Alba arancia

38313342844_ea27943e3fUno dei piatti più prelibati della gastronomia siciliana è costituito dagli arancini. Tutti sappiamo che si tratta di supplì di riso in forma di arancia, contenenti all’interno sugo e o altra carne tritata, non tutti i siciliani però sanno che si dice, per l’appunto, arancini e non “arancine”. In tutta l’isola, infatti, il nome del piatto è un sostantivo femminile; si tratta di un ipercorrettismo che trova giustificazione nel frutto da cui prende il nome e che resiste nella tradizione linguistica locale a dispetto di un libro di Camilleri intitolato Gli Arancini di Montalbano.

Dunque arancini e non “arancine”. Però la Crusca propone una soluzione grammaticalmente diplomatica e perciò condivisibile. 

Isaia e dintorni

Oggi ritiro spirituale in vista del Natale. Meditazione su Isaia. I miei occhi monelli, come al solito, ogni tanto hanno cercato qualche distrazione fotografica. Grande assente MariaNeve. Tutti a chiedere di lei. Neanche fosse una star, o forse lo è ed io non lo so.

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Scatti d’Avvento cum corona

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Candela al limone

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Si corre

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Corona d’Avvento da me allestita per le monache; le candele provengono da un monastero di Pisa.

Frater Act

Non so se si possa parlare di una dittatura del politicamente corretto e, se così non fosse, tuttavia ne avverto ugualmente la cappa sul petto, anzi sul cranio.

Sotto la bandiera dell’accoglienza e dell’inclusività a tutti i costi anch’io, come molti miei colleghi italiani, ho in classe alunni non di madrelingua italiana. Uno, per l’esattezza. A stento lo studente riesce a sillabare il proprio nome. Immobile come una statua, fissa con i suoi begli occhi il docente di turno, apparentemente segue le lezioni, copia gli schemi dalla lavagna, sillaba qualche parola, ma nient’altro. Le verifiche, come si può immaginare, sono un disastro e già da qualche settimana il consiglio si è dato da fare, con tutti gli strumenti  umani e materiali disponibili, per metterlo nelle condizioni di capire qualcosa e garantirgli un minimo di apprendimento. Sinceramente vedo un orizzonte senza luce, pur con tutti gli espedienti didattici esperiti e le iniziative buoniste dei colleghi, e non perché il ragazzo non abbia le capacità umane per farcela, ma perché sotto il profilo linguistico si trova circa otto anni indietro rispetto alla preparazione dei compagni, che hanno regolarmente frequentato le scuole elementari e medie. Personalmente non ho alcuna soluzione pronta all’uso, né ritengo che un corsetto dal costo di 490 euro, elargiti dalla buonascuola, possa migliorare le mie prestazioni nell’insegnamento dell’italiano a studenti non madrelingua. Ad aggravare la situazione il mio inglese scolastico, che non mi permette di dialogare agevolmente con lui. Vivo, perciò, un dissidio interiore lacerante: mentre illustro alla classe le funzioni dell’ablativo, per esempio, posso impartirgli le prime nozioni di verbo, sostantivo e aggettivo? Non c’è in questa situazione qualcosa di dissonante, paradossale, illogico? Ho l’impressione che per il ragazzo in questione la scuola sia un parcheggio e niente più. Vero è che socializza, conosce un nuovo tessuto umano e sociale, ma ciò è sufficiente a garantirgli il successo formativo? Da un difficoltosissimo dialogo con lui in camera caritatis, in aggiunta alle difficoltà testé sintetizzate, scopro pure che sono i genitori a costringerlo a frequentare la mia scuola, perché sperano che un giorno il figlio possa diventare un infermiere. Ma lui vorrebbe diventare un poliziotto.

Quando mi ha rivelato questa confidenza, non ho potuto fare a meno di pensare a una scena di Sister Act II.

 

Prove tecniche di umanità

boswell-p1612Inattesa, non voluta, mai paventata l’adesione a un progetto di istruzione domiciliare per un giovane gravemente infermo che, nonostante la malattia, non intende rinunciare all’istruzione superiore. O, forse, a volerlo fortemente sono i genitori, che hanno accolto con esultanza il mio sì dopo circa due mesi di ricerca di professori disponibili da parte della scuola. L’organico domiciliare non è ancora al completo, stante appunto la difficoltà a reperire professori, soprattutto di matematica e lingua straniera, disposti a recarsi a casa dello studente.

La proposta mi è giunta qualche sera fa; mi sono concesso di meditarci su una notte, ma in cuor mio sapevo che avrei detto “sì”. E per una serie di ragioni: l’oggettiva impossibilità a reperire docenti disposti ad inerpicarsi su per i monti partendo essi dalla pianura cittadina, la penuria di docenti montanari autoctoni, il riconoscimento di un atto di umanità, il senso del dovere, il compenso economico, il desiderio di insegnare ad alunni fragili(anche detenuti), impossibilitati comunque a frequentare le lezioni a scuola.

Domani pomeriggio sarà il mio primo giorno e non nego che un po’ di agitazione emotiva la sento addosso.

Ho già approntato il test d’ingresso, ma al test umano sarò sottoposto io. Il più difficile da superare.