Un italiano vero

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Un italiano vero non è un omaggio alla canzone sanremese di molti anni fa, peraltro famosa in quasi tutto l’orbe terracqueo, ma il titolo del saggio-pamphlet che Giuseppe Antonelli ha pubblicato per Rizzoli circa un mese fa. Il libro si pone in continuità con Comunque anche Leopardi diceva le parolacce(2015), in cui il poeta recanatese veniva chiamato come testimone autorevole di chi, amante della bella lingua e fine intenditore di fenomeni linguistici e culturali, assume un atteggiamento di saggio equilibrio di fronte alle proteifomi epifanie storiche della lingua. Ancora una volta lo stile è brioso e si giova, a tal fine, di numerosi giochi di parole e di modi di dire, che rendono immediatamente accessibile al lettore i contenuti dei vari capitoli. Nel titolo del libro è già condensata la sostanza della trattazione, ovvero l’impossibilità di fissare in un sistema rigido e senza tempo le regole di una lingua viva: appunto perché viva, una lingua è vera non soltanto per la sistemazione e classificazione che ne fanno i grammatici a posteriori, ma anche per i contributi delle altre lingue(sorelle e sorellastre conta poco)per il dominio incontrastabile degli usi concreti, per i condizionamenti che i mezzi di scrittura esercitano su chi scrive. Per orientarsi in queste pericolose sabbie mobili, tali sia per chi crede in un dio-lingua perennemente fisso e immutabile, sia per chi vi si avventura senza un minimo di attrezzatura, cadendo perciò e scadendo nelle semplificazioni e banalizzazioni, l’unico strumento è la consapevolezza della complessità di ogni lingua, che necessita incessantemente di mente sveglia, orecchie attente e occhi vivi, gli stessi che il professore Antonelli ha esercitato anche per scegliere i titoli dei capitoli, tratti, la maggior parte, da espressioni linguistiche vive, che spesso parafrasano titoli di canzoni pop, di romanzi, di testi sacri, di trasmissioni televisive, di modi di dire; eccone alcuni a titolo esemplificativo:

C’è post@ per te, L’X factor e i bimbiminkia, Caro amico ti scrivo, Il primo computer non si scorda mai, Digito ergo sum, I vecchi e i giovani, Parole parole parole, Il nome della cosa.

Un frutto succoso, infine, è l’ultimo capitolo dal titolo Quanto è vero il tuo italiano?; il lettore potrà così mettersi alla prova e svolgere una vera e propria verifica che, da docente mefistofelico qual mi reputo d’essere, proporrò ai miei studenti.

Comunque anche Leopardi diceva le parolacce

L’ho letto, riletto e macinato due volte per intero e, relativamente a qualche capitolo, sono tornato più volte a rivederlo. Brioso, divertente e istruttivo il saggio Comunque anche Leopardi diceva le parolacce 9788804634768-comunque-anche-leopardi-diceva-le-parolacce_copertina_2D_in_caroselloscritto da Giuseppe Antonelli, docente di Storia della lingua italiana all’Università di Cassino e brillante conduttore su radiotre della trasmissione radiofonica La lingua batte.
Fa da prodromo al saggio, la cui nota dominante è costituita dal piglio ironico e leggero con cui il professore affronta temi linguistici corposi, una breve un’indagine sul piano diacronico del fenomeno “errore” nella storia della lingua italiana e altresì da un’ironica disamina degli errori commessi oggi da parlanti e scriventi, ammesso che si possa parlare, sempre e in ogni caso, di errori. Lungi dall’essere un salvacondotto per gli asini, il saggio, attraverso immagini e metafore fortemente icastiche, si propone di dimostrare che l’errore, o meglio ciò che si considera tale, vive una vita brevissima, condizionata dalle variabili tempo/spazio e da una serie di costanti, che attraversano il fenomeno linguistico. Alla vulgata dei benpensanti della lingua, secondo cui esiste un modello di lingua fissa e immobile nei secoli, normata da leggi precise e immutabili, l’autore oppone una visione dinamica, che la vede intersecarsi in rapporto dialettico con il mondo tutto, evidenziando che la deriva delle lingue vive è la normalità, non l’eccezionalità. Sfatato il mito di un’età aurea della lingua, in cui tutti parlavano e scrivevano bene come se da neonati si fossero abbeverati alla fonte ippocrenea delle parole e il seno materno avesse stillato latte di poesia, e tolto, perciò, il velo del lutto alle Cassandre profetizzanti l’apocalisse della lingua, l’autore, dopo aver enunciato alcuni postulati di natura socio-linguistica, snocciola simpaticamente in dieci capitoli, i cui titoli sono ironici(a mo’ d’esempio “Una gita sul pò”, “Un attimino peggio”, “Signora mia, non ci sono più le mezze interpunzioni”, “Con rispetto parlando, i piedi”), alcune questioni vessatissime, portando esempi concreti, illustri e non, delle costanti linguistiche presentate nella parte introduttiva del saggio. Il filo rosso che li lega, ispessito dalla varietà delle fonti citate(21 sono le pagine!), che saccheggiano ogni dove(la gag televisiva, gli autori illustri di ieri e di oggi, i quotidiani, le canzoni, i trattati e i dizionari, il linguaggio degli sms e di internet, etc…), si trova nella lucida e saggia consapevolezza del confine labile e sfumato tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato; l’antitesi, infatti, necessita di essere arricchita del quando, del come e del perché sia giusto o sbagliato dire o scrivere qualcosa. E, a loro volta, anche il quando, il come e il perché non vivono in una dimensione astorica, ma tenacemente radicata nella storia, nel costume, negli atti linguistici dei parlanti, finanche in una hit di grande successo. Sbaglierebbe chi ritenesse il saggio una guida al relativismo linguistico e intravedesse nell’autore un novello profeta di libertinaggio linguistico e grammaticale. È, invece, un invito a chi ama la lingua a restare con i piedi per terra, sollevandoli quando è necessario, ma senza mai esagerare e persino obbligare gli altri a farlo.