Americanate(?)

In questi giorni di caldo mi sto facendo una cultura di serie americane televisive molto leggere, delle americanate, tanto per intenderci.

La prima volta si è trattato di un incidente pomeridiano causato dalla voglia matta di leggerezza; specialmente dopo gli esami di stato, la mia testa, piena di fanciullini pascoliani, oltreuomini nicciani, superuomini dannunziani e guerre mondiali, si rifiutava letteralmente di impegnarsi in alcunché di intellettuale. Dopo la paccottiglia letteraria, quella che definisco prodotto commerciale di letteratura, tra questi i volgarizzamenti degli studenti agli esami di stato, ecco quella televisiva, fatta di finzioni filmiche ironiche e paradossali, nelle quali il genio americano eccelle.

Le serie da me viste ruotano tutte intorno alle relazioni umane in genere e nella fattispecie familiari. Ricordano, ma solo per tipologia strutturale, per durata e per spirito comico, quelle degli anni ’70 e ’80, ma di quel buonismo pacioso familiare non conservano nulla. Nelle attuali sitcom domina il tema della disgregazione familiare e delle relazioni umane fragili, la rappresentazione di famiglie atipiche, il trionfo dell’individualismo e dell’egoismo più sfrenato. La cifra stilistica che le accomuna è il paradosso e l’iperbole. Le serie in questione riescono molto spesso a strapparti un sorriso, ma costituirebbero sicuramente materia per un trattato sociologico. Si tratta, infatti, di personaggi problematici, che rispecchiano probabilmente la mutazione antropologica e sociale in atto in questa nostra età del post postmoderno. Genitori che non riescono a comportarsi da genitori, madri iper-ansiose, che vorrebbero gestire la vita dei figli fino ad assumere comportamenti stalkerizzanti e persecutori, educatori incapaci, abili magari nell’arte del fancazzismo, ma inadeguati a svolgere il loro compito sociale, figli nevrotici inetti allo studio e all’impegno, impermeabili ai moniti genitoriali e in seria difficoltà nell’affrontare la vita e intrecciare relazioni umane autentiche.

1200px-Two-and-a-half-men.svgLa più spassosa è la serie Due uomini e mezzo, i cui protagonisti sono due fratelli, Charlie e Alan. Questi, dopo la separazione, va a vivere insieme al piccolo figlio, Jack, dal fratello Charlie, single incallito e dongiovanni parossistico. Ogni episodio pone un problema quotidiano da risolvere, che è il pretesto per inscenare il rapporto conflittuale tra i due fratelli e quello tra padre e figlio. Charlie e Alan hanno, infatti, caratteri sideralmente distanti. Il primo è estroverso, brillante, dongiovanni incallito, l’unica preoccupazione è conquistare le donne carine che gli capitano a tiro. Che sia la maestra del nipote o il medico del pronto soccorso, Charlie sfodera le sue armi da conquistatore, suscitando al contempo l’invidia del fratello che, dopo la separazione, non riesce ad avere più successo con le donne. Alan è, invece, cupo, problematico, talvolta succube dei propri sensi di colpa. Un ruolo particolare ha il piccolo Jake, un mostriciattolo di spontaneità, che, nonostante gli sforzi educativi del padre, riesce sempre ad essere un fior di birbone. In un episodio dal sapore terenziano la tata lo costringerà a pulire da cima a fondo la tavolozza del water, che puntualmente diventa laido per l’ eccessiva foga intestinale del piccolo. Soltanto la mascolina tata è riuscita nell’impresa, a differenza degli altri due uomini di casa, il padre, eccessivamente prono ai consigli degli psicologi, e lo zio, indifferentemente permissivo. Le maniere forti trionfano così sul fare moderno dei due fratelli, destinati al fallimento educativo.

Un’altra serie, The middle, ma più amara della precedente, segue le vicende della famiglia Heck, che vive in una piccola cittadina dell’Indiana. La voce narrante è Frankie, che racconta ciò che succede alla famiglia, ogni puntata, infatti, si basa su un argomento differente, ma il punto focale della serie è la difficoltà di essere genitori. Frankie Heck, madre tradizionalista, lavora in una concessionaria d’auto con scarsi risultati nelle vendite e tutti i giorni ha a che fare con Bob, un collega innamorato di lei; è il personaggio di spicco della serie. Madre ansiosa e persecutrice. Suo marito è Mike Heck, il padre della famiglia. Arrendevole e pacifico. Lavora come manager in una cava, anch’essa soggetta alla crisi economica. Poi ci sono i figli: Axl Heck è il figlio maggiore, un teenager disinteressato  che gioca a football americano e basket e gira in boxer per casa. Spesso invita a casa i suoi due migliori amici, Sean e Darrin, e i tre si incollano al divano davanti alla tv. Axl rappresenta lo stereotipo del fratello più vecchio: sarcastico, pigro e critico verso i suoi fratelli. E molto ineducato, direi. Il suo principale divertimento è mettere in difficoltà la sorella Sue, che lui ritiene stupida e incapace. Al liceo Axl finge addirittura di non conoscerla, poiché se ne vergogna profondamente. Sue Sue Heck è la figlia, la più imbranata di casa. Ha una migliore amica, Carly, con la quale condivide le idee più strane. Sue è sempre impegnata in provini per attività extra scolastiche, però l’unica squadra nella quale riesce ad entrare è quella della corsa campestre. Al liceo crea il gruppo di cheerleader della squadra di wrestling, nella quale incontra Matt, che diventerà il suo secondo ragazzo. Ha il nome doppio perché all’anagrafe l’impiegato lo ha scritto due volte. Infine c’è Brick Heck, il figlio più piccolo di casa Heck. È un bambino molto particolare e passa tutto il suo tempo a leggere. Frequenta una classe per bambini speciali, ma non riesce a farsi nessun amico con cui giocare. Spesso ripete a bassa voce chinando la testa verso il basso le ultime parole delle frasi che pronuncia e presenta i sintomi di una forma di autismo. Di fatto, però, è il migliore elemento della famiglia, forse perché grazie ai suoi disturbi stupisce tutti con i suoi colpi di genio. abc-conferma-la-nona-stagione-per-the-middle

 

 

 

Il bonus

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Secondo quanto prescritto da una nota ministeriale ad hoc, che prescrive come ultima data utile il 31 agosto, ho presentato in segreteria la rendicontazione della somma di 500 euro, che la legge 107 ha destinato ai docenti per l’auto-aggiornamento. Il tutto stamani, di buon mattino.

Gli uffici erano pressoché deserti di personale amministrativo, silenziosi; anche la postazione del protocollo vuota, tant’è che mi ha fornito assistenza una tipica figura tuttofare, armata di buona volontà, che mi ha rassicurato sul fatto che in giornata avrei ricevuto in casella elettronica il mio numero di riferimento. Il tuttofare ha probabilmente letto nel mio sguardo infuocato il palese disappunto per il differimento della pratica e, a suo modo, ha cercato di ammansirmi, rivangando il mio incarico estivo di sostituto del dirigente, espletato qualche anno fa, e ricordando la mia proverbiale tendenza alla precisione. Prima della consegna ho provveduto a fotocopiare tutti i documenti contabili(fatture, ricevute e scontrini), consapevole che negli uffici statali vi sono particolari sabbie mobili in grado di inghiottire tutto.

Ai 500 di spesa richiesti mancano soltanto 14 euro, che non sono riuscito a piazzare per indolenza. Ho acquistato soltanto libri cartacei e audiolibri, i primi per colmare qualche lacuna nello scaffale dei classici, gli altri, pochi, per avere a disposizione  la versione audio di alcune opere teatrali e narrative, che mi potranno tornare utili a scuola. Solitamente la mia voce  riesce a calamitare l’attenzione degli studenti, ma ogni tanto un cambio di tono, un particolare timbro o una inflessione(e dizione)fuori dal quotidiano possono sortire un buon effetto di ascolto.

La innata curiosità mi avrebbe spinto a chiedere quanti e quali colleghi abbiano presentato il prospetto di rendicontazione e, ancora di più, in cosa abbiano investito la somma, ma ha prevalso la discrezione e il rispetto della privacy di tutti. A varcare i limiti di ciò che non mi compete mi avrebbe indotto anche un episodio raccontato, circa un mese fa, dal presidente di commissione degli esami di quest’anno: alcune maestre avrebbero usato i 500 euro per acquistare elettrodomestici da cucina(lavatrici e lavastoviglie), giovandosi dell’amicizia compiacente di piccoli rivenditori, che avrebbero scritto sulla fattura fischi per fiaschi. La fonte è chiaramente volatile e non merita un eccessivo credito, ma qualche dubbio è lecito nutrirlo. Fatta la legge, i disonesti trovano sempre una via di fuga dalla norma.

Vassoio o barchetta

Alcune mie conoscenti, capeggiate da Marianeve dalle braccia bianche in qualità di direttrice inflessibile delle attività, sono già indaffarate per la confezione delle pecorelle pasquali, che saranno vendute per beneficenza; nella foto la prima fase della lavorazione.

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Le pecorelle ritratte sono il frutto della lavorazione di un chilo di farina di mandorle(costo 13 euro al kg), un chilo di zucchero a velo, una confezione di glucosio da 100 grammi, una fiala di essenza di mandorle e acqua. Servono mani forzute per impastare la farina di mandorle e amalgamare gli ingredienti. Dopo qualche giorno si procede con la rifinitura dei particolari: qualche pennellata di cacao sciolto in acqua per realizzare qualche striatura sul dorso, colorare il muso, le orecchie e gli occhi. Ciascuna pecorella sarà collocata su un vassoio dorato o una barchetta, e a questo punto le amiche si schierano su due fronti, le filo-vassoio e le filo-barchette(Marianeve è per il classico vassoio), e abbellita da un fiocchetto rosso posto sul collo; sul vassoio ovetti di Pasqua e smarties variopinti daranno un tocco finale di allegria.24850378809_267a0e6c3eIn questa foto una sezione del negozio, dove ci si rifornisce di tutto. E dove si rincretinisce per la varietà di colori, forme e leccornie varie.

 

 

Nuovi costumi

I gatti randagi vagano disperati, disorientati e tristi. Battono lentamente l’asfalto, rovistano tra i cespugli d’erba, alcuni con un salto circense si ficcano dentro il contenitore degli indumenti usati, un parallelepipedo blu di metallo, ma nulla, non trovano nulla. I loro supermercati all’aria aperta non esistono più, se li è portati via una decisione di civiltà: la raccolta differenziata. Nel mio paesello non ci sono più i puzzolenti cassonetti della spazzatura, ma delle regole ferree cui attenersi scrupolosamente. Sono molto contento e sto modificando molte abitudini in tutta fretta per selezionare i rifiuti; certamente per il dopo pranzo e il dopo cena occorre più tempo di una volta, ma la selezione diventerà presto un automatismo. Finalmente, ora che sta arrivando l’estate, potrò sostare sulla terrazza a godermi il fresco della campagna e la fragranza dei fiori senza sorbirmi folate di gattipattumiera. Anche i gatti s’abitueranno prima o poi alla novità e in questi giorni di rivoluzione di costumi, umani e felini, non mancherà loro qualche mano prodiga di cibi vari.

Micce contro Miccio

Da qualche mese trascorro la maggior parte dei sabati sera a casa e guardo volentieri “Ballando sotto le stelle”; ho scoperto che mi piacciono molto i balli di coppia, sebbene non abbia mai provato e mai proverò. La rivelazione di quest’anno è un certo Enzo Miccio, famigerato conduttore di una trasmissione di moda fashion su una tv satellitare. Non c’è sabato che Miccio, pur riscuotendo successo tra il pubblico, non venga trombato dalla giuria e criticato anche pesantemente. Contro di lui si accanisce un certo Mariotto, ma anche gli altri giurati gli riservano sempre qualche frecciatina. Mi sono chiesto il perché e dato la risposta. Miccio si è impegnato tantissimo, ha fatto notevoli progressi, tenta di tutto per riuscire abile nei vari balli, ma c’è sempre in ogni performance una nota stonata costante, che nessuno, credo, ha avuto il coraggio di dirgli in faccia: quando Miccio balla, lo spettatore subisce una sorta di straniamento, perché si aspetta di vedere una coppia, dove è facile distinguere tra ballerino e ballerina(il riferimento è ai passi e alle movenze), ma di fatto assiste a un movimento unico, connotato prevalemente al femminile, a causa anche del dinoccolamento continuo del ballerino. Per assurdo Miccio sarebbe più apprezzato, se ballasse con un altro ballerino. Di fatto i giurati continuano imperterriti nelle loro cattiverie sparate contro Miccio, tra cui “sei la parodia di te stesso” e “sei una macchietta”, ma nessuno ha il coraggio di dirgli che ha sbagliato rete e trasmissione. Personalmente apprezzo i suoi sforzi e la sua versatilità, talvolta il suo originalissimo modo di porsi mi ricorda certe pagine di rivista televisiva guardate da bambino. E nessuno può negargli di essere il più originale di quel gruppo di ballerini improvvisati, o presunti tali.

Voci precedenti più vecchie

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