Chiodo(poetico)(s)c(hi)accia chiodo

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Già dall’alba di stamani mi son messo di buona lena a tessere le fila del lavoro scolastico di gennaio. Ho ultimato la correzione di un pacco di compiti sulla Divina Commedia e sto approfondendo una poesia di Cavalcanti, che sarà oggetto di una delle prove quadrimestrali. Per le versioni dal latino sto già sfogliando i miei  vecchi libri. Pur possedendo una miriade di guide e prove, come un mulo mi ostino ad elaborare i compiti da me medesmo meco soprattutto se si tratta di italiano. Penso che ogni classe abbia una fisionomia che le è propria e perciò i compiti devono essere calibrati su misura; nella fattispecie la classe da sottoporre alla prova è di quelle sveglie, perciò assegnerò un testo così arduo che non vorrei trovarmi al posto degli alunni il giorno del compito. Dopo aver costruito lo scheletro dei quesiti sulla poesia, m’è balenata in mente una sintesi balzana e folle della ballata cavalcantiana(di cui non menziono il titolo per ovvie ragioni di riservatezza): scrostando con il Rio Azzurro dell’estro il materiale calcareo dei manuali scolastici e delle pagine critiche, sono giunto, ancora una volta, alla conclusione che i poeti sono uomini e donne come tutti noi: nella ballata si inscena una tipica situazione sentimentale ed erotica, che suole essere denominata chiodo schiaccia chiodo. Y* si innamora di X, ma nel frattempo, in attesa che X corrisponda amorosamente alle mire espansionistiche, Y se la gode eroticamente con T e Z. Anzi, prima del momento lussurioso, Y rivela a T e Z di essere innamorato di X e chiede loro consigli per la conquista amorosa. Siamo nel Trecento e pare oggi. Quale sarebbe la reazione degli alunni se il quadrilatero YXZT fosse rappresentato proprio così nella cruda verosimiglianza realistica? Ma queste son idee mattutine, che evaporano ai primi tiepidi caldi invernali.

*Ho usato lettere alfabetiche al posto di nomi per il semplice fatto che non ho voluto colorare al maschile o al femminile eventuali responsabilità di natura libidinosa. 

Appello alle case editrici

Approfittando di un momento di pausa, tra i pochi possibili a scuola, voglio rivolgere un appello alle case editrici italiane, sia per valorizzare il lavoro degli autori dei libri di testo, sia per alleggerire quello dei docenti, nella fattispecie della secondaria di secondo grado.

Premesso che sono uno, in qualità di docente, che ritiene opportuno strutturare da sé le verifiche scritte da fare svolgere agli alunni, devo anche riconoscere che talvolta le guide fornite dalle case editrici sono caratterizzate da una discreta pregevolezza nella scelta dei contenuti e della struttura delle prove, pertanto mi piacerebbe, talvolta, e ripeto talvolta, pormi tra parentesi e assegnare agli studenti una verifica “altra” strutturata da una mente altra e con un linguaggio altro, in senso lato, differenti dai miei, anche per consentire ai ragazzi di misurarsi con altri “mondi”.

Non è possibile, ahimè: le prove delle guide cartacee sono reperibili, già svolte, in rete. Ergo, ieri, ho trascorso 5 ore della giornata a strutturare da me un compito d’italiano di argomento esclusivamente letterario, pur avendo a disposizione numerose guide didattiche.

Dunque è così di poco buon senso che le case editrici forniscano soltanto guide on line, a cui i docenti possano accedere con password? Non se ne può proprio più. 

Valenze


Nella mia nuova prima, che non fa parte della sezione storica in cui insegno da anni, è stato adottato un ottimo testo di grammatica valenziale.
Ottimo per noi docenti, ma non per gli allievi.
Perché?
-Alle medie si sono nutriti di grammatica normativa, quella che ha formato intere generazioni, ma, dicitur, non più adeguata alle nuove.
-Occorre soltanto un anno per smontare dalla testa la terminologia classica e proporre contestualmente la nuova.
-I test di grammatica, cui i ragazzi dovranno sottoporsi nel corso della loro carriera scolastica(tra un anno l’Invalsi) e lavorativa, sono modellati su quella normativa.

Mi hanno dato conferma del naufragio del libro adottato i due docenti che, due anni fa, hanno messo a ferro e fuoco il dipartimento, pur di far passare la proposta, e qualche giorno fa hanno confessato di essersi arenati.
E con loro gli alunni.

Poiché però non intendo soccombere alla farraginosità del linguaggio adoperato dal testo, riconoscendo comunque una certa validità alla proposta, che personalmente da anni sperimento nelle traduzioni e nel modo di insegnare grammatica, ho deciso di conciliare i due approcci.
Personalmente sono arciconvinto della strettissima connessione testo-valenza-funzioni-sistema-significato(segmento percorribile anche nel processo inverso).
Da anni insegno la grammatica tenendo conto di una visione olistica dei processi linguistici.
Perciò, invece di proporci un testo in parte inutilizzabile per la mole di informazioni che gli alunni devono imparare e per la stupidità degli esercizi proposti, gli autori non avrebbero potuto far convergere le due ottiche, la normativa e la valenziale?
Cosa peraltro che da secoli gli specialisti delle humanae litterae praticano?
Intanto mi toccherà distribuire esercizi in fotocopie, perché non posso accollarmi frasi da far analizzare del tipo “Paolo vive lo sport” accostata a “Paolo vive felice e contento”.

Guide…indifferenti


Ieri ho riaperto “Gli indifferenti” di Moravia, per preparare una bella tosta analisi testuale, commissionatami dai colleghi, per delle classi quinte.
Di fatto non ho scritto nulla, né ho trovato alcunchè sui libri che di solito vengono dispensati agli insegnanti a mo’ di guida didattica.
Le idee c’erano, come i collegamenti.
Uno fra tutti il parallelismo fra i personaggi “senili” di Svevo e gli indifferenti di Moravia.
E poi la straordinaria struttura a due voci su un unico binario narrativo, il gioco fra il “dichiarato” e il “pensato”.
Le forze, però, non mi consentivano di continuare a studiare.
Per una volta avrei voluto parassitare all’ombra di una bella pagina strutturata, scansionare, salvare in pdf e darla in pasto ai colleghi per gli eventuali aggiustamenti.
Nulla, non ho trovato proprio nulla su Moravia.
Sul versante primonovecentesco le guide abbondano fino alla nausea di brani di Svevo e Pirandello, si spingono poi verso Calvino, Fenoglio.
Poi, a iosa, autori stranieri.
E gli altri italiani?
Zero.
Insomma, come ho sempre ipotizzato, le guide didattiche delle superiori sembrano copia della copia del già detto e del già fatto.
Appena avrò tempo, giuro, mi dedicherò personalmente a curare una dispensa di analisi testuali desunte da classici in prosa di una certa statura, ma ignorati dai libricini pronto soccorso per insegnanti.
Ché se uno sta spirando, loro ti danno il colpo di grazia.
Posto uno stralcio di cocente realtà: Carla sta per diventare l’amante/fidanzata dell’amante(Leo) della madre; quest’ultima, per ironia tragica, presentisce qualcosa di bello per la figlia, mentre non sa che…

Giocavi con le bambole” continuò la madre; “le cullavi
facendomi cenno di non parlare, dicendomi che dormivano.”
Ella si ferma a metà di queste sue patetiche evocazioni e fissa
Carla: “Speriamo che possa farlo un giorno con le bambole di
carne e ossa.”
“Sì ,mamma, speriamo” rispose la fanciulla tra impacciata e
pietosa.
“Veramente Carla” insistette la madre come se avesse voluto
convincerla di una grande e profonda verità; “veramente
non ho che un solo desiderio … che tu ti sposi … poi sarò
felice … ”
Carla sorrise: “Tu … ma io sarei felice?” pensa; “Sì,va bene”
rispose abbassando la testa; “ma per sposarmi bisogna essere in
due … io e lui.”
“Lui verrà” esclama la madre fiduciosissima; “anzi … guarda
… ti sembrerà ridicolo … ma ho come un presentimento che
in questo tuo nuovo anno, ti sposerai … o per lo meno ti fidanzerai
… ho questa idea … chi sa perché, sono di quelle cose che
non si spiegano … e vedrai che si realizzerà.”
“Qualche altra cosa si realizzerà” avrebbe voluto rispondere
Carla; e pensava alla sua decisione di darsi a Leo quel giorno
stesso; l’incomprensione della madre le dava il senso doloroso
di una cecità e di una oscurità nella quale essi tutti si trovavano
avvolti senza speranza di liberazione; sorrise e fermamente
rispose: “Certo, qualche cosa dovrà pur succedere.”
“Ne ho il presentimento” ripeté la madre convinta; “e questi
fiori dove li mettiamo?”
Misero i fiori in un vaso e passarono in anticamera; c’era
poca luce, la stretta vetrata della scala era velata da una tenda
rossa, l’ombra empiva gli angoli bianchi; sedettero sopra un
divano. “E dimmi” domanda subito la madre, “come ti è sembrata
Lisa ieri sera?”
“Come mi è sembrata? come il solito.”
“Ti pare?” disse la madre dubitosa; “io l’ho trovata più grassa… e poi non so … invecchiata.”
“Ma … non mi pare” rispose Carla; aveva capito dove voleva
andare a parare la madre: “E’ di me, mamma, che dovresti essere
gelosa” pensa; “non di Lisa.
” (A. Moravia, Gli indifferenti, 1929)

Vecchio e nuovo


Il 2012 è un anno decisivo per le adozioni dei libri di testo, vuoi per il vincolo del sessennio, vuoi perché il quadro normativo è mutato profondamente, per non parlare del periodo storico-culturale attuale, che definire vorticoso è un eufemismo.
Il profilo dei ragazzi, di anno in anno, muta(non c’è alcun giudizio di merito), mutiamo noi docenti.
Sono mutato anch’io per una serie di ragioni interne ed esterne e crollata è la sicumera con cui, negli anni passati, affrontavo la fase delle adozioni.
Il libro più difficile da scegliere è il manuale di letteratura italiana per il triennio; per le altre materie ho le idee chiarissime.
Nei ritagli di tempo sto consultando libri di testo di diverse case editrici, sono quasi tutti libri pregevoli, convinto profondamente che in realtà a conferire loro pregio rimanga sempre il docente, che guida i ragazzi a orientarsi tra le pagine di un manuale. E contestualmente come ignorare le esigenze dei ragazzi sul piano della fruibilità di pagine che comunque devono essere lette, analizzate e studiate da loro medesimi?
La scelta si polarizza intorno a due estremi: la scelta egocentrica del docente che adotta il manuale che gli piace, quella saggia che tiene anche conto delle mutate condizioni storico-culturali in senso ampio.
L’ideale è la via di mezzo, ma a trovarla…
Perché la scelta più problematica riguarda il manuale per il triennio?
Da almeno 15 anni vengono stampati manuali faraonici fino ad otto volumi con appendici varie, di cui il 50% per cento, nel corso del triennio, rimane per lo più intonso; ho scoperto che ai ragazzi(e ai genitori) ciò dà fastidio, dal momento che per l’acquisto spendono somme considerevoli.
Ma anch’io, da qualche tempo, provo un senso di colpa asfissiante, perché io comunque ho adottato i testi e pertanto ne sono, moralmente, il responsabile.
Di assegnare pagine senza avere spiegato almeno il “sugo” non se ne parla neanche, a parte che i ragazzi non le studierebbero.
Si aggiunge poi un’altra variabile: il monte ore annuale, riservato a ciascuna disciplina, viene eroso quotidianamente da una miriade di impegni e fattori perturbanti, che vanno dalla proiezione cinematografica al dibattito(su un tema sociale, letterario, scientifico, etc…), dal progetto mattutino all’orientamento universitario, dalla manifestazione allo sciopero, dai ponti alle assemblee e potrei continuare.
Quindi la questione che mi preme è: riusciranno i ragazzi a studiare serenamente e approfonditamente per un triennio 8 volumi di letteratura?
So che falliranno e, come loro, anch’io.
Pertanto ho deciso, ma aspetto il conforto di qualche collega, di orientarmi verso un manuale in 4 volumi, uno per il terzo, uno per il quarto e due per il quinto anno; ce ne sono tanti e belli e pure i titoli sono accattivanti.
Esso deve contenere un quadro storico sintetico, un ricco discorso su forme, generi e temi, uno spazio adeguato per gli autori, discreta antologia con esigui marchingegni di analisi, mappe concettuali, immagini a iosa e, per obbligo di legge, una parte sul web.

D’altro canto ai miei tempi(anni 80′) ero in possesso soltanto di un manuale di storia letteraria(volume unico) e un testo di antologia per ogni anno del liceo.
Io come tanti altri ragazzi di allora.
Eppure le nostre conoscenze letterarie non erano certo da buttare nella spazzatura.

(Nell’immagine una pagina ingiallita del mitico Pazzaglia)