Le parole zitte

ts2332v3-57A partire dalla morte inaspettata e improvvisa del migliore dei colleghi di filosofia, uno splendido cinquantenne dal garbo elegante e dal cipiglio coraggioso, capace di dar filo da torcere a un intero collegio, compreso il DS, pare che da qualche anno la mia comunità scolastica abbia scoperto che la malattia esiste anche dietro una cattedra. E con essa anche Lei, la Morte. Ma se ne parla di nascosto, dentro le stanzette, fra i corridoi. A due a due, a tre a tre, in crocchio. Molto spesso noi professori, almeno agli occhi degli alunni, appariamo immortali ed esenti dalle patologie, e magari ce le augurano pure quando, nel bene e nel male, commettiamo un’ingiustizia nei loro confronti. Poi, però, quando improvvisamente il migliore, porca miseria, finisce sotto un cumulo di terra o dietro una lastra di marmo, è un profluvio di rimpianti, ricordi e suono della campanella ad ogni anniversario. Dicevo appunto che da qualche anno la malattia grave o degenerativa è diventata familiare nella mia scuola, ma un dato accomuna tutti i colleghi con infermità permanenti o con ricadute periodiche: il silenzio(Che poi il mio liceo non è popolato da matusalemme). Con questo non voglio dire che uno debba mettersi davanti al microfono e annunciare a tutti i colleghi che sta morendo o che sta male, però si respira nell’aria quella tipica ipocrisia intellettuale, e intellettualistica, di coprire a tutti costi e ipocritamente la malattia o l’infermità. Io penso che la ragione di tale scelta sia ascrivibile alla vergogna di sentirsi additati come malati, come se la condizione patologica fosse percepita dagli occhi degli altri colleghi come una diminuzione della propria professionalità, preparazione, autorevolezza. Triste è semmai apprendere da un sms o da una telefonata che un collega è deceduto, mentre una settimana prima ci avevi scambiato quattro chiacchiere o ti ci eri scontrato durante una riunione. Alcuni obietteranno che la causa del silenzio sia una sorta di pudore rispettoso nei confronti di se stessi e degli altri. Ma con quale coraggio oggi si può parlare di pudore, quando si sbandiera ai quattro venti il meglio, o ciò che è ritenuto tale, di se stessi? Che si è fighi, belli, intelligenti, in forma, dotti, superiori agli altri, con quattro amanti, uno ad ogni angolo di strada, ma malati no, malati mai. 

11 pensieri su “Le parole zitte

  1. Eppure, credo che io finirei proprio a pensare a quel pudore. Sarà perché son fresca di un intervento andato male che alla fine è passato di bocca in bocca anche tra colleghi con cui mai ho avuto contatti e al rientro mi han chiesto aspetti personalissimi e quasi imbarazzanti di quanto capitatomi. Sarà per questo che non so misurare bene le distanze…

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  2. Da me una insegnante che a settembre sarà in pensione, un baluardo, una roccia… sai, la classica persona che insegna da una vita, quella che è sempre lì mezz’ora prima e se ne va mezz’ora dopo.. ecco quella.. è ammalata dall’inizio dell’anno e non mi sono sorpresa quando la custode mi ha chiamata per dirmi se poteva farla andare in classe, in orario serale, perchè non voleva farsi vedere dai colleghi e dai ragazzi, per ritirare le proprie cose personali…

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  3. Giusto domenica ho molto ammirato un’amica che in modo semplice e diretto ci ha parlato della sua malattia , molto grave. Non è facile mantenere serenità di fronte all’ineluttabile destino di dover assumere farmaci terribili per il resto della propria vita. Serenità e voglia di incontrare gente , andare al cinema, e considerare che , dopotutto, “le medicine danno effetti collaterali molto fastidiosi, ma almeno permetto di vivere quasi normalmente”. Il problema è, appunto , quel “quasi”.

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  4. Io credo che non ci sia niente di intellettualistico, viceversa (la scelta della parola per esprimere ed esteriorizzare il dolore è viceversa figlia di un percorso di consapevolezza assai più intellettuale). Gli animali quando si sentono male si allontanano e vanno a morire, non si esibiscono nel branco. In comunità lavorative chiuse nelle quali una vicinanza fittizia non corrisponde a una vicinanza relazionale autentica, io trovo che sia normale cercare di proteggere ciò che in ultima analisi ci caratterizza come esseri-nel-mondo, il nostro corpo, dagli sguardi e dalle parole altrui.

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  5. @Non mi piace molto l’idea dell’uomo-animale, anche se siamo anche questo, Povna. Concordo sulla vicinanza fittizia e sulla scelta della parola finalizzata ad esprimere il dolore come momento di consapevolezza matura.

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  6. Ho spesso notato che le reazioni individuali nelle triste circostanze di episodi patologici gravi, se non funesti, sono fra le più variegate. Normalmente si esigerebbe il rispetto, ma come considerare il “dovuto rispetto” – con quali margini … senza sentirsi o troppo distaccati o al contrario troppo evasivi? Sarebbe importante captare e capire i segnali, purtroppo spesso troppo pochi, al fine di aumentare la possibilità di prossima partecipazione ad eventi delicati … naturalmente a volte non arriva nulla, come dici tu, magari solo un sms… che ti strapazza prima di ogni altra commiserazione. Questo a quelli normali … non a quelli “fighi”.
    Molto appropriato a tema il tuo omaggio alla grandissima Giuni Russo-
    Raymond

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  7. Quando ho saputo di essere malata e che non avrei ripreso, a settembre, ho deciso di dire alle colleghe riunite per la prima volta dopo l’estate, cosa mi stava mi accadendo. L’ho fatto proprio per evitare le chiacchiere di corridoio, informandole personalmente. Mi sembrava corretto visto che per 15 anni abbiamo condiviso molte ore insieme e conoscono la mia correttezza. Ebbene, la reazione mi ha spiazzata, molte mi hanno dato l’impressione di esserne quasi infastidite, infastidite dalla mia assoluta razionalità nel raccontare cosa mi stava accadendo. Forse ho sbagliato ma non me ne pento, lo rifarei. Non so se sia pudore quello che poi le ha fatte sparire dai miei giorni, sì perchè a parte le colleghe del mio team, le altre raramente si fanno sentire Credo che la malattia spaventi molto e allontanarla da sè è un modo per esorcizzarla…forse….

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