Capannelli scolastici

Poiché c’è da piangere se si osserva la scuola sia nelle alte(le parole d’ordine sembra siano inclusione a tutti i costi, acronimi di vario tipo, smartphone sì, smartphone no, stress d’inizio anno scolastico, promoveatur sed amoveatur)che nelle basse sfere(mani non collegate ai cervelli, connessioni ballerine, registri di classe on line, smarrimenti di buon senso), inauguro con un post leggero il mio capodanno lavorativo del 14 settembre 2017.uva-esopo

Si può dire che l’incipit corra anche sul filo di Facebook e di Instagram. Stamani nel corridoio della scuola si è formato un capannello di docenti letterari di sesso maschile intenti a commentare le foto di due novelli studenti, inseriti nella classe di uno dei pettegoli da strapazzo. Le foto private dei due studenti, maleficamente ricercate e trovate dai più buontemponi della scolaresca maturanda, furono inviate al professore dagli stessi studenti storici che, appresa la notizia del nuovo inserimento, alimentando nell’imo petto il desiderio di sconvolgere ben bene i progetti culturali dello sventurato insegnante, navigarono in lungo e in largo nella rete alla ricerca di notizie, fatti e memorabili imprese dei neo-compagni. E riuscirono nell’intento. Non solo il professore non dormì tutta la notte, agitato non si sa da quale meta-fisica angoscia, ma bruciò sin dalle prime luci dell’alba dal pio desiderio di essere consolato dai suoi colleghi maschi.

Così stamani, compattato il conciliabolo, il collega s’è voluto sfogare con i suoi consimili e ci ha mostrato le foto dei neo-alunni, ribattezzati il tronista e il pornostar. Ma è cascato male: anziché essere compianto e consolato della tragedia occorsagli, in coro gli abbiamo gridato: “La tua è tutta invidia.”

 

Auspicio e consolazione

A guisa di auspicio fausto per un progressivo miglioramento della qualità del mio lavoro di insegnante, ma anche per festeggiare il capodanno scolastico, che è stato inaugurato ieri primo settembre in una cornice collegiale chiacchierona e ancora estiva, dove comunque è giunta l’eco rosso-tiziano del diktat ministeriale che vuole tutti promossi, mi pubblico, per la serie io me la canto e io me la suono, due messaggi privati di ex alunni.

Il primo, scritto da un alunno che ho avuto soltanto al biennio, è sprone a correggere il tiro, il secondo è consolatorio.

Primo

A volte sembrava di stare sotto una nuvola nera. Non sapevi quando scoppiava il temporale, e soprattutto nella mente di un ragazzo di scuola superiore, perchè questo temporale scoppiava. Lei ha spinto molti di noi verso punti che pensavano inarrivabili, ma forse solo e io e Gandolfo abbiamo capito perchè lo facesse. Gli altri cercavano solo di scansarsi dal temporale. Giunti al triennio, sebbene lo stesso Daniele abbia spesso ricordato come lei fosse uno da rispettare, “con le palle” e molto raramente qualcuno parlava male di lei alle spalle, la maggior parte di noi, proprio perchè non ha compreso il motivo del suo comportamento, ha scordato e perso tutto.

A volte si riceveva l’impressione di ricevere un insegnamento arbitrario. Chi non dispone della giusta sensibilità è sordo ai suoi messaggi.

Si potrebbe dire che la colpa stia in una sua personale “erogazione” dell’insegnamento e che magari stesse “insegnando a se stesso”. Ma io potrei obiettare semplicemente, come ho detto prima, citando il fatto che gli studenti non sono selezionati e confusi.

Si, lei non segue il normale piano di insegnamento. È arbitrario.

Perchè fare Pirandello in prima se è programma di quinta, dicono molti. La sensibilità è di prima o di quinta? Alcuni pensano che lei stesse deliberatamente complicando la vita agli studenti. Può immaginare le cavolate di certi genitori preoccupati per il “troppo gravoso” carico di studi sulle testoline dei loro figli.

Secondo

Buonasera Professore,

Le scrivo perché in questi giorni le volevo fare una telefonata, ma ho perso il suo numero. Mi sono poi ricordato di avere da qualche parte la sua mail, e dunque ho pensato bene di scriverle qui.

Come sta? Come sono andate le vacanze?

Siccome sto lavorando assieme ad altri ragazzi su un progetto sulle Soft Skills (le spiegherò meglio di cose si tratta), volevo chiamarla per chiederle un paio di cose su metodi di insegnamento/valutazione.

Potrebbe gentilmente mandarmi il suo numero o scrivermi un messaggio?

Ah, ho messo come oggetto “Latino” in ricordo di tutti quei pomeriggi passati a studiare quella materia.

Un abbraccio

Farfalle e “serpenti” vegetali

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L’avevo notata fugacemente, mentre, nascondendosi fra le tende, sfarfallava nel mio terrazzo. Mi ero chiesto anche da dove fosse entrata, dal momento che le zanzariere stanno solitamente ben chiuse; sarà stato un momento di distrazione ed eccola lì, dopo qualche giorno, posata su una foglia di potos. Non è più viva, come si può notare dalla foto: sono sparite le antenne e la spiritromba. Immobile nella morte, ma pur sempre bella.

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Non è un serpente, ma una zucchina friscarella, coltivata senza trattamenti chimici industriali. Estremamente rinfrescante e diuretica. La si può adoperare in tante ricette: lessa per gli stitici, stufata(con cipolla, pomodoro e patate), può condire pasta o risotto. Come già evidenziato in qualche sperduto post, il segreto della sua genuinità è l’acqua; se per l’innaffiatura si dovesse usare acqua inquinata, i rischi potrebbero essere dissenteria e/o intossicazione.

“Capo montagna dei Capi”

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Quanto tempo sia trascorso dall’ultima visita al santuario di Gibilrossa non è dato sapere; ho cercato di pescare nel pozzo nero della memoria, ma nessun risultato. Riaffiora qualche ricordo fanciullesco, fatto di merende pomeridiane e di ori e argenti luccicanti(sicuramente di ex voto), ma null’altro. Da fonti orali, che si affidano comunque alla memoria dei vecchi, ho saputo che ci si recava al santuario in occasione della festa dell’Assunta, ossia il 15 agosto; il resto lo si può apprendere dal link posto sotto la prima immagine, che oggi è conservata in una delle sale di Palazzo Abatellis a Palermo. Il resto è anche decadenza, incuria e vandalismo. Privato del trittico, che ritrae Maria, Sant’ Agata e santa Barbara, l’eremo resta un luogo senza storia e memoria, un blocco di pietra senza identità. Una grata protegge l’altare e tre statue, ben tre statue, che ritraggono Maria, tra cui una dormitio. La mia è stata una visita veloce ed estemporanea; credo di avere apprezzato più il panorama che il sito, anzi ho provato un’immensa tristezza. Troppa desolazione. Di luoghi e di umanità.

Come una strada d’agosto

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“Signore, cosa mai ti dirò oggi che non ho niente da dirti? E che il mio cuore è secco come una strada d’agosto, piena di polvere e di sassi? No: peggio. Il sasso è bello, serba il ricordo delle rocce dei monti che il lungo rotolare, giù per i fiumi, ha arrotondato. Ha perso punte, spigoli e asprezze, ma ha serbato i colori venati e marmorati. Ve ne sono di bianchi, con il candore del marmo statuario, di rossi con l’accensione del porfido, di verdi, di gialli, di venati da diversi colori. Alcuni sbiancano di pallore lunare, altri si accendono di solari pagliuzze di quarzo. I ciottoli di ghiaia polverosa distendono i ricordi sulla strada. Calpestandoli calpesto una vetta di monte, resa umile e dolce dal suo percorso. Senza punte né asprezze più non offende il piede che, su di lei, riposa. Impastati col fango i sassi risanano la strada, fatta di buche scivolose e la rendono soda e compatta: una buona strada per il nostro cammino, una strada che sa di montagne, di fiumi, di mormorio e di silenzi, di giorni e notti quando i pesci affiorano a bere l’argento disciolto della luna. No, il mio cuore non ha la bellezza e la dolcezza del sasso, non canta venti e acque, non si piega dolcemente al servizio dei passi, il mio cuore non è strada d’agosto. Forse, Signore, è un nero asfalto ribollente, che odora solo di catrame e, tra le alte ali delle case, sa solo il rimbombo delle motorette nel traffico urbano fatto di fretta e di distrazione. E allora con gran rispetto il mio piede lo scansa e mi accorgo che il mio cuore non è più sasso o asfalto. O, meglio, mi accorgo che anche il sasso e l’asfalto hanno un cuore e mi accorgo anche di avere pregato, forse. Forse perché ascoltato le cose, ho ascoltato la vita e mi si è rotta la corazza che mi chiudeva in me, nascondendomi il sole che pure sopra seguitava a brillare. E allora, perforando le durezze, anche il mio filo d’erba è uscito a cantare la vita. È un esile filo di preghiera, che si è accorto di te. È bianco e fragile per il poco sole, fa ancora fatica a vivere, ma vivrà. Vivrà perché ogni strada ha il suo sole e ogni strada i suoi passi. Per quanto distratti frettolosi, viene il giorno che si accorgono dell’esile, dolce e intrepido filino d’erba e lo scansano col piede. Quel po’ di prato, che resiste in una situazione tanto avversa, è la nostra fatica di sopravvivere e vivere nel deserto di un mondo poco assuefatto alla preghiera. Assisti tu, Signore, questo po’  d’erba che fa verzicare il nostro cuore e dagli quel tanto di pioggia, di sole e di amore che gli consenta di vivere”. 

(Adriana Zarri, Il mio cuore è secco come una strada d’agosto, da Quasi una preghiera)

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