Il ’22

Auguri a tutti quelli che, come me, possono ancora immaginare che le diafane nubi imprimano le loro tenere gote sul cielo; che le aurore e i tramonti del sole siano torce in fiamme, ceppi per le decapitazioni del sole o letti della funebre notte; che la luna-chiocciola lasci su nel cielo la sua scia luminosa; che delle barche, logorate dal sole e dalle intemperie, siano ugualmente belle da ammirare, mentre immobili giacciono in secca in un canale senza uscita; che la pioggia autunnale sia il pianto dell’estate che va via; che i galletti ventaroli sui tetti delle case montino la guardia dei venti giorno e notte; che l’edera si abbarbichi sulle gronde a segnare percorsi di speranza e i glicini mostrino la loro uva in fiore nelle primavere non mature; che le colombe a passeggio sui tetti possano assomigliare a due suore scalze, che passeggiano per la via; che i gatti possano scorticare il silenzio delle stelle con i loro sviolinanti miagolii…

Chi lo desideri, continui nei commenti ad immaginare…personalmente ho preso spunto da un poeta che apprezzo sommamente.

Io non vedo altre vie d’uscita per la libertà del nostro essere più profondo.

Auguri a tutti!

“Nebbia mattinal fumare”

Ho scelto appositamente quest’immagine, scattata ieri mattina presto, mentre ero immerso nella nebbia mattutina delle 6.30, perché è indicativa del periodo che sto vivendo a livello personale e professionale. Tante volte ho fatto cenno alle incombenze familiari legate ai miei “vecchi”, che accudisco con abnegazione e amore smisurato, e pertanto non starò qui a enumerarle per l’ennesima volta; la novità più rilevante riguarda, invece, il mio lavoro scolastico, che è diventato ancora più gravoso degli anni passati. Non mi riferisco ai miei studenti, che di giorno in giorno fanno progressi e soltanto raramente mi fanno spazientire, ma ad un incarico extra, che le alte sfere della scuola mi hanno offerto di svolgere, ossia organizzare la didattica di tutto il liceo, in cui insegno. Trascorro gran parte del pomeriggio davanti ad una piattaforma ministeriale lavorando alla carta d’identità della scuola, quella che viene definita offerta formativa. Un lavoraccio immane, che prevede un continuo raccordo con tutta la colleganza e con gli altri “missi dominici” della scuola. Soltanto un incosciente come me, dati gli impegni familiari, poteva candidarsi per l’espletamento di questo incarico, ma la scelta è stata dettata da un atto di amore nei confronti della mia professione; a scuola non ho mai amato parassitare, vivere di rendita, stare in ombra e defilato o fluttuare in quella sorta di beata ignoranza del “non so che pesci prendere”o del “chiedo al collega più informato” o, peggio ancora, subire passivamente scelte altrui non sempre ben ponderate. A me piace essere protagonista attivo del mio lavoro a tutti i livelli: educativo, didattico, normativo… E in più io…a scuola devo ancora rimanere per un bel po’ di anni. Quindi, faccia a faccia con me stesso, mi sono fatto quattro conti e mi sono imposto di rivalutare il mio lavoro a 360 gradi. Non so se riuscirò in questo intento assai pretenzioso, ma profonderò tutto l’impegno possibile. Da qui la mia latitanza rispetto alla cura del mio e degli altrui blog; confesso di averne sofferto a tal punto che nei giorni scorsi ho ipotizzato di scrivere un post di pausa o di addio al mondo “bloggaro”, ma poi ho letto i messaggi di Angela La Maratoneta e di Alidada, che ringrazio di cuore per il pensiero, e, avendone ricevuto conforto e motivazione, ho deciso di desistere dalla scelta di silenziarmi. Mi auguro di poter riprendere piacevolmente a postare, ma non tutto dipende dalla mia volontà. Purtroppo o per fortuna nella mia vita il dovere ha sempre prevalso sul volere. Sic est.

RIfiCORforDIfi

Una catena linguistica proposta in tv mi ha fatto pescare dal mare dei ricordi scolastici il volto di Antonello, il migliore e il peggiore compagno di scuola delle medie, una tra le più rigorose del capoluogo siciliano, alla quale devo il fatto che i cinque anni liceali siano poi volati via senza perturbazioni di alcun tipo. Antonello era l’unico compagno in grado di farmi distrarre dalle lezioni e di farmi collezionare almeno tre rapporti disciplinari. Non è che io fossi uno stinco di santo, ma sicuramente lui aveva il potere di tirare fuori il diavoletto che in me c’è sempre stato e c’è. Eravamo un po’ come la miccia e la polvere da sparo. Il principale divertimento consisteva nell’imitare e canzonare alcuni professori e alcuni compagni. E la “satira” si svolgeva proprio durante le lezioni. Non eravamo compagni di banco e questo favoriva ancora di più la comunicazione a distanza fatta di sguardi, parole mute e segnali con le mani. I principali bersagli erano, sul versante dei professori, “quella” di musica e la supplente di lettere: la prima nell’immaginario di allora era la tipica strega malefica, tutta ossa, efelidi e baffetti, che ci dilaniava l’anima, costringendoci a tutti i costi a solfeggiare leggendo le note e a imparare le vite dei musicisti; l’altra era sgarbata e sguaiata all’inverosimile e amoreggiava apertamente con il “cugino”, professore di educazione tecnica nella stessa classe; costui di tanto in tanto si materializzava nella nostra aula e faceva il cicisbeo. I compagni, invece, venivano bersagliati o per particolari inflessioni della voce o per presunti difetti fisici. Del nostro gioco nessuno era consapevole o vittima diretta, perché questo si disputava tra me e lui e consisteva nel riuscire a fare l’imitazione migliore. Quando si rasentava il massimo della cattiveria, ossia si sfottevano i compagni in diretta, allora si ricorreva all’alfabeto farfallino: pronunciare ogni parola raddoppiando ogni sillaba con fa-fe-fi-fo-fu. Con tutta sincerità non sapevo fino alla scorsa sera che l’alfabeto di questo tipo fosse denominato farfallino, nonostante la conoscenza di alfabeti cifrati di ben più spessore culturale. Si tratta di una denominazione piacevolmente fono-onomatopeica, come se le parole pronunciate in quel modo somigliassero a delle farfalle, che invano tenti di acciuffare mentre svolazzano leggiadre. Antonello era un asso nell’uso di quel codice, io una schiappa. Dopo quei rapporti disciplinari (stile Mel ride durante la lezione e non segue la spiegazione dell’insegnante)ci ritirammo in buon ordine e la smettemmo di scimmiottare compagni e professori; ben altre avventure cialtronesche ci attiravano, ma fuori dalle aule scolastiche. La nostra alleanza di stupidi adolescenti degli anni ‘80 si mantenne compatta anche dopo le medie, nonostante avessimo scelto indirizzi di studio del tutto opposti; lui optò per un professionale non so per quale motivo. A scuola era abbastanza bravo, ancora più abile di me nel parafrasare, per esempio, l’Iliade nella versione di Monti e nello svolgimento dei compiti di matematica. A distanza di anni, per quel che io riesca a ricostruire con gli occhi di oggi, ossia di insegnante, ritengo che Antonello fosse il tipico alunno furbetto, capace di captare i desiderata didattici dei professori e di blandirli con la sua sciolta parlantina. A un anno dalla frequenza delle scuole superiori improvvisamente Antonello lasciò Palermo per questioni lavorative del padre. E da allora non ci siamo più visti o sentiti. Non credo sia stata vera amicizia, ma sicuramente con lui ho trascorso gli anni più leggeri della mia adolescenza. Antonello ha avuto un merito: rendere la mia visione del mondo più smaliziata, facendomi salutare per sempre la fanciullezza. Una di quelle figure che scandiscono le tappe della vita di una persona e a cui spetta un posto di rilievo nell’album delle fotografie dell’anima.

afFIORamenti

Oggi è stata una giornata di fiori: poetici e reali. Con i liceali del primo anno si è discusso di violette di febbraio come simbolo del desiderio, sempre ardente, di giovinezza da parte degli uomini e finalmente anche le fresie, quelle reali, sono sbocciate pur con ragguardevole ritardo, se si considera che la terra sicula è prodiga di fiori finanche a gennaio; probabilmente sul ritardo ha influito la sistemazione dei vasi in posizione non eccessivamente soleggiata e la poca profondità degli stessi, infatti gli steli sono cresciuti in maniera gigantesca allettandosi impietosamente. Ricordo di avere piantato bulbi di vari colori, ma attualmente predomina il bianco delle corolle appena orlate di un impercettibile lillà. Attendo intanto la fioritura degli altri boccioli, sperando mi riservino colori più vivaci. Il prossimo anno mi organizzerò diversamente, confinando i vasi in un luogo lontano dai miei occhi, in modo tale che lo strazio dell’attesa sia compensato dall’improvvisa scoperta della fioritura. In ogni caso è sempre fonte di gioia vedere nascere da un umile fusto verde, anche mal ridotto, un fiore così delicato; è allo stesso tempo una prova di resistenza a questa parentesi di solitudine e isolamento, un attrito di delicatezza alla generale volgarità dilagante a tutti i livelli. Con l’occhio rivolto a domani inneggio anche alla Terra, pur consapevole che un delicato fiore bianco nulla possa contro per esempio le isole di plastica che lucide fluttuano tra le acque degli oceani.

Il primo del ’21

Chi mi conosce sa quanto io detesti con tutto me stesso lo scoccare della mezzanotte del trentuno dicembre con tutti gli annessi e connessi che tale inutile baldoria comporta soprattutto per coloro che sono aristotelicamente affetti da pulsioni di socialità a tutti i costi; l’atmosfera pandemica di questi tristi tempi e i provvedimenti governativi hanno però sferrato un bel colpo basso agli illusi edonisti del brindisi di mezzanotte, costringendoci tutti, o quasi, a star rintanati nelle nostre tiepide case piuttosto che stipati nelle piazze o nei locali della movida italiana, europea ed extra, in attesa del passaggio di kronos. Sono però certo che grappoli di imbecilli, fregandosene altamente delle regole, si sono radunati laddove i controlli delle forze dell’ordine non potevano per forza di cose arrivare o le hanno sfidate per spirito oppositivo, inneggiando ad una libertà personale distortamente interpretata, sciamando nelle piazze o in luoghi ben in vista proprio allo scopo di farsi notare. Al contempo altrettanti stolti si sono riuniti a fare bagordi nelle case private, essendovi arrivati a due a due alla chetichella nelle giornate aranciate.

Son questi, purtroppo, gli unici pensieri, a dir poco velenosi, che mi sono passati per la testa stanotte e che, fortunatamente, in questo primo tramonto di gennaio son volati via, eppure non riesco a formulare alcunché di positivo e propositivo per questa giornata simbolica. So soltanto che mi son liberato di un peso emotivo, che ieri mi ha attanagliato per l’intera giornata. Oggi mi sento sereno e guardo fiducioso al futuro, malgrado le notizie relative alla situazione sanitaria del mio paesello non siano del tutto confortanti; la mia amica Marianeve mi ha appena aggiornato sulla situazione di tanti nostri compaesani, dai ricoverati in rianimazione ai positivi asintomatici. Precisa come un bollettino sanitario, costei riesce ad estorcere notizie a chicchessia, sia in modo diretto che indiretto. Nel tragico, perciò, c’è per me anche il comico, perché è un autentico scialo ascoltarla, mentre recita nomi come in una litania, tesse parentele e affinità tra i malati, indaga sulle modalità di contagio e sui possibili contatti tra infetti e sani. Se ciò sotto il profilo razionale collide con la mia sensibilità, sotto il profilo emotivo, invece, mi rassicura e mi orienta negli sporadici movimenti che sono obbligato a fare per le necessità quotidiane, soprattutto se è vero che, stando ai suoi informatori segreti e autorevoli, qualche debosciato, pur positivo, finge di non esserlo, pur di non rinunciare al proprio lavoro autonomo. Voglio pensare che tali figuri siano il frutto di dicerie letterarie popolari, alle quali la pur lucida Marianeve presta credito senza rendersene conto, ma si sa quanto l’uomo per il vil denaro sia disposto a vendersi finanche la propria madre.