Cadde, risorse e giacque

splinderQualche mesetto fa il gruppo chiuso feisbucchiano Naufraghi di Splinder ha diffuso la notizia che la piattaforma Splinder è resuscitata a nuova vita. Prima di aver letto i commenti al thread, ho fantasticato per un momento che potessero riprendere carne e ossa i vecchi blog, ma la fantasticheria è svanita subito. Alcuni commentatori hanno, infatti, puntualizzato che la nuova piattaforma Splinder poco riguarda la vecchia community: è rimasto del passato uno straccetto di logo e la possibilità di comunicare tra i blogger proprio come avveniva circa una decina di anni fa. Essendo per mia fattura curioso come una scimmia gattesca, mi sono immediatamente collegato al nuovo sito e mi sono occorsi pochi minuti per appurare che il nuovo Splinder è altro da ciò che fu; a parte la rinascita della community, la grafica, pur servendosi degli strumenti di WordPress, fa piangere, infatti i template a disposizione credo siano pochissimi e inoltre suppongo che non li si possa personalizzare. Ammesso che si sia disposti a ignorare questi particolari, che per me non lo sono, quale nuovo orizzonte si aprirebbe per il blogger splinderiano resuscitato? Credo limitatissimo. Pochi sono i blogger con cui sono rimasto in contatto dopo la morte della gloriosa piattaforma e, in ogni caso, esistono altri strumenti per restare in contatto con gli amici virtuali; quindi, per essere franco, non mi serve, né mi è mai servita una community nella quale riconoscermi o essere riconosciuto. Anch’io ho un account FB, ma lo uso sempre più raramente e inoltre non mi aggrada il tipo di comunicazione, che lì si stabilisce. I miei studenti mi dicono che FB è ormai per i vecchi, mentre loro si sono convertiti ad Instagram. Ma la questione più spinosa, che non mi motiva a migrare nel nuovo Splinder, è un’altra: i blog, a prescindere dalla tipologia della piattaforma, sono da tempo in codice rosso, pertanto cambiare sito a che gioverebbe e, soprattutto, a chi? Resto qui in WP che, pur essendo talvolta una bolla sospesa nel vuoto del web, tuttavia ha il pregio di funzionare bene. 

A sciarra finì

Sciarra Chitarra musica e battaglia scendi dalle scale, faccia di maiale.

img_9441Questa è la filastrocca che i bambini degli anni ’70, cresciuti anche nella scuola della strada, eravamo soliti intonare come menestrelli in erba, quando si litigava e si dichiarava guerra a colui che, qualche minuto prima, era stato il nostro preferito compagno di giochi. La guerra durava al massimo l’arco di una nottata e nessuno di noi si sognava di afferrare un coltello e di assassinare l’avversario. Era una guerra giocosa e burlesca, fatta di scaramucce e dispetti; spenta la sciarra, si tornava amici.

Sciarra. Ecco la parola che oggi pomeriggio ha fatto scaturire dalla memoria la filastrocca fanciullesca che, a dire il vero, non ricordo a quale gioco o tradizione risalga. E il colpevole è Luigi Pulci, autore del Morgante maggiore, oggetto della mia prossima lezione di letteratura italiana. Fino a qualche ora fa pensavo che la parola sciarra fosse rimasta confinata nel vernacolo siciliano, che tanti tributi ha ricevuto dalla lingua araba. La parola deriva dall’arabo sarrah e vuol dire ostilità; per essere precisi nella lingua siciliana è un nome legato alla concretezza dell’azione e indica una lite furibonda, che comunque potrebbe prevedere una possibile riconciliazione tra i litiganti. Da sciarra è derivato l’intransitivo pronominale reciproco sciarriarsi e il sostantivo sciarriatina. Rileggendo qua e là il Morgante(dopo anni di abbandono), ne ho assaporato il variegato tessuto linguistico, che è ricco di prestiti dialettali da varie parti d’Italia. Avevo cominciato a rileggerlo mosso dal dovere di preparare la lezione e invece sono stato catturato dalla fattura linguistica del poema, che come un collante salda le strampalate avventure dei protagonisti mostruosi, un gigante, appunto Morgante, e un gigante riuscito a metà, Margutte, la cui trinità è costituita dalla torta, dal tortello e dal fegatello. Un’opera così intelligentemente viva che oggi, in piena epoca di linguisticamente(e politicamente)corretto, apparentemente laica, susciterebbe, come minimo, una levata di scudi. 

Settembre, andiamo!

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L’amica Alidada gentilmente mi chiede come va e sicuramente si riferisce agli inizi di questo nuovo anno scolastico.

Che dire? Il caos organizzativo a scuola domina sovrano. Mille propositi e una miriade di impegni, che nelle intenzioni dei proponenti dovrebbero dare un volto accogliente e innovativo all’esperienza scolastica, perdono nell’impatto con la realtà la loro carica formativa. Arredi scolastici a soqquadro o mancanti, aule polverose, neo-alunni fisicamente presenti ma non registrati negli elenchi ufficiali, linea internet ballerina, riunioni a tempesta, delibere su delibere che annullano delibere poco prima approvate. Insomma una babele. E, ciliegina sulla torta, la visita del pontefice a Palermo, che a due giorni dall’inizio dell’anno scolastico ci regala la prima vacanza.

Dal mio canto, pur con orario ridotto, ho cominciato a lavorare con gli studenti. Ho già spiegato e assegnato dodici pagine di letteratura latina e una nutrita batteria di esercizi grammaticali; se a ciò si aggiungono i libri letti(?)dagli studenti quest’estate, tra qualche giorno sarò pronto per le prime verifiche.

Poi le solite scenette. Genitori dei primini ansiosi, madri che svengono, padri alienati, colleghi che inseguono affannati l’elaboratore del sacro orario scolastico…

Di rilievo quella cui ho assistito stamani: una studentessa handicappata ha aggredito la professoressa di sostegno, tirandole e strappandole dal cranio un bel ciuffo di capelli. Ha voluto così esprimere il suo grazie alle attenzioni della prof.

Non c’è più mondo.

Ombre di luce

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Domattina alle 9 si aprirà il sipario sull’anno scolastico ’18-’19. Si comincia con il collegio di rito, che non pochi acidi malumori ha fatto fermentare nel cuore dei miei amati colleghi a causa della coincidenza tra il primo settembre e il sacro sabato.

Occorrerà arrivare a scuola molto presto per trovare un parcheggio dignitoso, ossia all’ombra e preferibilmente non distante un chilometro dalla sede dei comandi; quando ci riuniamo in plenaria, i docenti della mia scuola siamo un bel numero e perciò è difficoltoso accaparrarsi anche un piccolo spazio per l’automobile. Tra l’altro nella zona ci sono uffici e un mercato storico, quindi il parcheggio non è esclusiva nostra. A nostro vantaggio c’è che domani il traffico in città sarà scorrevole, perciò si procederà spediti.

Come sempre un po’ di ansia si cova nel profondo. L’enigma riguarda l’assegnazione delle cattedre. Da quando la scuola si è marchionnizzata(pace all’anima sua!), alcuni dirigenti e la conventicola dei macchinatori-delatori credono di fare e disfare ciò che credono più opportuno per il successo dei loro istituti in barba ai principi pedagogici e didattici. Vigilare è allora imperativo categorico. Proprio oggi ho accolto e raccolto le paure di qualche collega, con cui a lungo nel pomeriggio si è chiacchierato sugli scenari imminenti. Aspettiamo curiosi di sapere.

Intanto, forti della consapevolezza che chi sa insegnare lo fa sempre e comunque, ci dormiamo su, non prima di avere augurato ai colleghi bloggari un anno scolastico scintillante di relazioni umane dialetticamente generose e di mete culturali sempre più a misura d’uomo. 

 

Nel mattino un volo

Lo so, è molto stupido, ma ieri, mentre percorrevo un tratto autostradale siciliano impreziosito da ponti e viadotti, fantasticavo su come ci si sarebbe potuti difendere o riparare dal vuoto improvviso e dalle macerie, che ti intombano in una frazione di secondi, qualora si verifichi un crollo. Penso che dopo il disastro di Genova si sia un po’ tutti traumatizzati dalle immagini, che riprendono una parte del crollo del ponte Morandi, perciò queste infantili fantasticherie sono abbastanza normali. A dire il vero, a prescindere dal disastro di Genova, ho sempre temuto, e temo, ponti, viadotti e strade che costeggiano dirupi o si arrampicano sul vuoto. Particolarmente impressionante per esempio, sulla statale 624 Palermo-Sciacca, è l’uscita per Piana degli Albanesi; dal tronco della statale, famigerata per gli incidenti mortali e in alcuni punti impraticabile se le condizioni del tempo sono avverse, si leva un contorto serpentone a più tornanti, che sembra far fluttuare i mezzi nel vuoto. Basterebbe una manovra errata e giù dritti nel baratro. L’ho percorsa finora soltanto due volte e penso che sia sufficiente per non ripetere l’esperienza. Non parliamo poi dell’autostrada Palermo-Messina: si tratta, dopo Cefalù, di un peana cantato all’ingegneria umana e alla caparbietà della natura: viadotti e gallerie si susseguono quasi ininterrottamente togliendoti il respiro. Ci si può rilassare(forse)soltanto se non si sta alla guida, infatti è possibile osservare e ammirare da una parte il mare con la sua straordinaria scatola di colori acquorei e dall’altra le asprezze dei monti siciliani, i cui piedi, in alcuni punti, si immergono direttamente nel mare. Verde e azzurro ai lati dell’osservatore, azzurro in alto e vuoto sotto i mezzi. Giù l’unico letto è costituito dalle pietre delle fiumare. Poi il buio delle interminabili gallerie, le cui volte verdeggiano di muschio e sono rigate da rivoli d’acqua piovana.

Ingegno umano e forza della natura convivono pacifiche in un patto non siglato e non sottoscritto, pronto a snudare deficienze umane, occultate dal mito del mercato e dello sviluppo a tutti i costi, e impeto incontrollabile delle energie terrestri, marine e aeree.

Poi, talvolta, in un momento imprecisato, ingegno e natura si guardano in faccia e i loro sguardi non si allineano sullo stesso orizzonte.

Così alcuni muoiono, mentre altri celebrano e celebreranno processi, da cui forse si accenderà qualche bagliore di verità. Fulmineo come il volo dal ponte degli sciagurati di turno.