Strafare

ts946v1-125A volte pare che uno se le cerchi con la cannilicchia(così si dice dalle mie parti). Stamani, come tanti altri lunedì, le defezioni dei docenti sono state tante, perciò, quando mi è stato proposto di occupare la mia ora buca con una supplenza a pagamento, onde sostituire la malata cronica di turno, non ho indugiato e ho detto subito sì, consapevole, per i miei trascorsi di collaboratore della dirigenza, quanto sia estremamente pericoloso lasciare dei primini in balia del vuoto o della sorveglianza dei bidelli. Così, suonata la campanella, mi sono avviato solerte verso l’aula di tal primini. Quasi tutti maschi. Una masnada di esseri insofferenti e smaniosi che, dopo le mie occhiatacce silenziosamente minacciose, si è rassegnata alla mia presenza, mettendosi subito al lavoro. Com’è mio uso e costume, non ho lasciato loro possibilità di scelta e, allineandomi al lavoro del loro professore di lettere, ho imposto un approfondimento morfologico dell’ultimo argomento di grammatica, ossia la formazione dei sostantivi per pre e suffissazione. Abbiamo così svolto tutti insieme un esercizio, la cui consegna richiedeva di riconoscere il prefisso di un certo numero di verbi e, sulla base della radice verbale, di individuarne il nuovo significato o la sfumatura semantica assunta grazie al prefisso. Cosa non è venuto fuori! Le risatine sono arrivate puntuali con il verbo prevenire, a cui un moccioso insolente ha velatamente attribuito un significato(sessuale), e con il prefisso trans, subito associato all’ormai omonimo sostantivo indicante un genere sessuale. A questo punto, fingendo di ignorare gli sguardi di complicità che si erano lanciati tra loro, assimilabili a quelli dei film trash degli anni ’70-’80, dopo aver contato fino a mille per non pormi al loro livello, ho mansuetamente spiegato sia l’uno che l’altro. Sarebbe stato poco costruttivo inalberarmi con loro, perciò ho ritenuto più opportuno ignorarli e glissare. A pensarci, tra le altre cose, la colpa è stata un po’ anche mia. L’esercizio prevedeva di separare il prefisso dal verbo; invece io ho voluto strafare: spiegare il significato del verbo alla luce del prefisso. Ben mi stia!

Buona cattiveria didattica

Oggi i miei studenti del penultimo anno si sono cimentati nell’analisi di un testo letterario(autobiografico)della seconda metà del Quattrocento. La mia buona cattiveria didattica ha sortito un effetto positivo, ho infatti cancellato tutte le note lessicali, costringendoli a cercare affannosamente sul dizionario gran parte delle parole. Si sono così appropriati di tutte e cinque le ore(tre mie, due datemi in prestito dai colleghi)per stendere un testo coeso e coerente(mi auguro). Non so quali saranno i risultati, ma notare che il foglio della traccia(due pagine)era stracolma di note, appunti e parafrasi mi ha colmato di gioia. Ed è già un traguardo non di poco conto. Quando mai hanno la possibilità di godere della compagnia di un dizionario, se non durante un compito in classe? Ed io li ho accontentati. Volare, volare, volare. Sempre.

Autunno di vita

 

Oggi non scrivo nulla di mio, ma ringrazio Gabriarte per avermi regalato(su mia richiesta)l’immagine del template. Sono rappresentati tre alberi in balia del vento autunnale su un tappeto di foglie multicolori; sono proprio i colori scelti a rendere originale l’autunno: il violetto sulle cime dei monti, l’azzurro del lago e poi una nuvola di foglie, che evocano non la morte autunnale, ma la vita, la possibilità della rinascita. Altresì le foglie variopinte simboleggiano la varietà delle forme della natura nell’eterno mutare, crescere, morire e rinascere. Un autunno di vita, insomma.

Turni scolastici a pagamento

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In questi giorni sto rovistando tra le pagine dei miei libri e della rete web alla ricerca di brevi saggi e articoli giornalistici di una certa autorevolezza da utilizzare per la strutturazione delle prove di italiano da ammannire ai miei studenti. Attualmente sto piacevolmente lavorando sulla tipologia A che, secondo le nuove indicazioni ministeriali, più sagge e intelligenti delle precedenti, prevede l’analisi di un testo, collocabile cronologicamente tra l’Unità d’Italia e il nostro oggi, di cui lo studente dovrà rendere ragione sul piano della comprensione semantica e degli snodi linguistici senza però indugiare sui tecnicismi della retorica fine a se stessa. In questi giorni di labor ho anche dialogato via mail con un professore dell’Unifi, che gentilmente, pur non conoscendomi, ha chiarito un brevissimo passo di un suo saggio che rischiavo di non interpretare bene. Quando la preparazione è accoppiata all’umiltà può succedere anche questo, e cioè che due sconosciuti possano discutere a distanza di letteratura.

 

Ed è così che navigando tra una pagina reale e una virtuale mi imbatto in un articolo pregevole di Vittorio Pelligra pubblicato su Il Sole 24 ore.

Consiglio la lettura a tutti, ma in particolare ai docenti.

Cimmerii globalizzati

Nonostante tutti gli esempi concreti enumerati per narrare la globalizzazione, nell’unica misera ora di geografia che è rimasta al liceo, i miei studenti di seconda continuano a sonnecchiare fingendo attenzione e, soprattutto, a non capire. O meglio, capiscono i singoli anelli, ma non la catena. A nulla sono valse le spiegazioni circostanziate degli esempi classici del settore economico, relativi alle merci e ai prodotti che consumiamo; inutile lo sciorinamento di teorie economiche; ancora più improduttivo il riferimento alle realtà nostrane, che ritenevo conoscessero anche solo per averne sentito parlare in famiglia. Penso, poi, che per conoscere parole come delocalizzazione, no global, liberalizzazione dei mercati, PIL, etc… non occorra aspettare una lezione scolastica. Neanche le mie stupidità autobiografiche sono servite a granché: l’acquisto di una periferica da scanner in Germania o di alcune biro negli Usa grazie al centro commerciale amazzonico. Quando gli studenti dormono, dormono. Passerà questo sopore. Oramai mi sono abituato all’alternanza di spirito delle mie classi: un anno di belli e belle addormentate, un anno di diavoletti danteschi(che sinceramente preferisco ai primi). Però un po’ li compatisco: chi è dentro un quadro difficilmente può osservarlo dall’esterno. C’è dentro. E basta.