Le “traccie”: Caproni! 

xKpLTt1Una prova dell’informazione giornalistica imprecisa è stata fornita mercoledì 21 giugno in occasione della prova di italiano. Quotidiani, TV e studiosi di discreta autorevolezza hanno sbandierato ai quattro venti il nome del poeta Caproni come autore scelto dal Miur per la classica analisi del testo. Niente di più impreciso. Se gli autori dei servizi televisivi e giornalistici avessero letto attentamente i quesiti relativi alla prova A, si sarebbero accorti subito che nessun quesito proposto ai maturandi fa riferimento alla biografia di Caproni e alla sua parabola poetica. La proposta di Versicoli quasi ecologici si inquadra, infatti, nella cornice tematica, che ha caratterizzato la prova di quest’anno e che lega con un filo rosso quasi tutte le proposte: il problematico rapporto uomo/natura con la variante progresso/regresso. Dall’orizzonte  dei formulatori del Miur spariscono definitivamente(?)la contestualizzazione storico-culturale e l’analisi della letteriarietà della poesia, se non accennando a vaghe domandine di carattere prosodico e metrico. La letteratura torna ad essere momento di epifanie pedagogiche, formative e riflessive. Nonostante ciò, ancora una volta, gli studenti alla poesia del lamantino e del galagone di Caproni hanno opposto la fredda presenza metallica dei robot nel mondo del lavoro e i mezzi tecnologici come nuovo eldorado della frontiera del futuro.

Non uccidete il mare,

la libellula, il vento.

Non soffocate il lamento

(il canto!) del lamantino.

Il galagone, il pino:

anche di questo è fatto

l’uomo. E chi per profitto vile

fulmina un pesce, un fiume,

non fatelo cavaliere

del lavoro. L’amore

finisce dove finisce l’erba

e l’acqua muore. Dove

sparendo la foresta

e l’aria verde, chi resta

sospira nel sempre più vasto

paese guasto: <<Come

potrebbe tornare a essere bella,

scomparso l’uomo, la terra>>.

Balene e Pinocchi

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Come un Pinocchio di ferro ti ha sputato davanti ai miei occhi la balena verde di foggia americana, tu, già grigia nella senescenza, ancora vivida nell’astuzia acuta e cerimoniosa della volpe. Tra le lacrime hai riassunto in brevi fotogrammi la tua vita, da quel dì in cui perdesti me e i tuoi figli, tu che eri avvezza a conquistarci con le blandizie delle tue parole tra i crich-croch delle patatine e le bollicine di una Coca-Cola. Ora ti vedo immobile nella malattia, mentre le tue mani parlano di libri letti, di cucina e di burraco. Sgrani sul filo della memoria i morti che vivi ci appartennero, i sogni realizzati a metà, le voci che familiari suonano il loro concerto nel nostro breve incontro. Te lo dovevo questo ritrovarci, mai voluto, eppure sognato. Ci ha pensato Dio, il fato, la provvidenza, il caso, e noi non rimaniamo che fragili anelli di un meccanismo inconoscibile, che ha la sete dell’assoluto e il mistero della fede nella vita. Tu arrugginito Pinocchio di ferro e io vivente carcassa di bei ricordi.

Puniti


Avendo, quest’anno, faticato ben poco a scuola, e come docente e come collaboratore della dirigenza, e avendo perciò trascorso il tempo-scuola tra una grattatina di pancia e due chiacchiere di taglio e cucito tra colleghi, giustamente il Miur ha ritenuto opportuno punirmi con l’assegnarmi non solo a due istituti ubicati a chilometri di distanza, ma con il nominarmi per due classi di concorso differenti, ergo, a parte il compito scritto d’italiano in un liceo, dovrò pure correggere, ne sono quasi certo, la terza prova di storia(contemporanea), materia che ho insegnato ben 24 anni fa, in un magistrale. Se fossi disonesto, correrei ai ripari, ma escogitare finte malattie non rientra nel mio orizzonte umano e professionale e quindi dal 19 giugno assolverò il mio dovere di commissario; tra l’altro una delle scuole(statale) è ubicata nella costa palermitana opposta a quella in cui insiste il mio comune di residenza e, ciliegina sulla torta, l’altra è un diplomificio riconosciuto dalla legge.

Stessa sorte e stessa commissione all’altro collaboratore della mia scuola. Anche lui, a dire il vero, in odor di fannulloneria.

Ci consoleremo a vicenda.

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Agli inizi della mia carriera di docente, Gabriele, amico e collega straordinario, un pomeriggio mi ubriacò a tal punto di riflessioni letterarie e metaletterarie su una porzione della letteratura inglese che dimenticai di fare il mio dovere, perciò si ascrisse il merito di far saltare gli scrutini dell’istituto magistrale, ove insegnavo tre ore di latino. 

Si trattava di una supplenza temporanea, che gestivo insieme ad altre ore in un’altra scuola. Fu la mia prima supplenza nelle scuole statali e, come carta di presentazione, non fu certamente azione di cui gloriarsi. L’episodio dello scrutinio saltato fu ben presto dimenticato dai colleghi, che apprezzarono comunque il lavoro svolto in classe nei mesi successivi. Tenevo fortemente a far bella figura, anzitutto con me stesso, e perciò mi impegnavo con tutte le mie forze per sollevare il livello di quella classe; probabilmente anche per far dimenticare l’episodio, fui particolarmente buono con le alunne delle magistrali e, contrariamente al mio modo di operare, non troppo rigido nell’assegnazione dei voti. D’altra parte, a fine aprile, la titolare della cattedra rientrò a scuola e perciò fu lei a determinare la sorte di quelle povere ragazze. Povere si fa per dire, forse sprovvedute e svagate, ma particolarmente accoglienti e lusingatrici. Quell’aprile mi beccai due regali: uno delle studentesse, che confessarono di averci capito qualcosa di latino, e uno della titolare, che mi donò un buon eserciziario, che attualmente adopero per assegnare le versioni agli studenti.

Rinsavito improvvisamente, tra le sonore risate di Gabriele, che esultava per la vittoria(la poesia inglese aveva trionfato sul mio senso patologico del dovere)afferrai la cornetta del telefono e chiamai la segreteria della scuola, adducendo come pretesto un guasto all’automobile. Quella notte non presi sonno, temendo chissà quali rimproveri da parte del preside, ma il giorno dopo non accadde proprio nulla. Non fui richiamato dal preside, né i colleghi si mostrarono inviperiti per dover ritornare a scuola un altro pomeriggio a causa della mia sbadataggine tinta di necessità del caso.

Da Gabriele ho imparato moltissimo sul versante metaletterario dei testi; talvolta, avendo noi in comune una classe, tenevamo insieme la lezione, incrociando così i sentieri delle letterature europee, delle quali lui era esperto conoscitore. Dopo la mia iniziale ritrosia per senso di inadeguatezza(lo avevo mitizzato, insomma), fu una collaborazione formativa molto fruttuosa e gli studenti diedero il meglio di sé. Gabriele era un docente stravagante e bizzarro; non teneva in ordine il registro, inforcava, in ogni mese dell’anno, degli occhiali da sole scuri come la morte, tant’è che raramente si potevano fissare i suoi occhi, e sperimentava modalità didattiche, che collidevano con la mia visione antica del docente. Un giorno, entrando in aula al cambio dell’ora, mi ritrovai in un buio pesto squarciato soltanto dalla voce metallica di una musicassetta, che recitava una ballata inglese. Secondo Gabriele il buio percepito con i sensi avrebbe fatto immergere meglio gli studenti nell’atmosfera della poesia. I ragazzi lo emulavano, osannandolo in ogni occasione. Un’altra volta invitò degli attori allo scopo di inscenare in classe parte di un dramma inglese e poi toccò agli stessi studenti. Io rimanevo scandalizzato, ma segretamente lo ammiravo. Di Gabriele divenni anche amico e lascio immaginare quante serate stravaganti ho trascorso con lui e la sua cricca. Poi ci perdemmo di vista. Altre scuole, altre supplenze, il concorso, sedi in città diverse.

Ultimamente Gabriele era tornato ad insegnare in Sicilia, ma non ci siamo mai incontrati, né ci siamo cercati. Adesso lui riposa in un’urna di ceneri, perché un male l’ha divorato. Tutto questo l’ho saputo a fatti già avvenuti. Di lui mi è rimasto un ottimo libro di critica ed estetica letteraria, che talvolta consulto per l’analiticità con cui è sviscerata la letteratura tra ‘500 e ‘600, e il suo sorriso vitale, che rimane impresso nella memoria. Quel sorriso era segno di una vita vissuta intensamente. E questo gliel’ho sempre invidiato.

Non so se ho una sua foto. Devo rovistare tra le mie carte.

Conca di colori

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La Conca D’oro dall’alto

MargheRITA

Nonostante sia una santa umbra, Rita è festeggiatissima in Sicilia. Senza volere apparire irriverentemente irreligioso, e non lo sono, santa Rita incarna nell’immaginario collettivo femminile siculo il simbolo della donna sfortunata: moglie di un uomo violento, madre di due figli degeneri, prima vedova, poi orfana di figli, Rita coagula attorno alla sua immagine tanti volti di siciliane, che hanno dovuto subire violenze e prepotenze e forse hanno trovato nella fede una possibilità di riscatto. Nel mio paese non è un caso che siano addirittura le donne stesse ad organizzare la festa, cosa che solitamente è riservata ai maschi. Oggi le campane hanno suonato a festa tutto il giorno e le chiese erano stracolme di donne in attesa di farsi benedire le rose, simbolo di uno dei tanti miracoli di Rita. Donne e bambine indossavano proprio l’abito monacale della santa, bianco e nero.

Pure a Palermo la festa è molto sentita e anch’io ho ricevuto una rosa benedetta; me l’ha regalata una collega, che di buon mattino si era recata nella chiesa degli agostiniani. È stato un gesto gentile, che ha colorato di dolcezza l’impegno scolastico odierno. Al termine delle lezioni sono uscito da scuola raggiante di gioia per la mia rosa rossa targata Santa Rita. 

Ozio ericino

Dice mia madre che ad Erice ho conseguito il diploma in fumeria, nel senso che lì ho preso il vizio delle sigarette; non è proprio andata così, ma sicuramente un po’ vi ha contribuito. In verità quell’anno ne conseguivo due diplomi, quello delle medie inferiori in uno dei migliori istituti di Palermo, che non poco m’ha fatto sudare, e appunto quello in fumeria in una delle perle siciliane: Erice. Come regalo, infatti, mi fu concesso di trascorrere un mese di vacanza a casa degli zii ericini. Casa? Un castello, in realtà. Labirintico, con mille scale, passaggi segreti, stanze comunicanti e cortile con giardino lussureggiante interdetto ai giochi dei ragazzi. La zia Lina vigilava come un gendarme e si materializzava come un fantasma tutte le volte in cui io e la figlia, mia coetanea, decidevamo di trascorrere qualche ora nel giardino per non lasciare tracce di sigarette dentro il castello. Non era facile, però. Dopo essere stati più volte sul punto di essere beccati in flagrante, io e Vanna, la cugina, ci specializzammo nell’arte del fumo o nelle ore notturne in una delle stanze inaccessibili alla zia-madre o negli angoli più isolati di Erice. Ma il giardino era per me luogo preferito di osservazione in ogni caso; anche senza Vanna, ma in compagnia della zia, passavo in rassegna piante, alberi e fiori. Zia Lina mi spiegava gli  innesti, le talee, le occasioni in cui aveva reperito certe piante, che chiamava figlioletti, l’origine storica di certi vasi, l’acquisto di altri, gli esperimenti di piantagione di semi non compatibili con il clima di Erice e i successi ottenuti grazie al titanico sforzo di adattamento dei figlioletti. La zia era una donna con i pantaloni, come si suol dire; sosteneva che anch’io dovessi contribuire con un piccolo impegno all’organizzazione della sua numerosa famiglia, perciò mi aveva assegnato un incarico quotidiano: acquistare il pane. A sera era un’avventura uscire di casa, infatti le stradicciole di Erice, lattee di nebbia, non solo profumavano di muschio, di pane e di legna bruciata, ma diventavano per me, turista in erba, occasione di gioco: perdersi tra i meandri del monte e ritrovare la strada di casa. Furono dei giorni spensierati, più di venti, credo. Imparai a fumare sì, ma anche ad amare il verde, il silenzio e le ricette ericino-drepanesi. Dopo quell’estate, tornai ad Erice in altre occasioni: matrimoni e funerali. Mi dispiacque la morte degli zii, soprattutto perché, pur avendo condotto una vita sana, morirono entrambi per un brutto male.

Ad Erice sono tornato per una gita sabato 13 maggio, anche in compagnia della mia amica Marianeve(alla quale avrei messo un guinzaglio), la cittadina è sempre affascinante, ma quella poesia di molti anni fa non l’ho trovata, o forse non è più nei miei occhi.

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Isole Egadi

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San Cristoforo a guardia della porta di Erice