Disperati in servizio

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Estremamente a margine, quasi sommessamente(e per rispetto delle vittime del terremoto e per gli incolumi scampati ai sussulti della terra)si chiede, chi conserva ancora un’idea vaga di cosa significhi rispetto umano, come sia possibile che i responsabili dei centralini delle chiamate d’emergenza(118, 113, 115, etc.) forniscano alle testate giornalistiche le registrazioni delle voci disperate dei tanti disperati, che solo per un caso fortuito sono riusciti a chiamare gli aiuti per mezzo del telefono probabilmente poco prima di sparire sotto i cumuli di macerie, polvere e buio.

Proprio con queste voci disperate ha esordito il primo servizio di uno dei telegiornali del biscione. E non credo sarà l’ultimo.

Nessuna pietà. Tutto fa brodo.

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Campagna d’agosto

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Mammelle smunte di  fichi d’India, come di giovani puerpere ritte alla luce greve delle nuvole sulla luna, mostrano i loro capezzoli di fiori nella frescura della notte. Sono le ultime infiorescenze prima della maturazione dei frutti, carne succulenta dove si coagula quell’umido che a fatica hanno sorseggiato  nell’impietà dell’arsura estiva. Se ne berrà qualche goccia nell’attesa che le albe seguitino a imbiancare il cielo, mentre i gatti si avventurano nella notte in cerca di avventure o di prede. Le stelle, distratte e frettolose, fanno verzicare di fantasie il cuore, mentre si stenta a rampicarsi sulle nuvole di catrame impastate di vita. Lontani, splendono di luce finta i presepi della campagna opaca.

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La ricerca di piatti genuini, forse, acuisce la parola e rende meno superficiali le papille gustative, rese povere dall’avere addentato falsi bocconi di terra. Incorporare natura e terra per toccare e accarezzare il mondo.

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Tra i rami di un fico

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I giardini riservano sorprese anche ad agosto: una tela di seta in equilibrio tra i rami di un fico.

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Ecco il ragno, mentre tenta di fuggire al riparo!

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Clemente, ma non troppo

28862101306_291f1a57d9_nNella scena di quest’estate 2016, tanto clemente nelle temperature medie che, almeno nella collina siciliana, di notte non dispiace il lenzuolo e di giorno raramente si accende il condizionatore, ha fatto la sua comparsa la grande rimossa, giusto per ricordarci di quanto nulla siamo fatti.

Dopo una lunghissima malattia e indicibili sofferenze, che le hanno martoriato il corpo e l’anima, è morta una delle mie cugine-sorelle-tate; in parte se l’è voluta lei, avendo rifiutato, circa sei anni fa, di candidarsi ad un trapianto, che le avrebbe consentito di vivere meglio e più a lungo. A rendere ancora più triste il quadro hanno contribuito la lunga degenza ospedaliera, la freddezza spietata del personale medico(non di quello infermieristico)e l’essere deceduta in ospedale; stando così le cose, è rimasta per ben due giorni a deposito nell’obitorio, in attesa, come tanti altri morti, del funerale. Al momento della sepoltura, in uno dei più eleganti cimiteri della città, s’è posta pure una pietra sopra la sua storia personale che, per molti aspetti, conterrebbe pure spunti di scrittura. Di lei ricorderò il dono dell’accudimento e l’ironia, che non risparmiava nessuno.

Di qualche ora, invece, è la tragica morte sul lavoro di un imprenditore-artigiano-mastro, mio compaesano. Buono come il pane, di poche parole, dal sorriso disarmante. La stessa Marianeve, che solitamente straparla a vanvera, è rimasta attonita e si è chiusa in un silenzio religioso, rinunciando, come me, al calvario del corteo funebre fino al cimitero. A piedi, s’intende. Sotto la canicola d’agosto. Alle tre e mezza del pomeriggio.

Il funerale di paese è differente da quello di città. Il primo conserva in Sicilia i residui culturali del barocco scenografico secentesco(campane a festa e ad agonia, marce musicali ora trionfali, ora neniose, compartecipazione delle confraternite religiose al corteo, totale di tempo quattro ore circa), l’altro è rapido e impersonale. In città sono gli operatori funebri a gestire tutte le operazioni, in paese, invece, i fratelli di fede, capaci ancora, in alcuni casi, di caricarsi la bara sulle spalle e di condurla alla casa eterna.

Triste, deprimente e rapido in città, festoso* in paese, ma con tempi biblici.

*Solitamente i confratelli chiedono alla famiglia del defunto se preferiscano una marcia musicale allegra o cupa. 

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Bianco e merigold

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Per la serie volersi bene anche d’estate ho deciso di far pittare pareti e soffitto del mio studio; vi medito su da un anno e sono trascorsi ben sedici anni dall’ultima volta. È stato un laborioso travaglio mentale, che a parto imminente si nutre di un compromesso con me stesso: le librerie rimarranno al loro posto insieme ai libri e durante i lavori saranno ricoperte da teli impermeabili. Le pareti nascoste dalle librerie resteranno esattamente come sedici anni fa, smontarle e spostarle equivarrebbe a un massacro fisico. Certamente questa scelta saggia collide con il mio essere preciso e pulito, ma non trovo altra soluzione veloce immediata. Il rischio è di far passare un altro anno. Quindi approfitto di questa illuminazione temporanea.

Da oggi pomeriggio mi sono messo al lavoro: ho eliminato il troppo(riviste didattiche e fotocopie di prototipi di compiti)e inscatolato testi scolastici, a cui sono legato affettivamente, ma che non consulterò più. Avrei potuto mandarli al macero, ma non ci riesco. 

Nel soqquadro generale sono spuntati quadernoni di appunti scritti a mano, a macchina e tantissime fotografie, di me bambino, adolescente, laureato, diari personali, pensieri disseminati su vecchi quadernetti e a questo punto un bel groppo alla gola. Come sono cambiato! Quanta innocenza! Quanti sorrisi spontanei! Cose che non torneranno mai più. Ad un certo punto ho riposto il tutto, onde evitare di farmi catturare dalla tristezza e dal rimpianto di ciò che non fu e che sarebbe potuto essere.

Si vive qui, ora, nel presente, semmai in prospettiva. Perciò, cacciata la nebbia dei ricordi, ho contattato l’imbianchino e concordato tempi, modalità e costo dei lavori. Avrò circa una settimana di tempo per continuare il repulisti e riorganizzare mentalmente la sistemazione di mobili e scrivania.

Ho scelto due colori: il bianco(dominante)e un giallo merigold per le pareti più strette.

Un po’ di colore caloroso non guasta proprio. 

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