“La messa è finita” di Moretti

E sempre a proposito di film provo a dire, ché già tanto è stato scritto e recensito, ciò che penso del film La messa è finita di Nanni Moretti, regista e attore verso il quale ho sempre nutrito un misto di attrazione(per la bravura) e di repulsione(noioso).
L’ho gustato proprio ieri sera.
Un’amara allegoria delle tendenze spirituali degli Italiani(e non solo)a metà degli anni ’80, quando si è quasi del tutto svelata l’epifania della crisi delle ideologie rosse e bianche: un’Italia spiritualmente smidollata, incapace di fare luce sui percorsi di vita del singolo e della collettività.
O, in altre parole, una tendenza al bozzolismo psicologico, figlio del capitalismo all’ultimo grido, che mina i fondamenti dell’istituzione-cardine dell’Italia, la Famiglia, e che riduce a larva qualsiasi tentativo di relazione autentica tra gli esseri umani.
Che sia quella tra genitori e figli, tra fratelli o tra seguaci dello stesso partito o della stessa parrocchia, poco importa.
Tutto il film è segnato dalla progressiva presa di coscienza da parte di Don Giulio che ogni tentativo di spiegare a se stessi e agli altri, attraverso gli strumenti della tradizione, il senso dell’esserci e del relazionarsi è destinato a un eclatante fallimento.
Ciascuno è destinato a restare solo, a muoversi entro un deserto di segni svuotati del significato che la cultura di appartenenza gli ha fornito.
A chiedere e a non avere risposte, se non quelle spicciole, offerte dai santoni del momento storico o dalle nuove impalcature di pensiero.
Poco credibile risulta anche l’appello finale di Don Giulio all’amore durante la celebrazione del matrimonio di Cesare.
La messa è finita, appunto la missione alla quale tutti i personaggi sembravano essere stati, in qualche modo, chiamati.
E con i personaggi anche tutti noi.
Film amaro.

11 thoughts on ““La messa è finita” di Moretti

  1. Moretti in questo film offre uno spaccato ben vivido di quegli anni confusionari dei quali ancor oggi si contano le conseguenze. La messa era davvero finita, o comunque c’era davvero poca voglia di ascoltarla.
    Il mio preferito è “Palombella Rossa”, dove il protagonista tenta di ricostruire la sua utopia già cosciente di non aver più alcun sostegno. Comunque un pò meno amaro, almeno per me 🙂

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  2. @Celestiale, Kappadue.

    @Amaro, Simone, per il destino di solitudine dei personaggi. Anche l’allegra famigliuola in fondo, pur nell’armonia, celebra l’amore sull’altare delle nuove convenzioni sociali, tra cui riempire il figlio di giochi e cibo.

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  3. mentre facevo zapping, ho scelto di fermarmi anche io l’altra sera a rivederlo, dopo tanti anni. Ho pensato molte delle cose che tu scrivi benissimo, caro Mel. Amarezza (non salva da una certa noia, funzionale in Moretti, a mio parere) e anticipazione. Tanta. Mi ha colpito soprattutto cosa riuscisse a vedere sui modi incombenti di vivere maternità/paternità/centralità del figlio unico. Aspetto che ha ripreso magistralmente in un episodio di Caro Diario. Sul modo di associare la musica alle immagini poi, e chi se lo scorda più il Battiato di Palombella Rossa o la Caselli de “la stanza del figlio”. Io ho adorato tra tutti il film “Aprile” ma ora mi sta venendo voglia di una retrospettiva notturna autunnale.

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  4. Adoro Moretti anche se nei primi anni della sua produzione lo trovo piuttosto difficile perchè al di là del godimento immediato del film c’è spesso dietro un significato metaforico piuttosto ostico. Come in questo, che tu spieghi molto bene. Il mio preferito di quegli anni è Bianca.

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