E sempre a proposito di film provo a dire, ché già tanto è stato scritto e recensito, ciò che penso del film La messa è finita di Nanni Moretti, regista e attore verso il quale ho sempre nutrito un misto di attrazione(per la bravura) e di repulsione(noioso).
L’ho gustato proprio ieri sera.
Un’amara allegoria delle tendenze spirituali degli Italiani(e non solo)a metà degli anni ’80, quando si è quasi del tutto svelata l’epifania della crisi delle ideologie rosse e bianche: un’Italia spiritualmente smidollata, incapace di fare luce sui percorsi di vita del singolo e della collettività.
O, in altre parole, una tendenza al bozzolismo psicologico, figlio del capitalismo all’ultimo grido, che mina i fondamenti dell’istituzione-cardine dell’Italia, la Famiglia, e che riduce a larva qualsiasi tentativo di relazione autentica tra gli esseri umani.
Che sia quella tra genitori e figli, tra fratelli o tra seguaci dello stesso partito o della stessa parrocchia, poco importa.
Tutto il film è segnato dalla progressiva presa di coscienza da parte di Don Giulio che ogni tentativo di spiegare a se stessi e agli altri, attraverso gli strumenti della tradizione, il senso dell’esserci e del relazionarsi è destinato a un eclatante fallimento.
Ciascuno è destinato a restare solo, a muoversi entro un deserto di segni svuotati del significato che la cultura di appartenenza gli ha fornito.
A chiedere e a non avere risposte, se non quelle spicciole, offerte dai santoni del momento storico o dalle nuove impalcature di pensiero.
Poco credibile risulta anche l’appello finale di Don Giulio all’amore durante la celebrazione del matrimonio di Cesare.
La messa è finita, appunto la missione alla quale tutti i personaggi sembravano essere stati, in qualche modo, chiamati.
E con i personaggi anche tutti noi.
Film amaro.