Un’ora sola di egoismo

 

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E poi giunge una mattina di febbraio e rivedo sul palcoscenico una delle mie creature* scolastiche recitare un testo di Camus. Seria nell’abito nero, impreziosito da una rosa rossa, concentrata nella parte, un’altra lei. Una dizione perfetta, un incedere elegante, una gestualità misurata ritmata da una voce potentemente mediterranea, che trascina nella sfera di un mondo fanciullescamente primordiale. Oggi ho pianto d’emozione, di gioia e d’orgoglio. Ma quant’è gratificante insegnare! 

*Non ho alcun diritto di definirla mia creatura, è soltanto un’espressione d’affetto e di stima. Dopo cinque anni di liceo non è il minimo che si possa dire?

Flore terrae solutae

Le gote delle mie montagne sono come quelle di un cinquantenne dove campeggiano chiome settecentesche di canizie primaverile tra prati ricoperti di verde. Le mimose si tuffano lussureggianti finanche sui cigli delle strade di campagna, gareggiando con il giallo elettrico delle acetoselle. Spira già un’aria, che svela i segreti della terra. 

Sulle sette sorelle

Già è un problema per noi fratelli della Terra metterci d’accordo sui fondamentali, perciò non oso immaginare cosa potrebbe accadere nella relazione con i fratelli delle sorelle. Meglio soli e unici!

La cattiveria intellettualoide

Quest’anno ho seguito il Festival di Sanremo in modo, per così dire, interattivo su due schermi, quello della tv e quello del tablet; seguire è una parola grossa, dato che la mia fragile capacità di resistenza attentiva mi ha impedito di superare la mezzanotte. Anche l’ultima serata è andata così; soltanto il giorno dopo ho saputo del podio conquistato, in primis, da Gabbani, e a seguire da Fiorella Mannoia ed Ermal Meta. Non sono, pertanto, in grado di esprimere un giudizio compiuto sulle canzoni, né, d’altra parte, farlo è mia competenza. Certamente ciascuno ha le proprie preferenze ed è difficile distinguere tra gusti soggettivi e qualità dei testi e della musica. Dicevo nell’incipit che ho seguito il Festival in modo interattivo e, aggiungo, molto divertente: mentre ascoltavo le canzoni, leggevo e commentavo contemporaneamente il blog social di Assante e Castaldo sul sito la Repubblica. Si è trattato di faticare non poco, poiché i post dei due giornalisti e critici musicali dalla lingua biforcuta si susseguivano con un ritmo incalzante, per non parlare delle risposte argute e velenose dei bloggers, ora in preda alla disperazione per alcune strasentite canzoni, ora al fastidio per le continue interruzioni pubblicitarie, che hanno decretato la vittoria di una nota compagnia telefonica e di Mina. Fra tanta goliardia di post velenosi non è sfuggita ad alcuno l’ironia tagliente verso la cantante Bianca Atzei, rea di avere presentato una canzone sentimentale festivaliera, Ora esisti solo tu, scritta da Checco dei Modà e palesemente dedicata al suo fidanzato, presente all’Ariston. Il testo non è certamente un capolavoro, né lo è la musica; si tratta di una piacevole canzonetta, che inneggia all’amore e ai buoni sentimenti. Eppure nel blog live quasi tutti sono stati impietosi: chi l’ha paragonata a Rosanna Fratello, chi alla Cinquetti, chi alla buonanima Marisa Sannia. L’hanno definita patetica, anacronistica, strappalacrime; l’hanno sfottuta, parodiata, canzonata. Hanno giocato con il suo cognome, storpiandolo, imbastendo fantomatiche cronache storiche azteche, coniando aggettivi e avverbi. Di tutto di più.

Evidentemente in Italia, perché si possa parlare di buoni sentimenti al femminile, ammesso che si tratti di una questione di genere, è necessario parlare di violenza, femminicidio e pari opportunità; guai a parlare d’amore!

 

Gallismo Civico

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Questa non è una foto “artistica”, ammesso che io ne pubblichi, ma reale. Ritrae l’ingresso in una hall. Quale? Non di un elegante albergo nella città di Palermo, ma del nuovo polo oncologico dell’ospedale Civico, polo che raggruppa una serie di reparti di chirurgia, in uno dei quali è stato ricoverato un mio caro parente. Questo non è un post di denuncia di malasanità, ma di gallismo siciliano della peggiore specie. In detta hall, nelle lunghe attese dell’ora della visita ai malati, ho potuto osservare il comportamento non sempre corretto dei portieri nei confronti di uomini, anziani, sprovveduti, vecchiette imbellettate et similia, ai quali era categoricamente vietato l’accesso ai reparti nelle fasce orarie non consentite(nonostante certe richieste di infrangere le regole potessero avere una certa giustificazione diciamo umanitaria), mentre i medesimi custodi andavano in solluchero ed erano conseguentemente pronti a trasgredirle nel caso si fosse epifanizzata ai loro lumi un essere umano di sesso femminile, procace e succintamente abbigliata, che con poche moine riusciva a superare il varco e ad accedere ad uno dei reparti.

Che dire?

Mi sono sentito offeso nella mia dignità di parente di un congiunto ammalato e di quelli che, come me, sono stati irremovibilmente bloccati all’entrata o addirittura inseguiti su per le scale, perché facessero marcia indietro.

In quel contesto non sono andato oltre per rispetto nei confronti del parente ricoverato e dei medici professionisti, ma qui, nel blog, non ho potuto e non posso tacere e una pietruzza di protesta la lancio qui nell’oceano della rete. 

Anaffettivi

Pochi giorni fa io e i miei studentelli di biennio, insieme a metà liceo, abbiamo visto un film sul tema del bullismo, intrecciato a quello sulla violenza rosa. 

Una sceneggiatura molto elementare dai risvolti facilmente individuabili ad occhi chiusi.

I giovani spettatori, sin dalle prime scene, hanno subodorato di che pasta fosse il film e, contrariamente ad occasioni simili, non si sono comportati proprio da signori. Risatine, applausi fuori luogo, fruscii, ssssssss prolungati imitanti il silenzio durante la proiezione e boati di esultanza al termine.

E il regista presente in sala.

Io mi sono vergognato alquanto. 

I miei studenti si sono trattenuti dall’amplificare la baraonda, ma soltanto perché memori delle “minacce” tuonate in classe.

Mi sono vergognato, ma anche intristito. Ridere e sghignazzare di fronte a scene drammatiche, pur scontate, a me pare un abominio morale. La scarsa qualità di un film  può autorizzare e giustificare un comportamento di tal risma? 

Perché non tentare di salvare almeno il salvabile, e cioè la profonda tenerezza che ispirano i personaggi del film? È un aspetto che non hanno colto.

E la responsabilità è anche di noi docenti nel modo di veicolare i contenuti ed educare i giovani alla fruizione delle opere varie: tanta testa e poco cuore, molta analisi e nessuna visione sentimentale. 

Correttivi

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La buona scuola, a circa un anno e mezzo dall’entrata in vigore, palesa i segni delle sue prime escrescenze tumorali che, se nelle more non avranno già condotto la scuola italiana alla morte, la costringeranno comunque, prima o poi, a sottoporsi a massicce cure di ricostituenti correttivi, a meno che non la si voglia mantenere nell’attuale stato vegetativo di sopravvivenza, che penalizza le nostre giovani generazioni. 

La formazione degli insegnanti 

Sono ormai pochi i docenti, che effettuano settimanalmente le canoniche diciotto ore. La maggior parte delle agenzie formative, infatti, offre i propri prodotti didattici in orario antimeridiano, perciò ciascun docente, forte dei propri diritti stabiliti dal contratto, può richiedere fino a 5 giorni per attività di aggiornamento; se, invece, l’offerta cade nel pomeriggio, ne risentono le 40 ore(+40)delle attività funzionali all’insegnamento. Un condizionamento non marginale sulla formazione e sulla presenza fattiva a scuola gioca pure l’impegno economico: una parte o l’intero del bonus possono essere infatti spesi dal docente per la formazione, quindi quale stolto dirigente può costringere l’insegnante a rimanere a scuola, se questi ha pagato un corso? Tutto ciò si ripercuote inevitabilmente sulla vita culturale di una classe che non solo vede diminuite le ore effettive di lavoro con l’insegnante, ma è costretta a comprimere, semplificare, tagliare e banalizzare quel minimo di conoscenze-competenze-abilità deputate all’istituzione stessa. Non ultimo il business intorno a cui ruotano pianeti e satelliti accreditati.

 

L’alternanza scuola-lavoro

Il business riguarda quasi interamente l’alternanza scuola-lavoro. Molti hanno già evidenziato i limiti sul piano formativo per gli studenti(soprattutto dei licei); tale norma li costringe ad erodere tempo allo studio personale, ma l’aspetto disdicevole riguarda il fatto che alcuni stage presso enti vari, che tra l’altro non offrono opportunità di conoscenza del mondo del lavoro(si tratta in realtà di associazioni per lo più)sono a totale carico oneroso per le famiglie, costrette in qualche modo a sborsare quattrini, pur di permettere ai figli di accumulare ore di alternanza . Ora non è mia intenzione generalizzare estendendo a tutto il territorio nazionale la mia frettolosa disamina, ma le scuole di cui ho notizia ed esperienza presentano un siffatto quadro pietoso. 

Voglio confidare in un moto di saggezza da parte dei legislatori, in modo tale che possano essere approntati i necessari correttivi ad un sistema che mi pare faccia acqua da tutte le parti, o quasi.