaffiato a spruzzo ogni tre giorni, riponendo i contenitori in un luogo mite, ma rigorosamente al buio. Stamani ho ornato i sepolcri con dei garofani, ma la nonna materna giustamente usava un rametto di fresie o di violacciocca: il peso dei garofani è, infatti, eccessivo per le fragili fibre del grano filiforme. In autunno ho piantato dei bulbi di fresie proprio in vista dell’ornamento, ma ad oggi neanche l’ombra di un bocciolo; soltanto foglie, foglie, foglie. Bulbi sterili o mia imperizia? Io intanto continuo ad attendere la loro fioritura.

La grazia delle cose false

Celebro questa piovosissima giornata della poesia con un gioiello, annerito dal tempo, di Marino Moretti.


Rosa della grammatica latina

che forse odori ancor nel mio pensiero

tu sei come l’immagine del vero

alterata dal vetro che s’incrina.

Fosti la prima tu che al mio furtivo

tempo insegnasti la tua lingua morta

e mi fioristi gracile e contorta

per un dativo od un accusativo.

Eri un principio tu: ma che ti valse

lungo il cammino il tuo mesto richiamo?

Or ti rivedo e ti ricordo e t’amo

perche’ hai la grazia delle cose false.

Anche un fior falso odora, anche il bel fiore

di seta o cera o di carta velina,

rosa della grammatica latina:

odora d’ombra, di fede, d’amore.

Tu sei piu’ vecchia e sei piu’ falsa, e odori

d’adolescenza e sembri viva e fresca,

tanto che dotta e quasi pedantesca

sai perche’ t’amo e non mi sprezzi o fori.

Passaron gli anni: un tempo di mia vita.

Avvizzirono i fior del mio giardino.

Ma tu, sempre fedele al tuo latino,

tu sola, o rosa, non sei piu’ sfiorita.

Nel libro la tua pagina e’ strappata, strappato

il libro e chiusa la mia scuola,

ma tu rivivi nella mia parola

come nel giorno in cui t’ho “declinata”.

E vedo e ascolto: il precettore in posa,

la vecchia Europa appesa alla parete

e la mia stessa voce che ripete

sul desiderio di non so che cosa:

Rosa, la rosa Rosae, della rosa…

Poesie [1919]

Il primo del ’21

Chi mi conosce sa quanto io detesti con tutto me stesso lo scoccare della mezzanotte del trentuno dicembre con tutti gli annessi e connessi che tale inutile baldoria comporta soprattutto per coloro che sono aristotelicamente affetti da pulsioni di socialità a tutti i costi; l’atmosfera pandemica di questi tristi tempi e i provvedimenti governativi hanno però sferrato un bel colpo basso agli illusi edonisti del brindisi di mezzanotte, costringendoci tutti, o quasi, a star rintanati nelle nostre tiepide case piuttosto che stipati nelle piazze o nei locali della movida italiana, europea ed extra, in attesa del passaggio di kronos. Sono però certo che grappoli di imbecilli, fregandosene altamente delle regole, si sono radunati laddove i controlli delle forze dell’ordine non potevano per forza di cose arrivare o le hanno sfidate per spirito oppositivo, inneggiando ad una libertà personale distortamente interpretata, sciamando nelle piazze o in luoghi ben in vista proprio allo scopo di farsi notare. Al contempo altrettanti stolti si sono riuniti a fare bagordi nelle case private, essendovi arrivati a due a due alla chetichella nelle giornate aranciate.

Son questi, purtroppo, gli unici pensieri, a dir poco velenosi, che mi sono passati per la testa stanotte e che, fortunatamente, in questo primo tramonto di gennaio son volati via, eppure non riesco a formulare alcunché di positivo e propositivo per questa giornata simbolica. So soltanto che mi son liberato di un peso emotivo, che ieri mi ha attanagliato per l’intera giornata. Oggi mi sento sereno e guardo fiducioso al futuro, malgrado le notizie relative alla situazione sanitaria del mio paesello non siano del tutto confortanti; la mia amica Marianeve mi ha appena aggiornato sulla situazione di tanti nostri compaesani, dai ricoverati in rianimazione ai positivi asintomatici. Precisa come un bollettino sanitario, costei riesce ad estorcere notizie a chicchessia, sia in modo diretto che indiretto. Nel tragico, perciò, c’è per me anche il comico, perché è un autentico scialo ascoltarla, mentre recita nomi come in una litania, tesse parentele e affinità tra i malati, indaga sulle modalità di contagio e sui possibili contatti tra infetti e sani. Se ciò sotto il profilo razionale collide con la mia sensibilità, sotto il profilo emotivo, invece, mi rassicura e mi orienta negli sporadici movimenti che sono obbligato a fare per le necessità quotidiane, soprattutto se è vero che, stando ai suoi informatori segreti e autorevoli, qualche debosciato, pur positivo, finge di non esserlo, pur di non rinunciare al proprio lavoro autonomo. Voglio pensare che tali figuri siano il frutto di dicerie letterarie popolari, alle quali la pur lucida Marianeve presta credito senza rendersene conto, ma si sa quanto l’uomo per il vil denaro sia disposto a vendersi finanche la propria madre.

Natale ’20

Come forse ho scritto in qualche post fa, quest’anno ho avuto più tempo per arricchire gli spazi della mia casa di luci e simboli natalizi; la fatica sarà notevole dopo il 6 gennaio, quando dovrò togliere l’albero e smontare il presepe, perché, se ho avuto più tempo per adornare gradualmente gli spazi, lo stesso non si potrà verificare a gennaio, sia per gli impegni scolastici(la ministra scolastica proclama un rientro dal vivo…), sia per quella sorta di torpore casalingo invernale, che si impadronisce di me a inizio d’anno. Ecco una carrellata di foto natalizie: un presepe ad alto rischio di assembramento umano, angelico e animale, il bambinello di cera tra luminosi fiori rossi, l’albero di Natale con palle e rose. Se non si fosse capito, adoro il vintage, perciò nella scelta di luci e colori cerco di scimmiottare la moda natalizia degli anni ‘70, ossia colori sgargianti e oggetti ai limiti del desueto. Ogni anno mi prometto di essere sobrio, ma proprio non ci riesco. Per me il Natale è un’occasione di fanciullezza felice, finalizzata a ricreare un’atmosfera innocente che tale non è più…