A scuppuluni

dion3Le giornate più costruttive a scuola sono quelle in cui entri in aula per spiegare storia romana e ti ritrovi entusiasticamente a ripiegare sul teatro greco nell’imminenza di uno spettacolo teatrale. Alla faccia dei cultori del pedagogismo pedante!

Che non si dica che gli studenti assistano a uno spettacolo teatrale dal sapore civile contemporaneo senza possedere un minimo di conoscenze sulle origini del teatro; che poi a Siracusa qualche assaggio l’hanno fatto.

Le lezioni migliori, come sempre, sono quelle non previste e non programmate.

A scuppuluni, come si dice dalle mie parti.

La neve sotto gli ulivi

scansione0014Sotto un cielo notturno senza luna, ma puntellato di miriadi di stelle, si è celebrato anche quest’anno il natale di Marianeve, che è stata in moto perpetuo per quindici giorni per organizzare al meglio la festa. Durante la quindicina preparatoria Marianeve non s’è fatta sfuggire alcun particolare: dopo aver richiesto a vari locali, in ogni anfratto della costa siciliana settentrionale, dei preventivi di spesa, ha riscelto la stessa location dell’anno scorso, ma per intercessione non so di quale nume ha risparmiato a tutti il caldo soffocante degli interni e il frastuono della musica latino-partenopeo-americana.

Così, la diva di neve e i suoi followers di ventura si sono accomodati giulivi su comode poltroncine di rattan sotto i rami frondosi degli ulivi, ingaggiando, di tanto in tanto, battaglie aeree con piccole falene e moscerini e quella, più impegnativa delle prime, con la genitrice della festeggiata in preda a un parossismo verboso patologico indirizzato alla figlia degenere, ossia Marianeve, rea di non essersi ancora sposata(per questo è intenzione della genitrice vendere il corredo o bruciarlo), di scialacquare lo stipendio in abiti, scarpe e stole termiche e, infine, di prediligere agli affetti familiari gli estranei(amantazza ri stranii è l’appellativo tipico con cui Marianeve viene apostrofata).

Manco a dirlo, dopo dieci minuti dall’arrivo, l’ipotermica Marianeve si è avvoltolata in una stola di seta e, un’ora dopo, ha tirato fuori uno scialle, con sconcertata meraviglia degli invitati quasi in orgasmo tattile per la piacevolezza del venticello notturno. Lo show vero e proprio si è consumato durante la cena, infatti la diva di neve, dopo estenuanti torture cui sottopose il gestore del locale nei giorni precedenti, dopo avere scelto un menu assai variegato(arancinette e chips con aperitivo meno che analcolico, cubetti di maiale arrosto affogati in salsa di verdure di un ocra vivo, il cui colore ricorda gli escrementi dei bambini dopo il primo latte, involtini di melanzane nuotanti in un mare di salsa di pomodoro, timballini di riso farciti di zucchini genovesi, peperoni rossi e carote e, infine, come dolce, una torta-gelato dal gusto caffè-fragola-nocciola), più che a mangiare/festeggiare/gioire ha trascorso il tempo a verificare che ci fosse corrispondenza tra quanto ordinato e quanto presentato al desco, a lanciare occhiate di rimprovero ai camerieri, perché fossero lesti nel servizio, e rimbrotti al gestore del locale per ipotetiche lacune nelle portate. La festeggiata si è nutrita come un uccellino, vuoi per i piatti, gustosi, anzi troppo gustosi per le sue papille gustative, vuoi per gli attacchi della genitrice che, con gesti, parole e metafore ardite, ha funestato frequentemente la consumazione del pasto.

Il peggio, però, sarebbe avvenuto il mattino seguente. Alle 7,30 degli squilli telefonici mi lanciavano un’allerta di intossicazione, invocando il mio ausilio: Marianeve giaceva a letto smorta e pallida in preda a nausea, dolore addominale, spossatezza ed…enterite. Le ho prestato il mio soccorso preparandole un infuso di acqua, scorza di limone, foglie di lauro e bicarbonato e al resto ha provveduto poi il medico di base. Ha trascorso due giorni a letto in convalescenza, ma, ripresasi, com’è nel suo stile, ha tempestato di chiamate telefoniche tutti gli invitati alla festa, onde acquisire informazioni utili a stabilire se il malessere fosse stato causato dal cibo della festa di compleanno o da una sua temporanea indisposizione. 

L’indagine, però, ha avuto esito negativo. Soltanto lei è stata male. E per questo ha sofferto ancora di più, potendo accusare soltanto se stessa e nessun altro.

Le parole altrimenti smarrite

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Leggera, divertente, ma anche tanto impegnativa la lettura della raccolta di parole altrimenti smarrite di Sabrina D’Alessandro, pubblicato da Rizzoli nel 2011 e riproposto nel 2016 con prefazione di Stefano Bartezzaghi. Si tratta di un accurato lavoro di ricerca storica e filologica condotto con acribia dalla studiosa e artista D’Alessandro che, tra l’altro, ha fondato nel 2009 l’URPS, Ufficio Resurrezione Parole Smarrite; il libro non è nella forma un dizionario, né un vocabolario, infatti le parole non sono disposte in ordine cronologico, ma per coppie combinate per forma o per concetto. Nei fatti il lettore, come suggerisce l’autrice nella premessa, può consultare il florilegio seguendo diversi criteri: quadrilargo(accoppiare la parola di destra a quella di sinistra), a zinzino(a caso o scorrendo l’indice), gorghiprofondo(consequenziale), mutoparlante(attraverso le tavole illustrate). Le parole scelte colpiscono il lettore per la loro musicalità sdrucciola(la maggior parte)e talvolta gli suggeriscono, per associazione istintiva, il significato, ma è un’impresa ardua ricordarsele; si sa che l’apprendimento di nuove parole(si fa per dire, perché in realtà sono smarrite) non si può sganciare dal contesto affettivo-motivazionale, perciò si fatica a imprimerle sulla memoria. Quasi tutti i lemmi, scritti a caratteri cubitali al centro della pagina, sono accompagnati da una didascalia, che può illustrare l’etimologia e l’uso, e da una citazione autorevole. Personalmente vi ho ritrovato parole* tipiche del dialetto siciliano riportate nella forma italiana e questo mi ha fatto molto piacere, poiché sono le stesse che mi hanno insegnato i miei genitori nella comunicazione quotidiana. Le tavole illustrate sono pochine, ma sommamente dilettevoli. Un gioiello che sono contento di possedere e che tornerà utile a scuola nelle ore di lezione.

*Santòcchio, sost. Ipocrita e falso devoto(sic. santocchiulu)

*Coticòne, sost. Zoticone, villanzone(sic. cuticchiuni)

*Femminière, agg. e sost. frequentatore di postriboli(sic. fimminaru)

*Trogolone, agg. e sost. Chi va mestando in qualcosa di sudicio e si concia le mani, il viso o le vesti(sic. trucculuni)

 

 

Rosalilia

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Il carro 2016 della Santuzza

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Primo piano della Santuzza

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Particolare del carro

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L’urna argentea in processione il 15 luglio

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Altare devozionale

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Rosalia pesta la peste

 

 

Stigghiolari

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L’ultima puntata dei miei impegni di orientatore scolastico, almeno per quest’anno, è andata in onda ieri, giornata plumbea e piovosa, in una scuola media di provincia. Unico attore della mia scuola io, per la prima volta in mezzo a tanti altri attori provenienti da diverse scuole superiori. Rigorosamente in ordine d’arrivo, ciascun docente ha presentato le proposte formative del proprio istituto ad una platea di ragazzini di terza media, tenuti a bada dalle occhiatacce delle professoresse, che vigilavano attente e arcigne per censurare eventuali comportamenti e atteggiamenti inurbani. Gli studenti hanno rumoreggiato soltanto nella fase conclusiva dell’incontro,  non impedendo comunque alle ultime colleghe concorrenti di terminare il loro lavoro.

 La disonestà intellettuale non ha tardato ad arrivare.

Due colleghe, al fine di rassicurare gli studenti, hanno avuto la sfrontatezza di dichiarare che nella loro scuola non si verificano atti di bullismo. Che è una scuola al sicuro da certi atti di violenza. E sapete il motivo? Perché i ragazzi del loro liceo a ricreazione non possono uscire fuori dall’edificio scolastico. Come se gli atti di bullismo si consumassero soltanto nello scontro interno(chiuso, sicuro)vs esterno(aperto, insicuro). Le cronache e le esperienze pregresse riportano, come si sa, una versione differente: spesso la vena bullistica percorre proprio sentieri noti e prossimi agli studenti.

Poi la disonestà ha assunto le tinte della scaltrezza truffaldina.

Altre due colleghe concorrenti e rivali, durante l’incontro con i genitori, hanno piazzato un banchetto in prossimità della porta d’ingresso della sala, onde abbordare per prime i genitori degli orientandi; le misere mi hanno ricordato gli stigghiolari di Palermo, che in mezzo a dense nuvole di fumo vendono non carne, ma budella di agnello.

Quando va bene.

 

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