Il dolce San Martino

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Ricevo e pubblico la foto del dolce di San Martino, che l’amica Ornella mi ha gentilmente inviato. Lo ha realizzato una sua familiare. Non conoscevo questa tradizione davvero speciale.

In rete si legge che in Veneto è una tradizione diffusa: “La tradizione risale a moltissimi anni fa e inizia con la fondazione della chiesa dedicata a San Martino nel 1540. La festa prevede che, l’11 novembre, i bambini girino per le calli di Venezia a fare un gran baccano “battendo sanmartin” ovvero dandoci dentro con pentole e campanacci. Il tutto agghindati da corone di carta variopinta in testa. A tavola, invece, la festa si anima grazie al biscotto di frolla con la forma del santo a cavallo a brandire una spada, ritraendo il celebre “episodio del mantello”.

“Capo montagna dei Capi”

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Quanto tempo sia trascorso dall’ultima visita al santuario di Gibilrossa non è dato sapere; ho cercato di pescare nel pozzo nero della memoria, ma nessun risultato. Riaffiora qualche ricordo fanciullesco, fatto di merende pomeridiane e di ori e argenti luccicanti(sicuramente di ex voto), ma null’altro. Da fonti orali, che si affidano comunque alla memoria dei vecchi, ho saputo che ci si recava al santuario in occasione della festa dell’Assunta, ossia il 15 agosto; il resto lo si può apprendere dal link posto sotto la prima immagine, che oggi è conservata in una delle sale di Palazzo Abatellis a Palermo. Il resto è anche decadenza, incuria e vandalismo. Privato del trittico, che ritrae Maria, Sant’ Agata e santa Barbara, l’eremo resta un luogo senza storia e memoria, un blocco di pietra senza identità. Una grata protegge l’altare e tre statue, ben tre statue, che ritraggono Maria, tra cui una dormitio. La mia è stata una visita veloce ed estemporanea; credo di avere apprezzato più il panorama che il sito, anzi ho provato un’immensa tristezza. Troppa desolazione. Di luoghi e di umanità.

Come una strada d’agosto

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“Signore, cosa mai ti dirò oggi che non ho niente da dirti? E che il mio cuore è secco come una strada d’agosto, piena di polvere e di sassi? No: peggio. Il sasso è bello, serba il ricordo delle rocce dei monti che il lungo rotolare, giù per i fiumi, ha arrotondato. Ha perso punte, spigoli e asprezze, ma ha serbato i colori venati e marmorati. Ve ne sono di bianchi, con il candore del marmo statuario, di rossi con l’accensione del porfido, di verdi, di gialli, di venati da diversi colori. Alcuni sbiancano di pallore lunare, altri si accendono di solari pagliuzze di quarzo. I ciottoli di ghiaia polverosa distendono i ricordi sulla strada. Calpestandoli calpesto una vetta di monte, resa umile e dolce dal suo percorso. Senza punte né asprezze più non offende il piede che, su di lei, riposa. Impastati col fango i sassi risanano la strada, fatta di buche scivolose e la rendono soda e compatta: una buona strada per il nostro cammino, una strada che sa di montagne, di fiumi, di mormorio e di silenzi, di giorni e notti quando i pesci affiorano a bere l’argento disciolto della luna. No, il mio cuore non ha la bellezza e la dolcezza del sasso, non canta venti e acque, non si piega dolcemente al servizio dei passi, il mio cuore non è strada d’agosto. Forse, Signore, è un nero asfalto ribollente, che odora solo di catrame e, tra le alte ali delle case, sa solo il rimbombo delle motorette nel traffico urbano fatto di fretta e di distrazione. E allora con gran rispetto il mio piede lo scansa e mi accorgo che il mio cuore non è più sasso o asfalto. O, meglio, mi accorgo che anche il sasso e l’asfalto hanno un cuore e mi accorgo anche di avere pregato, forse. Forse perché ascoltato le cose, ho ascoltato la vita e mi si è rotta la corazza che mi chiudeva in me, nascondendomi il sole che pure sopra seguitava a brillare. E allora, perforando le durezze, anche il mio filo d’erba è uscito a cantare la vita. È un esile filo di preghiera, che si è accorto di te. È bianco e fragile per il poco sole, fa ancora fatica a vivere, ma vivrà. Vivrà perché ogni strada ha il suo sole e ogni strada i suoi passi. Per quanto distratti frettolosi, viene il giorno che si accorgono dell’esile, dolce e intrepido filino d’erba e lo scansano col piede. Quel po’ di prato, che resiste in una situazione tanto avversa, è la nostra fatica di sopravvivere e vivere nel deserto di un mondo poco assuefatto alla preghiera. Assisti tu, Signore, questo po’  d’erba che fa verzicare il nostro cuore e dagli quel tanto di pioggia, di sole e di amore che gli consenta di vivere”. 

(Adriana Zarri, Il mio cuore è secco come una strada d’agosto, da Quasi una preghiera)

Flore terrae solutae

Le gote delle mie montagne sono come quelle di un cinquantenne dove campeggiano chiome settecentesche di canizie primaverile tra prati ricoperti di verde. Le mimose si tuffano lussureggianti finanche sui cigli delle strade di campagna, gareggiando con il giallo elettrico delle acetoselle. Spira già un’aria, che svela i segreti della terra. 

Epifaneve

Dopo quasi tre anni torna a fioccare la neve in Sicilia; avvezzi a un clima tendenzialmente caldo, tutti noi gioiamo al suo tocco lieve e silenzioso. Le prove tecniche di nevicata sono cominciate intorno alla mezzanotte, che è stata illuminata a giorno dai tipici lampi di bufera. Poi è calato il silenzio insieme al nevischio. Stamani i fiocchi autentici che, a brevi pause, hanno reso soffici tetti, case, alberi e automobili. Siamo rimasti quasi tutti intabarrati nel tepore delle case, a parte qualche incosciente che, privo di catene, ha trasformato la propria auto in una slitta, e la signorina Marianeve che, sfidando la bufera come un gatto delle nevi, ha creduto bene di epifanizzarsi a casa mia, prima del pranzo dei Magi, per sottoporre il suo lato B al lieve tocco delle dita di mia madre, storica esperta nell’arte delle iniezioni intramuscolari. A quanto pare un colpo di corrente le avrebbe provocato una sorta di contrazione muscolare dal dolore insopportabile. Com’è suo costume, Marianeve ci ha intrattenuti con il racconto delle sue ultime avventure familiari e lavorative, ha gustato un caffè espresso(alle 13!) e un dolcetto, si è, infine, dileguata inghiottita dalla candida falda nevosa, mentre mulinava la bufera. Soltanto dopo la visita è potuto cominciare il pranzo, reso ancora più gustoso dagli sbuffi di calore della stufa, compagna fedele di questi giorni di gelo.

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Quasi un presepe

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Montagne innevate

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Nel capoluogo