La “costruens”

In riferimento al post precedente aggiungo che c’è anche una pars costruens dell’anno appena trascorso, perché, costretto dalla pandemia a limitare i contatti sociali, ho imparato a fare cosette che ritenevo impossibili da realizzare fino a un anno fa. Non starò qui a millantare azioni e gesti che non ho avuto lo spirito di affrontare, né conversioni interiori di particolare rilievo sollecitate dall’imposto isolamento, ma abilità(diciamo)concrete quali…

  • fare un’iniezione intramuscolare;
  • ripulire la canna fumaria della stufa a pellet;
  • tinteggiare porzioni di pareti annerite dalla condensa del vapore acqueo;
  • avvitare e svitare viti e bulloni;
  • fare la pedicure ai genitori anziani;
  • passare la tintura sui capelli della madre;
  • rasare i capelli;
  • faticare nei mestieri di casa;
  • massaggiare parti del corpo umano indolenzite o letteralmente intorpidite…
  • …sul versante scolastico daddico
  • esercitare la virtù della pazienza;
  • stemperare l’ira;
  • chiarire in modo circostanziato il perché dei 2, 3 o 4 assegnati a una prestazione al di là delle griglie, che preferisco solitamente adoperare per la carne o il pesce arrosto;
  • sfruttare le risorse del web;
  • tollerare i colleghi molesti, fancazzisti, disinteressati, queruli e reindirizzarli a migliori propositi con il sorriso sulle labbra o, nei casi al limite della patologia, gesuiticamente ignorarli;
  • misurarmi in prima persona nello svolgimento dei compiti assegnati agli alunni, fornendo le chiavi di correzione e l’eventuale percorso ragionativo, perciò non c’è tema, riassunto, versione, esercizio che io non abbia svolto insieme a loro e consegnato in classroom per riflettere insieme sugli errori e le “erranze” giustificabili; preciso che non accetto versioni senza analisi semantica-morfo-sintattica(i siti da cui gli scioperati scaricano le versioni sono sfornite di analisi e ricolme di errori);
  • esplorare e usare le risorse offerte dalle case editrici;
  • gestire in remoto, facendo rispettare tempi e spazi, le riunioni virtuali con colleghi e genitori;
  • gestire contemporaneamente una parte della classe in presenza e una parte in remoto(la cosa più difficile); così è stato per il mese di settembre e ottobre e mi sa tanto che si replicherà a partire da gennaio.

Quindi…non tutto è da buttare del 2020: se socialmente mi sento assai impoverito, pragmaticamente mi sento più forte e soddisfatto di me stesso. Piangere sul latte versato o accusare gli altri non fa parte del mio orizzonte: fermarsi, pensare, adattarsi, agire e sbracciarsi. Non vedo altre formule.

Cadde, risorse e giacque

splinderQualche mesetto fa il gruppo chiuso feisbucchiano Naufraghi di Splinder ha diffuso la notizia che la piattaforma Splinder è resuscitata a nuova vita. Prima di aver letto i commenti al thread, ho fantasticato per un momento che potessero riprendere carne e ossa i vecchi blog, ma la fantasticheria è svanita subito. Alcuni commentatori hanno, infatti, puntualizzato che la nuova piattaforma Splinder poco riguarda la vecchia community: è rimasto del passato uno straccetto di logo e la possibilità di comunicare tra i blogger proprio come avveniva circa una decina di anni fa. Essendo per mia fattura curioso come una scimmia gattesca, mi sono immediatamente collegato al nuovo sito e mi sono occorsi pochi minuti per appurare che il nuovo Splinder è altro da ciò che fu; a parte la rinascita della community, la grafica, pur servendosi degli strumenti di WordPress, fa piangere, infatti i template a disposizione credo siano pochissimi e inoltre suppongo che non li si possa personalizzare. Ammesso che si sia disposti a ignorare questi particolari, che per me non lo sono, quale nuovo orizzonte si aprirebbe per il blogger splinderiano resuscitato? Credo limitatissimo. Pochi sono i blogger con cui sono rimasto in contatto dopo la morte della gloriosa piattaforma e, in ogni caso, esistono altri strumenti per restare in contatto con gli amici virtuali; quindi, per essere franco, non mi serve, né mi è mai servita una community nella quale riconoscermi o essere riconosciuto. Anch’io ho un account FB, ma lo uso sempre più raramente e inoltre non mi aggrada il tipo di comunicazione, che lì si stabilisce. I miei studenti mi dicono che FB è ormai per i vecchi, mentre loro si sono convertiti ad Instagram. Ma la questione più spinosa, che non mi motiva a migrare nel nuovo Splinder, è un’altra: i blog, a prescindere dalla tipologia della piattaforma, sono da tempo in codice rosso, pertanto cambiare sito a che gioverebbe e, soprattutto, a chi? Resto qui in WP che, pur essendo talvolta una bolla sospesa nel vuoto del web, tuttavia ha il pregio di funzionare bene. 

Sei fuori(Sanremo 18)

Fisso, anche quest’anno, l’appuntamento con il festival di Sanremo, ma non costante la mia presenza davanti allo schermo. La vita mostra le sue urgenze e al mattino, inoltre, non si può certamente stare a poltrire sotto il piumino, perché la sera la si è prolungata ascoltando le ugole pop nostrane. Però un’idea generale me la sono fatta: Claudio Baglioni ha restituito dignità alla musica italiana del Festival e non tanto e non solo perché ha convocato grandi firme e voci, ma perché ha bandito(quasi)dal palco quel surplus extramusicale, che da anni inquina lo spettacolo sanremese: la satira politica, lo spazio comico affidato all’istrione di turno, la top model straniera incapace di articolare una parola in italiano, le fantomatiche proteste di gruppi, associazioni e ong alla ricerca di fondi e visibilità e tutti quei cavoli a merenda che alla musica poco afferiscono. Perciò si può definire certamente un festival fondamentalmente musicale e pacifico, a prescindere dai gusti musicali degli spettatori. Ed anche equilibrato nella scelta dei partecipanti alla gara: convivono, infatti  tradizione e innovazione, sperimentalismo giovanile e certezza della tradizione melodica italiana. Sicuramente Baglioni ha voluto evitare che il festival risultasse ingessato(già è sufficiente la sua pallida e ieratica presenza sul palco)e, perciò, ha scelto la fastidiosissima voce della Hunziker, che fora i timpani con le sue mitragliate, e un grande attore nostrano, quale Favino, che ha confermato, qualora ce ne fosse stata la necessità, di essere artisticamente versatile.san_remo21260post

Sul versante delle canzoni ho trovato felice già al primo ascolto il pezzo del gruppo “Lo stato sociale”; non si tratta di chissà quali eccellenze vocali, ma il testo è specchio del difetto tutto italiano di indulgere ai difetti e ai vizi dilaganti di questo nostro mondo contemporaneo, incapace di chiudere le porte in faccia agli incapaci e incompetenti sul piano politico, sociale, economico. Qualcuno ha scritto che il gruppo è la metafora dei pentastellati. Pur nel suo evidente populismo il pezzo, grazie alla musica trascinante e alla gag della ballerina ottantaquattrenne, spicca per originalità e verve. Per me è stata una scoperta il giovane Renzo Rubino, che si è esibito con un pezzo intimistico centrato sul tentativo di far dialogare due genitori separati, forse quelli del cantautore stesso. Retorici Moro e Meta, furbissimo Ron con un pezzo di Dalla. Ho trovato infelici, poi, le presenze degli ex-Pooh e di Elio.

Ma questi son gusti personali e perciò non fanno testo.

Americanate(?)

In questi giorni di caldo mi sto facendo una cultura di serie americane televisive molto leggere, delle americanate, tanto per intenderci.

La prima volta si è trattato di un incidente pomeridiano causato dalla voglia matta di leggerezza; specialmente dopo gli esami di stato, la mia testa, piena di fanciullini pascoliani, oltreuomini nicciani, superuomini dannunziani e guerre mondiali, si rifiutava letteralmente di impegnarsi in alcunché di intellettuale. Dopo la paccottiglia letteraria, quella che definisco prodotto commerciale di letteratura, tra questi i volgarizzamenti degli studenti agli esami di stato, ecco quella televisiva, fatta di finzioni filmiche ironiche e paradossali, nelle quali il genio americano eccelle.

Le serie da me viste ruotano tutte intorno alle relazioni umane in genere e nella fattispecie familiari. Ricordano, ma solo per tipologia strutturale, per durata e per spirito comico, quelle degli anni ’70 e ’80, ma di quel buonismo pacioso familiare non conservano nulla. Nelle attuali sitcom domina il tema della disgregazione familiare e delle relazioni umane fragili, la rappresentazione di famiglie atipiche, il trionfo dell’individualismo e dell’egoismo più sfrenato. La cifra stilistica che le accomuna è il paradosso e l’iperbole. Le serie in questione riescono molto spesso a strapparti un sorriso, ma costituirebbero sicuramente materia per un trattato sociologico. Si tratta, infatti, di personaggi problematici, che rispecchiano probabilmente la mutazione antropologica e sociale in atto in questa nostra età del post postmoderno. Genitori che non riescono a comportarsi da genitori, madri iper-ansiose, che vorrebbero gestire la vita dei figli fino ad assumere comportamenti stalkerizzanti e persecutori, educatori incapaci, abili magari nell’arte del fancazzismo, ma inadeguati a svolgere il loro compito sociale, figli nevrotici inetti allo studio e all’impegno, impermeabili ai moniti genitoriali e in seria difficoltà nell’affrontare la vita e intrecciare relazioni umane autentiche.

1200px-Two-and-a-half-men.svgLa più spassosa è la serie Due uomini e mezzo, i cui protagonisti sono due fratelli, Charlie e Alan. Questi, dopo la separazione, va a vivere insieme al piccolo figlio, Jack, dal fratello Charlie, single incallito e dongiovanni parossistico. Ogni episodio pone un problema quotidiano da risolvere, che è il pretesto per inscenare il rapporto conflittuale tra i due fratelli e quello tra padre e figlio. Charlie e Alan hanno, infatti, caratteri sideralmente distanti. Il primo è estroverso, brillante, dongiovanni incallito, l’unica preoccupazione è conquistare le donne carine che gli capitano a tiro. Che sia la maestra del nipote o il medico del pronto soccorso, Charlie sfodera le sue armi da conquistatore, suscitando al contempo l’invidia del fratello che, dopo la separazione, non riesce ad avere più successo con le donne. Alan è, invece, cupo, problematico, talvolta succube dei propri sensi di colpa. Un ruolo particolare ha il piccolo Jake, un mostriciattolo di spontaneità, che, nonostante gli sforzi educativi del padre, riesce sempre ad essere un fior di birbone. In un episodio dal sapore terenziano la tata lo costringerà a pulire da cima a fondo la tavolozza del water, che puntualmente diventa laido per l’ eccessiva foga intestinale del piccolo. Soltanto la mascolina tata è riuscita nell’impresa, a differenza degli altri due uomini di casa, il padre, eccessivamente prono ai consigli degli psicologi, e lo zio, indifferentemente permissivo. Le maniere forti trionfano così sul fare moderno dei due fratelli, destinati al fallimento educativo.

Un’altra serie, The middle, ma più amara della precedente, segue le vicende della famiglia Heck, che vive in una piccola cittadina dell’Indiana. La voce narrante è Frankie, che racconta ciò che succede alla famiglia, ogni puntata, infatti, si basa su un argomento differente, ma il punto focale della serie è la difficoltà di essere genitori. Frankie Heck, madre tradizionalista, lavora in una concessionaria d’auto con scarsi risultati nelle vendite e tutti i giorni ha a che fare con Bob, un collega innamorato di lei; è il personaggio di spicco della serie. Madre ansiosa e persecutrice. Suo marito è Mike Heck, il padre della famiglia. Arrendevole e pacifico. Lavora come manager in una cava, anch’essa soggetta alla crisi economica. Poi ci sono i figli: Axl Heck è il figlio maggiore, un teenager disinteressato  che gioca a football americano e basket e gira in boxer per casa. Spesso invita a casa i suoi due migliori amici, Sean e Darrin, e i tre si incollano al divano davanti alla tv. Axl rappresenta lo stereotipo del fratello più vecchio: sarcastico, pigro e critico verso i suoi fratelli. E molto ineducato, direi. Il suo principale divertimento è mettere in difficoltà la sorella Sue, che lui ritiene stupida e incapace. Al liceo Axl finge addirittura di non conoscerla, poiché se ne vergogna profondamente. Sue Sue Heck è la figlia, la più imbranata di casa. Ha una migliore amica, Carly, con la quale condivide le idee più strane. Sue è sempre impegnata in provini per attività extra scolastiche, però l’unica squadra nella quale riesce ad entrare è quella della corsa campestre. Al liceo crea il gruppo di cheerleader della squadra di wrestling, nella quale incontra Matt, che diventerà il suo secondo ragazzo. Ha il nome doppio perché all’anagrafe l’impiegato lo ha scritto due volte. Infine c’è Brick Heck, il figlio più piccolo di casa Heck. È un bambino molto particolare e passa tutto il suo tempo a leggere. Frequenta una classe per bambini speciali, ma non riesce a farsi nessun amico con cui giocare. Spesso ripete a bassa voce chinando la testa verso il basso le ultime parole delle frasi che pronuncia e presenta i sintomi di una forma di autismo. Di fatto, però, è il migliore elemento della famiglia, forse perché grazie ai suoi disturbi stupisce tutti con i suoi colpi di genio. abc-conferma-la-nona-stagione-per-the-middle

 

 

 

Il bonus

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Secondo quanto prescritto da una nota ministeriale ad hoc, che prescrive come ultima data utile il 31 agosto, ho presentato in segreteria la rendicontazione della somma di 500 euro, che la legge 107 ha destinato ai docenti per l’auto-aggiornamento. Il tutto stamani, di buon mattino.

Gli uffici erano pressoché deserti di personale amministrativo, silenziosi; anche la postazione del protocollo vuota, tant’è che mi ha fornito assistenza una tipica figura tuttofare, armata di buona volontà, che mi ha rassicurato sul fatto che in giornata avrei ricevuto in casella elettronica il mio numero di riferimento. Il tuttofare ha probabilmente letto nel mio sguardo infuocato il palese disappunto per il differimento della pratica e, a suo modo, ha cercato di ammansirmi, rivangando il mio incarico estivo di sostituto del dirigente, espletato qualche anno fa, e ricordando la mia proverbiale tendenza alla precisione. Prima della consegna ho provveduto a fotocopiare tutti i documenti contabili(fatture, ricevute e scontrini), consapevole che negli uffici statali vi sono particolari sabbie mobili in grado di inghiottire tutto.

Ai 500 di spesa richiesti mancano soltanto 14 euro, che non sono riuscito a piazzare per indolenza. Ho acquistato soltanto libri cartacei e audiolibri, i primi per colmare qualche lacuna nello scaffale dei classici, gli altri, pochi, per avere a disposizione  la versione audio di alcune opere teatrali e narrative, che mi potranno tornare utili a scuola. Solitamente la mia voce  riesce a calamitare l’attenzione degli studenti, ma ogni tanto un cambio di tono, un particolare timbro o una inflessione(e dizione)fuori dal quotidiano possono sortire un buon effetto di ascolto.

La innata curiosità mi avrebbe spinto a chiedere quanti e quali colleghi abbiano presentato il prospetto di rendicontazione e, ancora di più, in cosa abbiano investito la somma, ma ha prevalso la discrezione e il rispetto della privacy di tutti. A varcare i limiti di ciò che non mi compete mi avrebbe indotto anche un episodio raccontato, circa un mese fa, dal presidente di commissione degli esami di quest’anno: alcune maestre avrebbero usato i 500 euro per acquistare elettrodomestici da cucina(lavatrici e lavastoviglie), giovandosi dell’amicizia compiacente di piccoli rivenditori, che avrebbero scritto sulla fattura fischi per fiaschi. La fonte è chiaramente volatile e non merita un eccessivo credito, ma qualche dubbio è lecito nutrirlo. Fatta la legge, i disonesti trovano sempre una via di fuga dalla norma.