MargheRITA

Nonostante sia una santa umbra, Rita è festeggiatissima in Sicilia. Senza volere apparire irriverentemente irreligioso, e non lo sono, santa Rita incarna nell’immaginario collettivo femminile siculo il simbolo della donna sfortunata: moglie di un uomo violento, madre di due figli degeneri, prima vedova, poi orfana di figli, Rita coagula attorno alla sua immagine tanti volti di siciliane, che hanno dovuto subire violenze e prepotenze e forse hanno trovato nella fede una possibilità di riscatto. Nel mio paese non è un caso che siano addirittura le donne stesse ad organizzare la festa, cosa che solitamente è riservata ai maschi. Oggi le campane hanno suonato a festa tutto il giorno e le chiese erano stracolme di donne in attesa di farsi benedire le rose, simbolo di uno dei tanti miracoli di Rita. Donne e bambine indossavano proprio l’abito monacale della santa, bianco e nero.

Pure a Palermo la festa è molto sentita e anch’io ho ricevuto una rosa benedetta; me l’ha regalata una collega, che di buon mattino si era recata nella chiesa degli agostiniani. È stato un gesto gentile, che ha colorato di dolcezza l’impegno scolastico odierno. Al termine delle lezioni sono uscito da scuola raggiante di gioia per la mia rosa rossa targata Santa Rita. 

Ozio ericino

Dice mia madre che ad Erice ho conseguito il diploma in fumeria, nel senso che lì ho preso il vizio delle sigarette; non è proprio andata così, ma sicuramente un po’ vi ha contribuito. In verità quell’anno ne conseguivo due diplomi, quello delle medie inferiori in uno dei migliori istituti di Palermo, che non poco m’ha fatto sudare, e appunto quello in fumeria in una delle perle siciliane: Erice. Come regalo, infatti, mi fu concesso di trascorrere un mese di vacanza a casa degli zii ericini. Casa? Un castello, in realtà. Labirintico, con mille scale, passaggi segreti, stanze comunicanti e cortile con giardino lussureggiante interdetto ai giochi dei ragazzi. La zia Lina vigilava come un gendarme e si materializzava come un fantasma tutte le volte in cui io e la figlia, mia coetanea, decidevamo di trascorrere qualche ora nel giardino per non lasciare tracce di sigarette dentro il castello. Non era facile, però. Dopo essere stati più volte sul punto di essere beccati in flagrante, io e Vanna, la cugina, ci specializzammo nell’arte del fumo o nelle ore notturne in una delle stanze inaccessibili alla zia-madre o negli angoli più isolati di Erice. Ma il giardino era per me luogo preferito di osservazione in ogni caso; anche senza Vanna, ma in compagnia della zia, passavo in rassegna piante, alberi e fiori. Zia Lina mi spiegava gli  innesti, le talee, le occasioni in cui aveva reperito certe piante, che chiamava figlioletti, l’origine storica di certi vasi, l’acquisto di altri, gli esperimenti di piantagione di semi non compatibili con il clima di Erice e i successi ottenuti grazie al titanico sforzo di adattamento dei figlioletti. La zia era una donna con i pantaloni, come si suol dire; sosteneva che anch’io dovessi contribuire con un piccolo impegno all’organizzazione della sua numerosa famiglia, perciò mi aveva assegnato un incarico quotidiano: acquistare il pane. A sera era un’avventura uscire di casa, infatti le stradicciole di Erice, lattee di nebbia, non solo profumavano di muschio, di pane e di legna bruciata, ma diventavano per me, turista in erba, occasione di gioco: perdersi tra i meandri del monte e ritrovare la strada di casa. Furono dei giorni spensierati, più di venti, credo. Imparai a fumare sì, ma anche ad amare il verde, il silenzio e le ricette ericino-drepanesi. Dopo quell’estate, tornai ad Erice in altre occasioni: matrimoni e funerali. Mi dispiacque la morte degli zii, soprattutto perché, pur avendo condotto una vita sana, morirono entrambi per un brutto male.

Ad Erice sono tornato per una gita sabato 13 maggio, anche in compagnia della mia amica Marianeve(alla quale avrei messo un guinzaglio), la cittadina è sempre affascinante, ma quella poesia di molti anni fa non l’ho trovata, o forse non è più nei miei occhi.

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Isole Egadi

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San Cristoforo a guardia della porta di Erice

Gufi e parabole

Riemergo, dopo giorni, dal silenzio di questo sempre più taciturno blog per condividere qualche riflessione sulle prove Invalsi, a cui hanno partecipato i miei secondini liceali. Quest’anno, a differenza dei trascorsi, ho caldeggiato vivamente che si cimentassero nelle prove; con il tempo ho maturato il convincimento che esse, a prescindere dalle preferenze dei singoli docenti in merito alla tipologia di verifiche da assegnare agli studenti, costituiscano un piccolo laboratorio di analisi non tanto di quello che un insegnante ha saputo e potuto fare nell’arco di due anni quanto di confronto con un altro filtro, con cui osservare la fisionomia linguistica dei ragazzi con cui lavoriamo. Personalmente, so che non è facile, ho intenzione di confrontare i risultati conseguiti nelle prove invalsiane con quelli che vengono fuori dalle mie verifiche e dall’osservazione costante dei loro comportamenti cognitivi e linguistici. Non credo che la mia valutazione dei risultati sia perfetta, né d’altra parte lo è di tutto il mondo della scuola; non perfetta, ma sicuramente perfettibile. Confesso che uno dei miei sogni di docente è che le prove scritte, da me corrette, possano essere setacciate successivamente da almeno altri due colleghi o per confermare la mia valutazione o smentirla. Ma sono solo fantasie.

Vediamo un po’ i testi, ché i quesiti sappiam tutti come sono orchestrati.

Due, fra tutti, i testi di rilievo: un articolo giornalistico di Raffaele La Capria, avente come tema la cattività degli animali, nella fattispecie di un gufo, asservita ai bisogni perversamente raffinati degli esseri umani e una poesia di Vincenzo Cardarelli sulla parabola della vita umana, condensata nella metafora dell’ascesa nei giorni della giovinezza e dalla discesa rovinosa nella fase della vecchiaia.

Come sono misteriosi gli uccelli notturni, i gufi, le civette, i barbagianni! Il gufo è uno dei più grandi e merita veramente il suo nome. È sempre difficile avvistarlo. Una sera d’estate, nella casa di campagna, ne ho visto uno volare dal tetto verso gli alberi vicini. Mi sembrò un fantasma familiare, una creatura arrivata dal mondo oscuro della Natura, ma benevola, che portava con sé qualcosa di ignoto. Il suo arrivo suscitò in me sorpresa e meraviglia. Sentii il fruscio delle sue grandi ali, poi vidi nel buio il folto piumaggio, e non diversa da quella di un nume fu la sua apparizione. Pochi momenti ed era già sparito. Raramente la sua maestà si lascia ammirare in tutta la sua piumata bellezza. In un’altra sera, una sera in città, ho visto un gufo reale esposto su un trespolo in una trasmissione televisiva. Era una di quelle trasmissioni culturali che vanno in onda dopo la mezzanotte, e la presenza del gufo, simbolo di saggezza, era come una sigla che voleva dire: trasmissione notturna, o forse culturale. Stava lì nello studio mentre i due presentatori parlavano di Bisanzio, una civiltà dove raffinatezza e crudeltà andavano di pari passo, e accecare un nemico era cosa normalmente praticata, per asservirlo o per renderlo innocuo. I due presentatori parlavano, e dietro di loro sul trespolo, come un idolo, assolutamente immobile, con la testa eretta stava il gufo reale, accecato dalle luci dello studio. Sentivo che la sua immobilità nasceva proprio dalla sua intolleranza per la luce, ed era l’immobilità che assumono certi animali di fronte a un nemico inevitabile e invincibile. Non riuscivo a seguire le parole dei presentatori che parlavano di migliaia di prigionieri accecati dopo una battaglia vinta dai bizantini, perché ero distratto e come ipnotizzato dagli occhi splendenti del gufo. Due occhi grandissimi, due biglie di vetro luminose e trasparenti, di un colore topazio con in mezzo un puntolino nero. E com’era veramente regale quell’uccello, con che dignità stava su quel trespolo, come su un trono. E com’era misteriosa la fissità del suo sguardo! Stava lì, in quel luogo così diverso dai suoi ascosi rifugi notturni e totalmente a lui estraneo, e io in quel momento guardandolo mi sorpresi a pensare a tutte le creature, uomini e animali e uccelli, gettate senza un perché su questa terra, come lui era stato gettato in quello studio televisivo. Mentre il gufo reale immobile sul trespolo teneva per tutto il tempo della trasmissione i suoi grandi occhi luminosi sbarrati sul nulla come quelli dei ciechi, i due presentatori parlavano di Bisanzio, e la crudeltà di cui parlavano, forse a causa di quel gufo accecato dalle luci, mi sembrò più mostruosa e terribile, e perfino la parola, la parola «crudeltà», mi sembrò talmente intollerabile da non poterla sentire nemmeno pronunciare. Mi trasmetteva, sapendo a cosa si riferiva, un malessere fisico. Volevo che tutto finisse al più presto, e avevo già preso il telecomando per spegnere, quando la trasmissione finì. Il padrone del gufo reale — che presumibilmente era stato dato in affitto per quella serata — mentre sgombravano lo studio dall’arredo di scena, si avvicinò al trespolo, e senza tanti riguardi, come chi ha fretta e deve spicciarsi, prese quel nobile e fiero figlio della Natura per i piedi, che aveva grandi e unghiuti e possenti, da predatore notturno, e come fosse un pollo qualsiasi da portare al mercato se lo portò via. Mentre veniva così trascinato penzoloni, a testa in giù, sentii in me tutta l’umiliazione cui era stato sottoposto e pensai ai suoi grandi occhi splendenti, aperti sul mondo assurdo dove chissà perché era precipitato.
Raffaele La Capria – Corriere della Sera

 

Parabola
Anni di giovinezza grandi e pieni!
Mattini lenti, faticoso ascendere
Di gioventù che avanza
Come il carro del sole
Sulla via del meriggio.
A colpi di frusta,
con grida eccitanti,
noi la sproniamo a passare.
Ed illusioni, errori,
non sono allora che stimolo al tempo
e una maniera d’ingannar l’attesa.
Giunti che siamo al sommo, vòlti all’ombra,
gli anni van giù rovinosi in pendìo.
Né il numerarli ha ormai nessun valore
in sì veloce moto.
Vincenzo Cardarelli

Solitudinis pauperes

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Sotto il tiepido sole di ieri pomeriggio, tra effluvi di zagara di agrumi e di rose canine, abbarbicate sugli sterpi dei muretti a secco, che costeggiano i viottoli di campagna, lenta e neniosa una processione di fedeli si è recata all’Eremo dei Poveri, per tributare alla omnititolata Vergine Maria l’onore del restauro. Contrariamente all’inganno che può generare la foto qui sotto, l’eremo si trova in una vallata, ai piedi di una montagna, lambito dalle acque maleodoranti di un corsetto d’acqua pullulante di zanzare, bisce e anfibi, infatti per accedervi è necessario attraversare un ponticello. Malgrado i limiti, non si poteva rinunciare a un appuntamento con la microstoria del mio piccolo centro e così ho partecipato alla processione. Grande assente la mia amica MariaNeve, impedita, dice lei, da dolori articolari, che le avrebbero impedito la scarpinata, e sicuramente dall’allergia stagionale, che, come minimo, l’avrebbe prostrata, se avesse inalato pollini di zagara, rose, vilucchi e margherite.

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I vecchi raccontano che vi si andava in processione, recitando il rosario, quando l’annata era stata particolarmente magra di pioggia, ma per i poveri era anche meta di pellegrinaggio nel mese mariano; altri, negli anni ’60 e ’70, lo sceglievano come luogo di scampagnata nelle feste di calendimaggio e di ferragosto. Sull’Eremo dei Poveri le fonti, purtroppo, sono scarsissime; secondo il favoleggiamento degli storici improvvisati il sito fu scelto dai monaci cistercensi(?)alla fine del secolo XIII come eremo, ma dell’antica costruzione non è rimasto nulla. Le notizie diventano, invece, certe a partire dal XIX secolo: l’eremo fu edificato per rendere onore alla Vergine Maria dei Poveri, in realtà i poveri morti di colera, e poi, nel XX secolo, di spagnola, infatti è sicuro che ossa umane siano attualmente presenti sotto il pavimento della chiesa e ai lati del sagrato; lo attestano le epigrafi marmoree incastonate sul prospetto dell’edificio. Probabilmente, a causa delle frequenti ondate di colera, cui si aggiunse poi la spagnola, l’eremo fu adoperato dapprima come lazzaretto per i derelitti e per necessità come luogo di sepoltura, anche per evitare che i cadaveri contaminassero gli abitanti del centro cittadino. Con alterne vicende, dalla seconda metà del XX secolo, l’eremo, come ho detto prima, si è convertito in luogo di preghiera, ritiro spirituale e corporale, fino all’incuria devastante per circa vent’anni, che ha avuto come atto finale il crollo del soffitto, l’abbandono da parte dei fedeli e il ri-popolamento di animali e piante. Dopo lunghe traversie burocratiche, gli enti competenti, su pressione del clero e degli indigeni, hanno provveduto a rimettere in sesto l’Eremo.

Un piccolo gioiello nel tessuto della microstoria locale.

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Il lenzuolo*

34181926565_8c9cd137afOggi si celebra anche un’altra liberazione: ho terminato la correzione di tutti i compiti assegnati in classe e di quelli svolti come esercitazione, che fanno parte di quel lavoro sommerso poco, o per niente, riconosciuto ai docenti. In questi giorni dovrò quindi fissare l’ultima tornata di compiti quadrimestrali per il rush finale. Una, invero, sarà effettuata a sorpresa proprio domattina. Tra gli impegni scolastici incombe pure la compilazione di un lenzuolo*, ovvero del modello relativo alle adozioni dei libri di testo; ciò implica che, in qualità di coordinatore di una classe, dovrò inseguire gli esimi colleghi, perché riempiano con codici, titoli, autori, case editrici e prezzo lo spazio loro riservato. Nel malaugurato caso in cui dimostrassi negligenza, sarei nominato in seduta collegiale come l’appestato di turno, cosa che non potrei tollerare, perciò ho preparato una serie di post it che mi aiuteranno nell’impresa. So già che uno non troverà il codice, un altro il prezzo aggiornato, un altro il titolo. Povero me! A mia volta sarò inseguito dagli altri coordinatori, perché anch’io compili il lenzuolo. Nonostante si faccia uso di strumenti informatici, per i libri di testo è ancora preistoria. Poi ci sarà l’altro gravame da sopportare durante il prossimo consiglio: sommare la spesa e non superare il tetto massimo stabilito dal MIUR(tetto che, per quanto sappia, non è stato ancora fissato), come se fossimo noi docenti a stabilire il prezzo dei libri e non le case editrici. Un traguardo, però, è stato raggiunto: la riunione dei dipartimenti è stata già effettuata. Malgrado la mia pressione, che tentava di far fissare la riunione al mattino in concomitanza con l’assemblea d’istituto di aprile, secondo il mio personale motto “meglio una mattinata ammazzata che un pomeriggio indigesto“, tuttavia il dipartimento s’è celebrato, mentre il bolo di un panino transitava dall’esofago allo stomaco. Ed è stato indigesto davvero: ci siamo accapigliati sulle cattedre, lasciando in terzo piano i libri. Per rifarmi, mi sono concesso un giro nel centro storico dove, dopo aver gustato un caffè mediterraneo al teatro Massimo in compagnia di una cara collega, mi sono fiondato in libreria e mi sono regalato le poesie di Franco Fortini e quelle del paesologo Franco Arminio, Cedi la strada agli alberi“(2017).

Stanotte

Stanotte un qualche animale
ha ucciso una bestiola, sotto casa. Sulle piastrelle
che illumina un bel sole
ha lasciato uno sgorbio sanguinoso
un mucchietto di viscere viola
e del fiele la vescica tutta d’oro.
Chissà dove ora si gode, dove dorme, dove sogna
di mordere e fulmineo eliminare
dal ventre della vittima le parti
fetide, amare.
Vedo il mare, è celeste, lietissime le vele.
E non è vero.
Il piccolo animale sanguinario
ha morso nel veleno
e ora cieco di luce
stride e combatte e implora dagli spini pietà.

(Franco Fortini, Composita solvantur, 1994)

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Sospeso sulle argille

d’una vecchia collana

il paese perde le sue perle,

frana.

(Franco Arminio)

*Il modello cartaceo è in A 1