Quello che un insegnante non deve fare


In queste ore c’è poco da scherzare, ma certi episodi hanno il merito di alleggerire un po’ l’aria pesante, che spira dalla catastrofe antropico-naturale dell’Emilia Romagna.

L’altra mattina una collega, che naviga da trenta anni nel mare sempre in burrasca della scuola italiana, s’è presentata, trafelata, in sala-comandi per un je m’accuse sincero sincero.
A me e all’altra collaboratrice stavano cascando giù le mandibole per lo stupore.

La collega ha interrogato due studenti di primo anno.
E sottolineo primo anno.
A uno ha assegnato 5, all’altro, grazie anche all’impegno indefesso, 7.
Terminata l’ora, il ragazzo con il 5 è uscito dall’aula, inveendo contro la prof. e accusandola di essere stata iniqua nella valutazione.
Al che la collega, di trentennale esperienza, ma molto ingenua, colpita da un momento di debolezza(è una donna dolcissima, una signora d’altri tempi), ha abbassato il voto del beneficiato da 7 a 5, ristabilendo, a suo modo, l’ordine delle cose.
Dopo venti minuti la genitrice del diminuito, avvertita tempestivamente via cellulare, s’è materializzata a scuola* per conferire con la povera collega, apostrofandola con non belle espressioni.

Ora, cara collega dall’esperienza trentennale, tu ci vieni a chiedere consiglio su come agire, quando dovresti essere tu maestra di moniti e consigli?

*Il custode è stato, chiaramente, cazziato a dovere, per avere consentito alla vipera a due teste l’ingresso a scuola senza previo appuntamento con la professoressa.
Troppo buona e debole debole.

5 alla quinta o 55?

In altri tempi me lo sarei inghiottito in un boccone di rimprovero.
Ora, che sono più saggio, me ne sono fatto una risata e ho spiegato le ragioni del no.

Erano appena passati cinque minuti dalla verifica orale, quando l’interrogato, a cui ho dato come voto 5, mi ha chiesto se potesse essere nuovamente interrogato, seduta stante, per recuperare il 5.

Punto primo: due verifiche nello stesso giorno e per la stessa materia, a distanza di cinque minuti l’una dall’altra, mi provocherebbero un pasticcio sul registro, dove le caselline, caro mio virgulto, possono accogliere un solo voto. A meno che io non elevi il 5 alla quinta o lo trascriva nella casella successiva, ma con il rischio che si legga 55 se confermato il cinque, 56 se recuperi con un 6, 57 se recuperi con un sette.

Punto due: probabilmente, affascinato dal gratta e vinci, ritieni che essere interrogato equivalga a grattare.
Ma il grattare non implica il vincere.
Quando uscirai, appena a destra dell’ingresso, c’è un tabacchi ben fornito.
Tenta lì!

Ad un ragazzino di primo anno si può anche perdonare quest’intemperanza, o no?

Il latino-mangime

Mi sono imbarcato, come tanti miei colleghi, nell’avventura dei corsi di recupero.
Di latino, nella fattispecie.
La nota dolente, tra le tante, è che mi sono stati affibbiati degli alunni di classi non mie.
Il corso si è risolto in un autentico sfacelo, sia per il disinteresse generalizzato, sia per le frequentissime ostruzioni di carattere logistico, quali giorni di vacanza(giustificata) a pioggia, impegni dei ragazzi in mille attività pomeridiane coincidenti spesso con le mie lezioni, interruzione dell’energia elettrica, terremoto, impegni collegiali.
Quindi ho svolto soltanto 1/3 delle ore programmate.
Ai due ordini di cause di cui sopra si aggiungono pure difficoltà di natura didattica e metodologica: il latino è uno, ma gli insegnanti siamo tanti e diverso è tra noi l’approccio metodologico.
Tra le tante follie didattiche… qualche collega, a partire dal terzo anno di liceo, costringe gli alunni a tradurre brani d’autore senza l’ausilio del dizionario, dopo avere precedentemente proposto loro almeno dieci brani dello stesso autore e della stessa opera.
Come se fossero galline d’allevamento industriale, i ragazzi vengono fatti ingrassare con dosi massicce di mangime cesariano, illudendosi il collega che qualche cosa, prima o poi, dovrà pur rimanere nella testa dei polli.

Per quanto mi riguarda ho chiuso con i corsi di recupero destinati ad alunni non appartenenti alle mie classi.
Non intendo perderci la salute.

Scuola, territorio di nessuno

La realtà è che le nostre scuole non sono adeguatamente messe in sicurezza e non sono più il luogo dove si crede che i ragazzi siano al sicuro.
Dagli edifici al personale.
I custodi poltriscono davanti alle scrivanie, dedicandosi alle parole crociate.
I bidelli necessitano di un permesso per ogni minimo problema o presunto tale.
Nelle scuole hanno fatto il loro ingresso pure degli ex detenuti, assoldati dalle cooperative e svolgenti mansioni che, vuoi o non vuoi, riguardano i nostri ragazzi.
Non va meglio sotto il profilo igienico: la pulizia dei locali è scarsa, automobili in sosta davanti agli ingressi e, dulcis in fundo, cassonetti della spazzatura.
Durante il giorno a scuola è un viavai di estranei non sempre facilmente riconoscibili: operai a vario titolo, gestori dei distributori automatici di bevande e schifezze varie, genitori che accompagnano e prelevano figli a tutte le ore, e a volte, cacciati da me a pedate, anche nonni, zii, amici.
La scuola è diventata da tempo un luogo di nessuno, svenduto e venduto a tutti.
Un affare per esperti e mangiatori di denaro pubblico.
Con il pretesto dell’apertura al territorio basta un figuro con un minimo di titolo, perché acceda alle nostre aule e al nostro tesoro, i ragazzi.
Li rimproveriamo, li tartassiamo con le verifiche, talvolta litighiamo con loro, ma un dato è certo: noi insegnanti i ragazzi non li vogliamo “toccati” da niente e da nessuno.
Né tanto meno uccisi barbaramente non so da chi.

17 maggio contro l’omofobia: Venerino Mentuccia


Con il breve racconto Venerino Mentuccia partecipo all’iniziativa “Giornata contro l’omofobia”; il testimone che mi ha raccontato questa storia è morto da qualche anno. Perciò le domande che avrei voluto rivolgergli(mi mancò allora la sfrontatezza)rimangono senza risposta.
Affido, perciò, ogni cosa alla scrittura.
Lei suggerisce, sana, risarcisce una memoria e restituisce un minimo di senso anche a quello che senso non ha.


Chi volgeva lo sguardo sulla terrazza che Venerino si era ricavato su una delle baracche del terremoto del ’68 abboccava come il pesce all’amo.
I vermi da pesca erano i vasi con le troffie di prezzemolo e menta, e di basilico nei mesi estivi, e i fili su cui il cuoco, terminate le faccende, stendeva i canovacci della cucina, la biancheria personale e i quatrati ricavati da lenzuola ormai logore, che la madre gli aveva lasciato in dote.
Agli operai, esperti di cemento, non sfuggivano però le macchie di sangue sbiadite che chiazzavano di tutto punto i quatrati.
Perché Venerino ci aveva le sue “cose”.
Mese per mese.

Le madri di famiglia di Montevago raccontavano che Venerino mensilmente si scugnava il naso, perché dal naso il sangue fuorisciva più fino e si stampava sulla stoffa bianca assumendo forme irregolari e perciò più naturali.
Ne riempiva la cesta della biancheria, attendeva qualche giorno che le fibre si imbevessero di rosso, li lavava e poi, spettacolo per paesani, li stendeva in bella mostra sul filo del balcone della casa buttata giù dal terremoto del ’68.
Perché Venerino ci aveva le “cose” e, pur non avendole, se le creava e le mostrava.
Venerino era rimasto solo già qualche anno prima delle crisi epilettiche della terra e si industriava come poteva accontentandosi del poco a tavola e del molto in igiene.
Lisciva e azzolato non mancavano mai nella dispensa.
Settimanalmente dedicava il venerdì alle pulizie di casa e porte, balconi e finestre venivano spalancati per fare entrare aria, scacciare la muffa e asciugare il pavimento.
Dopo l’attacco epilettico più violento Venerino non fece più ritorno a casa, perché il balcone se lo mangiò il salone crollando su se stesso e il cucinino, un parallelepipedo di pietre sul retro della casa, si macinò sotto il peso delle scosse insieme alla lisciva e all’azzolato.

A Montevago Venerino tornò qualche anno dopo.
Con i risparmi della madre aveva frequentato al Nord un corso per cucinieri e s’era preso il titolo.
E popolò e abbellì con il suo gusto la baracca che l’ingegnere della ricostruzione gli affidò durante i lavori del ’76.
La baracca di Venerino era il ricovero di tutti gli operai, il surrogato delle mogli che essi abbandonavano a casa per cinque giorni per buscarsi il pane; Venerino infatti aveva rubato alla madre l’arte del ricamo, il ferro dell’uncinetto e la tecnica del rammendo di calzini, pantaloni e quant’altro.
Anche il paffuto ingegnere ricorse un giorno alle mani veloci del cuoco-tuttofare, ché uno strappo improvviso gli aveva sfigurato la giacca.
Ago, filo, cotone e via, nuova come prima la giacca.
Il regno di Venerino era però la baracca-mensa per gli operai del cantiere.
La manteneva linda e ordinata meglio di una femmina e se un operaio si fosse azzardato ad entrare prima dell’ora della pancia, il cuoco non indugiava a cacciarlo minacciandolo con la scopa e con le mani sui fianchi.
Poi però si faceva perdonare con le pietanze della cena.
Gli operai raramente rimpiangevano i piatti di casa.
Venerino eccelleva nelle polpette con le sarde e la mentuccia.
L’economo del cantiere, infatti, gli consentiva, quelle rare volte in cui il pescivendolo saliva dalla costa, di acquistare le sarde ancora vive con l’argento addosso, che il cuoco svuotava delle argie e delle interiora, diliscava chirurgicamente e, fattele dissanguare, impastava con formaggio pecorino, mollica di pane, pinoli, uva passa e mentuccia. Dopo averle fritte, le immergeva nel sugo di pomodoro e ci faceva il primo e il secondo piatto, che gli operai si leccavano i baffi.
L’altra pietanza di Venerino era la canazza di peperoni, patate e melanzane, stufate, talvolta fino a sfarinarsi, con cipolla e basilico.
Il dopocena era tutto uno sdilinquirsi di complimenti e risate tra l’ammirazione e lo sfottò degli operai e le occhiatacce dell’ingegnere, che poco tollerava le arguzie e le battute piccanti a danno di Venerino, che si vendicava minacciando per il giorno dopo spaghetti in bianco con l’olio e il formaggio.
Qualche bicchiere di vino in più era il carburante dei doppi sensi che mastri e operai costruivano su ogni parola pronunciata da Venerino, che a sera diventava intrattenimento per le fatiche di un giorno.
I piatti della cena successiva distendevano però il muso di Venerino, le cui mani, ai fianchi per l’arrabbiatura, si industriavano in cucina più amorevolmente del solito.
Talvolta, dopo cena, il cuoco, mentre riassettava la baracca-mensa, raccontava di sé e delle sue qualità di cuciniere sopraffino e pulito, invitando nella sua baracca-alcova, profumata di mentuccia e lisciva, questo o quell’operaio per un bicchierino o una briscola.
Vi tornò sempre solo in baracca.
Tra i suoi quatrati e la mentuccia.
Il basilico e il prezzemolo.
L’odore di lisciva e l’azzolato per sbiancare.

Il testimone di questa storia giura che nessuno abbia mai accettato i bicchierini di Venerino, né si sia mai seduto con lui per una briscola.
Ma su ciò, se il testimone me lo consente, è lecito a tutti noi dubitare.