“Io sono Mia”

Opera di Paolanatalia58

Ieri sera, a sorpresa, ho recuperato su Raiuno il film “Io sono mia“, un omaggio alla indimenticabile Mia Martini, interpretata dall’attrice Serena Rossi, forse l’unica del cast ad aver recitato davvero in modo intenso se confrontata con gli altri attori, i cui personaggi li ho trovati a tratti sbiaditi e impersonali, a volte irriconoscibili. Il film è stato trasmesso in seconda serata dopo un bagno di techetecheté dedicato alle sorelle Bertè forse per ragioni di riempimento del palinsesto. O almeno così voglio ipotizzare.

Il film soltanto parzialmente ricostruisce la vita di Mimì, infatti la focalizzazione è continuamente spostata sullo stigma, che ha segnato la cantante per gran parte della sua carriera, quello di portare iella. Non è un caso che la narrazione prenda avvio dal 1989, anno che segnò il ritorno di Mimì sulle scene e per giunta sul palco di Sanremo con quel capolavoro canoro, che soltanto l’interprete calabrese sapeva vivere con la sua inconfondibile voce, ossia Almeno tu nell’universo. Il 1989 fu un anno cruciale per Mimì, che da tempo si era reclusa in un silenzio di sofferenza e di solitudine, stanca di sopportare l’ostracismo dell’industria discografica e il bullismo di tante povere stupide animelle vip, disposte anche a rinunciare a una serata in un pub, pur di non essere contaminate dalla presenza di Mimì. In quell’anno, grazie ai pochissimi amici rimasti e a Bruno Lauzi, la cantante si tirò fuori dal baratro e affrontò con meritato successo il pubblico, che la riscoprì interprete unica e originale. Poi, collezionato un successo dopo l’altro, la morte misteriosa. Per chi la amava fu una perdita irrecuperabile, per i bulli del jet-set musicale italiano non si sa. Probabilmente qualcuno ha avuto il coraggio di rilasciare un’intervista ipocrita o di partecipare alle esequie. Misteri dell’essere umano. E forse questo resta il significato profondo del film, una riflessione su quanto gli uomini possano essere infingardi fino a distruggere la vita di altri uomini, tra l’altro in un ambiente, quello dello spettacolo, dove la parola che stigmatizza corre veloce e impietosa. Le scene più toccanti del film, le più autenticamente targate Mimì, riguardano l’anno del ritorno e l’intervista rilasciata a una giornalista, il cui iniziale pregiudizio nei confronti di Mia Martini si sgretola man mano che ne approfondisce la vita e la statura di artista. È nello scontro-incontro tra i due personaggi, che si condensa il messaggio del film: la conoscenza profonda e viscerale dell’altro è l’unica unica protezione da qualsiasi tipo di stigma.

Il resto del film segue il tipico andamento della biografia romanzata e, non indugiando per nulla sulla santificazione del personaggio principale, ne fornisce un’immagine autenticamente genuina e fedele di donna e artista. Rende triste il fatto che alcuni cantanti e cantautori non abbiano voluto prestare il loro nome agli omonimi personaggi del film, per cui compaiono nella sceneggiatura figure inesistenti nella vita di Mimì.

Essendo un film, che tematizza l’odio che si fa parola passando dalla stupidità umana, può essere adatto anche a un pubblico di giovani studenti. Goderselo, invece, da fan di Mimì è insieme croce e delizia.